Venezuela, Trump annuncia che Caracas fornirà fino a 50 milioni di barili di petrolio agli Stati Uniti

La cattura di Nicolás Maduro da parte delle forze statunitensi ha aperto un nuovo capitolo nella crisi venezuelana, segnando un cambio radicale dello scenario politico ed economico del Paese sudamericano. A pochi giorni dall'operazione militare, infatti, Donald Trump ha annunciato che il Venezuela "cederà" agli Stati Uniti circa 2 miliardi di dollari di petrolio, specificando che il greggio sarà venduto "al prezzo di mercato" e che i proventi saranno gestiti direttamente dalla Casa Bianca, con l'obiettivo dichiarato di destinarli "al beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti".
Una formulazione che ha immediatamente sollevato critiche e allarmi: non solo per il linguaggio utilizzato, che suggerisce un trasferimento forzato di risorse, ma perché riapre in modo esplicito la questione della sovranità economica del Venezuela. In molti, dentro e fuori il Paese, parlano apertamente di espropriazione e di violazione del diritto internazionale.
Non solo commercio ma una mossa geopolitica
L'operazione annunciata da Trump non può infatti essere letta soltanto come semplice accordo commerciale. Si tratta piuttosto di una mossa strategica a forte impatto geopolitico, i cui effetti sono già visibili. Negli ultimi dieci anni, infatti, una quota significativa del petrolio venezuelano è finita in Cina, diventata il principale acquirente soprattutto dopo il 2020, quando le sanzioni statunitensi hanno drasticamente limitato la capacità di Caracas di accedere ai mercati internazionali.
La decisione di dirottare queste forniture verso gli Stati Uniti produce dunque un duplice effetto: da un lato riduce il flusso energetico verso Pechino, dall'altro aumenta l'offerta di greggio sul mercato americano. Non è un caso che, nelle ore successive all'annuncio, il prezzo del petrolio negli Stati Uniti sia sceso di oltre l'1,5%, anzi, sarebbe un segnale chiaro del fatto che i mercati hanno immediatamente incorporato l'ipotesi di un maggiore afflusso di petrolio venezuelano.
Il ruolo chiave di Chevron e il nodo dei ricavi
A garantire materialmente il flusso di greggio verso gli Stati Uniti sarebbe Chevron Corporation, e cioè l'unica compagnia che oggi riesce a esportare petrolio venezuelano grazie alle joint venture autorizzate da Washington con la compagnia statale Petróleos de Venezuela Sociedad Anónima (PDVSA). Negli ultimi mesi Chevron ha spedito tra i 100mila e i 150mila barili al giorno, restando di fatto l'unico canale operativo nonostante il blocco imposto dagli Stati Uniti. Resta però una questione centrale: chi controllerà i proventi di queste vendite. Le sanzioni americane escludono infatti PDVSA dal sistema finanziario internazionale, congelano i suoi conti e impediscono transazioni in dollari. In questo contesto, l'annuncio di Trump secondo cui i ricavi saranno amministrati direttamente dagli Stati Uniti rafforzerebbe l'accusa che l'operazione equivalga a un controllo esterno delle risorse venezuelane, più che a una gestione "nell'interesse del popolo".
La risposta di Caracas: "Aggressione e rapimento"
La reazione del governo venezuelano non si è fatta attendere. La presidente ad interim Delcy Rodríguez ha definito per prima l'operazione militare statunitense una "aggressione criminale" e un atto di forza culminato nel "rapimento" di Nicolás Maduro e di sua moglie. Rodríguez ha ribadito che nessun potere esterno può governare il Venezuela e che il Paese resta uno Stato sovrano. Il tono è apparso nettamente più duro rispetto a quello adottato solo due giorni prima, quando la stessa Rodríguez aveva lasciato aperta la porta a possibili forme di cooperazione con Washington. Un cambio di registro che segnala quanto rapidamente il quadro politico si sia irrigidito: oggi Caracas rivendica infatti la propria legittimità e respinge qualsiasi ipotesi di tutela o amministrazione esterna.
L'obiettivo degli Stati Uniti: petrolio e leva politica
Dal punto di vista di Washington, l'obiettivo appare invece estremamente chiaro e cioè trasformare la pressione militare e politica in un vantaggio economico strutturale. Trump ha infatti più volte parlato apertamente della necessità di ottenere accesso totale all'industria petrolifera venezuelana, sia per le aziende statunitensi sia per i partner privati. L'esecuzione del piano è stata affidata a Chris Wright, segretario all'Energia, e prevede il prelievo diretto del greggio dalle navi attualmente bloccate, con spedizione verso i porti americani. Un meccanismo che comporta anche la riallocazione di carichi inizialmente destinati alla Cina, con l'obiettivo di rafforzare la leva statunitense su Caracas e ridimensionare il peso asiatico nel settore energetico venezuelano.
Una crisi che va oltre il Venezuela
Il caso venezuelano mostra insomma con particolare chiarezza come il petrolio continui a essere uno degli strumenti principali di pressione geopolitica. La crisi del Paese non può più essere letta come un fatto interno: si inserisce ormai a pieno titolo nella competizione globale tra grandi potenze, dove energia, influenza politica e controllo delle rotte commerciali si sovrappongono. Ed è proprio in questo quadro che, l'operazione militare condotta da Trump, rappresenta un successo strategico duplice visto che da una parte colpisce direttamente il governo di Caracas e, allo stesso tempo, ridimensiona il ruolo della Cina nella regione.
Per il Venezuela, invece, le conseguenze sono ben più profonde e strutturali. Il rischio non è soltanto economico, ma politico e democratico: dalla progressiva erosione della sovranità sulle proprie risorse fino alla prospettiva di nuove pressioni, militari o diplomatiche, esercitate dall'esterno. È per questo che il greggio torna a essere il vero terreno di scontro, il punto in cui si concentrano e si ridefiniscono equilibri politici, commerciali e strategici su scala globale. Insomma, le scelte che Washington compirà nei prossimi mesi non incideranno solo sul futuro del Venezuela, ma contribuiranno a ridisegnare l'assetto energetico internazionale, confermando che la crisi venezuelana è ormai uno dei fronti più sensibili della competizione tra le grandi potenze.