“I libici ci hanno teso una trappola”: l’attivista racconta il fermo della Flotilla

“È stata veramente una trappola”. E' iniziato così il racconto di Marco Contadini, membro dell’equipaggio di terra della Global Sumud Flotilla rientrato pochi giorni fa in Italia, che descrive il momento in cui dieci attivisti del convoglio sono stati trattenuti nella Libia orientale. Tra loro, ricorda più volte Contadini, ci sono ancora i due italiani Dina Alberizia e Domenico Centrone, tuttora trattenuti nel paese nordafricano. Tutto ciò durante l'ultima puntata di Scanner Live, il programma di approfondimento politico di Fanpage.it condotto da Valerio Nicolosi, in occasione dell'evento Justice for Palestine, iniziativa che ha celebrato la raccolta di un milione di firme per chiedere la sospensione dell'accordo di associazione tra Unione europea e Israele.
Secondo il racconto di Contadini, il convoglio umanitario di 300 persone, provenienti da 23 paesi, era partito verso Rafah. “Dal Nord America, Stati Uniti, fino al Sud America avevamo Cile, Argentina, Cina, Indonesia, quasi tutte le delegazioni europee, più chiaramente le delegazioni centrali del Maghreb, quindi Algeria, Mauritania, Tunisia e Libia”. La missione era stata organizzata dalla “Global Sumud Maghreb” e aveva un obiettivo preciso: “Arrivare a Gaza con dei beni umanitari molto importanti perché non erano simbolici ma erano 10 case mobili, cinque autoambulanze e farmaci”. L'attivista ha insistito molto sulla centralità del valore umano e umanitario della missione e sul fatto che non fosse un’iniziativa né clandestina né improvvisata. “Noi eravamo regolari perché eravamo dotati di visto tutti quanti… siamo veramente un convoglio umanitario in regola, pacifico, non violento, con dei beni umanitari”, affermava Contadini.
La testimonianza di Contadini sul fermo della missione
Il convoglio si era fermato nella fascia neutrale che separa la Libia occidentale da quella orientale: “C’è una zona cuscinetto di estensione pari a 10 km tra la Libia est e la Libia ovest che sono in fortissimo attrito politico tra di loro, adesso la guerra è congelata, ma comunque sotterranea e permanente”. Contadini ha raccontato che il convoglio aveva anche accettato di ridurre drasticamente il numero dei partecipanti: “La scusa che è circolata è che fossimo troppi, noi avevamo già fatto delle liste di enorme riduzione: da 300 passavamo a 40, saremmo passati solo noi specialisti come personale medico, sanitario, tecnico e ingegneri”. Nonostante questo, il passaggio era stato negato: “Abbiamo trovato un muro di gomma. Ci è stato detto di no su tutti i fronti”, ha concluso l'attivista.
Contadini ha spiegato poi il momento decisivo arrivato dopo una settimana di negoziati nella zona cuscinetto tra Libia occidentale e Libia orientale. “Siamo andati avanti una settimana a negoziare con le milizie di Haftar la possibilità di transito”, ma dopo giorni di attesa il convoglio aveva comunque deciso di avanzare verso il checkpoint chiamato “5+5”, nel pieno della zona neutrale. “Dopo una settimana, sempre con la postura che la Global Sumud Flotilla ha, quindi una postura non violenta, pacifica, abbiamo deciso di procedere col convoglio”.
È a questo punto che avveniva il passaggio più controverso: i dieci attivisti – tra cui Domenico e Dina – non si sarebbero mossi autonomamente né avrebbero tentato di forzare il blocco, ma sarebbero stati invitati direttamente a una nuova trattativa. “Questi dieci compagni sono partiti alla volta del checkpoint di Sirte per fare un’ulteriore negoziazione del passaggio del convoglio, perché invitati dalle milizie di Haftar”. Contadini ha insistito molto su questo punto perché, secondo lui, smontava anche l’accusa di “immigrazione clandestina” contestata successivamente agli attivisti trattenuti.
Due attivisti italiani ancora trattenuti in Libia
Secondo Contadini, infatti, i dieci erano partiti dopo una richiesta esplicita delle autorità presenti al checkpoint: “Haftar quando ci ha fermato ci ha detto: ‘Venite in piccola delegazione’”. Da lì, però, la situazione era cambiata improvvisamente. Anche Maria Elena Delia, portavoce della Flotilla in Italia, ha raccontato che l’ultimo contatto con Domenico Centrone risaliva a poco prima della partenza verso il checkpoint di Sirte: "Mi ha mandato l’ultimo messaggio poco prima di partire". Dopo quella trattativa con le milizie della Libia orientale, spiegava, il convoglio e i dieci attivisti "sono stati trattenuti e fondamentalmente sono spariti". Contadini aggiungeva poi: "È stata veramente una trappola”. Le ultime notizie confermavano che ieri sera, a Bengasi, il console generale d’Italia Filippo Colombo aveva incontrato per la prima volta i due attivisti italiani della Flotilla ancora trattenuti in Libia. Secondo quanto riferito dalla Farnesina, Domenico Centrone e Leonarda Alberizia sarebbero in buone condizioni.
Durante l'intervista Contadini ha provato anche a spiegare perché il convoglio fosse stato fermato proprio in Libia. Secondo lui, il punto centrale era che il blocco imposto attorno a Gaza oggi si estendesse ben oltre Israele: “L’influenza di Israele, il blocco israeliano, geograficamente si è esteso molto al di là dei confini israeliani… si è esteso fino alle acque greche, si è esteso fino all’Egitto, si è esteso fino alla Libia”. Per questo la Flotilla non considerava ciò è successo e che sta ancora succedendo come un episodio isolato, ma come parte di una strategia più ampia: "Qualsiasi cosa oggi si provi a fare per portare aiuti viene sempre repressa".
Contadini: "Governo non può attivarsi solo quando attivisti prendono botte"
Contadini ha ricordato che nell’ultimo anno il movimento ha organizzato diverse iniziative dirette verso Gaza. “Abbiamo preparato e messo in campo cinque missioni: una marcia pacifica verso Rafah dall’Egitto, una prima flottiglia, un convoglio di terra, una nuova flottiglia e un nuovo convoglio”. Tutte, sono state fermate. “Tutte e cinque queste missioni sono state non violente, umanitarie, certo anche con una valenza politica… e tutte e cinque sono state puntualmente represse”. Nel suo intervento collegava questa repressione anche al clima politico europeo e italiano: “Le istituzioni si sono premurate di dare indicazioni all’informazione mainstream di non parlare più di Gaza”.
Secondo Contadini, il movimento non può continuare a ottenere attenzione pubblica soltanto nei momenti di maggiore violenza o repressione, ma ha bisogno di una partecipazione politica costante, capace di mantenere alta l’attenzione su Gaza anche lontano dalle emergenze mediatiche. “Non è politicamente sano che un paese si attivi solo quando si mettono 100 barche in mare, le persone si fanno riempire di botte, violare, umiliare”, concludeva affermando che: “Ci deve essere una maturità politica diversa”.