Venezuela, il giurista: “Aggressione illegittima senza precedenti, giuridicamente un atto di guerra”

L'attacco a Caracas da parte degli Stati Uniti e l'arresto del presidente venezuelano Nicolas Maduro e di sua moglie, trasportati in fretta in una prigione di Stato a New York, apre probabilmente una delle pagine più buie e inedite del diritto internazionale negli ultimi 80 anni. Uno Stato straniero attacca uno Stato sovrano e ne arresta arbitrariamente il presidente, deponendolo e sequestrandolo, violando ogni forma di diritto internazionale sancito nei trattati. Il tema non riguarda solo la tenuta politica del Venezuela o la politica estera degli Usa di Trump, ma apre una riflessione sul mondo in cui stiamo vivendo e su come l'assenza di regole, leggi e diplomazia può trasformare il pianeta in breve tempo.
È un'era nuova, senza dubbio violenta, in cui la guerra sembra lo strumento regolatore delle relazioni tra Stati. Ne abbiamo discusso con Luigi Daniele, docente di diritto internazionale all'Università del Molise, e tra i giovani giuristi italiani più attenti ai conflitti armati che stanno attraversando il mondo.

Dal punto di vista del diritto internazionale, cosa sta accadendo in Venezuela?
Dal punto di vista giuridico è uno dei casi più conclamati di sempre di uso illegale della forza armata, tecnicamente un atto di guerra di aggressione. Dobbiamo tenere presente che lo statuto istitutivo delle Nazioni Unite nel suo articolo 2 comma 4, proibisce l'uso della forza per guerre scatenate allo scopo di rubare territorio con la forza, ma anche le guerre di aggressione contro l'indipendenza politica degli altri Stati. Si tratta quindi di tutte le operazioni di "regime change", quelle a cui ci hanno abituato gli Stati Uniti.
È un'operazione che gli Stati Uniti stanno facendo in maniera molto esplicita, sembra una novità
Questo è l'elemento di forte discontinuità rispetto ai molteplici usi illegali della forza da parte degli Stati Uniti nel passato. Non ci si prende neppure la briga di imbastire, se pur basate su bugie, dei meccanismi legittimanti. La scena di Colin Powell, ex segretario di Stato Usa, che agita le prove sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, per quanto pagina buia della dialettica internazionale, avveniva in seno alle Nazioni Unite. Gli Usa di Bush andarono all'assemblea Onu per mobilitare gli alleati, con prove false, ma lo fecero in quell'assise, quell'amministrazione investì fior di accademici per costruire le dottrine che dal punto di vista giuridico legittimassero l'aggressione all'Iraq. Qui siamo di fronte alla schiettezza della brutalità, con Trump che addirittura dice che gli Usa hanno le compagnie petrolifere migliori del mondo e quindi ammette che si sta andando a prendere il petrolio del Venezuela. È clamoroso che davanti a queste dichiarazioni, quelli che posso solo definire liberisti illiberali europei, parlano di difesa della democrazia e di sicurezza.
Ci sono dei precedenti storici, dopo la seconda guerra mondiale, di un'operazione paragonabile a quanto sta avvenendo in Venezuela?
Il precedente più simile è quello di Noriega a Panama, ma c'erano differenze gigantesche, Noriega non aveva mai formalmente governato Panama, era un dittatore de facto senza mai assumere cariche formali e teneva sotto scacco Panama tramite l'esercito. Quindi anche rispetto alla legittimità formale del leader rapito, come nel caso di Maduro, siamo davanti ad un balzo in avanti.
Maduro è stato eletto, ha vinto le elezioni, esistono critiche fondate sulla sua esperienza di governo, ma è un presidente eletto, questa circostanza da una differenza?
Dal punto di vista del diritto internazionale vige l'eguaglianza sovrana, il che significa che anche paesi che si reggono su forme di governo diverse da quella repubblicano democratica, sono ugualmente tutelati da aggressioni di altri Stati. Certo sul piano del discorso pubblico di paesi che si dicono democratici e liberali, come gli Usa, derubricare il fatto che ci sia un governo eletto è grave. Sicuramente la situazione dei diritti civili e politici in Venezuela è tutt'altro che rosea è inutile negarlo, ma questa è una guerra di "regime change", e dobbiamo capire se ci sono accordi che manterranno al potere forze che erano in qualche modo vicine a Maduro o se si installerà un governo fantoccio. Rimane un dato, che il discorso sui diritti civili e politici è un meccanismo retorico di devianza criminale delle grandi potenze. Chiunque può verificare l'efficacia dell'esportazione della democrazia a mezzo di guerra guardando all'Afghanistan o di altri scenari. Oggi si trovano o con il ritorno delle forze più retrive e autoritarie, oppure siamo davanti a "failed State", con tribalismi e signori della guerra locali che si contendo la vendita delle risorse alle potenze straniere. È incredibile che proprio gli stessi apologeti delle guerre di aggressione in Afghanistan e Iraq, riproducano le stesse retoriche a copertura di questo ulteriore disastro.
Trump ha minacciato anche il Messico, Cuba, la Colombia e la Groenlandia, quest'ultima territorio danese quindi di un paese della NATO, come si può definire questa condotta?
È una condotta che racconta di una visione, in parte formalizzata già nella nuova strategia di sicurezza nazionale di Trump, cioè un mondo dove non esistono più gli Stati nazione, le democrazia, l'uguaglianza sovrana, ma esistono delle grandi potenze dalla furia militare scatenata che sono dei feudatari globali con attorno, nelle proprie aree di esercizio di potere imperiale, da Stati vassalli e servili o riottosi da ridurre in servitù. È uno scenario inquietante e dimostra che non si salva nessuno. È esattamente la visione che si è proclamata immorale e distruttiva per il mondo, in occasione dell'invasione russa dell'Ucraina, c'è un pensiero unico bellicista che si sta svestendo dei panni della difesa dei principi con le armi, che ha vestito negli ultimi 3 anni, e clamorosamente fa un salto carpiato su posizioni opposte, in cui la guerra di aggressione è criminale e inaccettabile se scatenata dai rivali geopolitici degli Stati Uniti ed è buona, giusta e democratica quando è crimine di aggressione statunitense.
A parte la Spagna e la Danimarca che invoca la protezione della NATO sulle mire Usa sulla Groenlandia, nessun paese ha protestato per ciò che sta avvenendo in Venezuela, questo che segnale è?
A mio avviso è un segnale di azzeramento politico e giuridico dell'Europa, siamo di fronte alla peggiore classe dirigente europea che non riesce a pronunciare una parola su ciò a cui è vincolata dai trattati. L'Europa non è in grado di condurre una politica estera ancorata allo statuto istitutivo delle Nazioni Unite. Stanno tradendo i trattati istitutivi dell'Europa.
Siamo davanti alla fine del diritto internazionale?
Se guardiamo la storia del diritto internazionale vediamo che è passata attraverso infinite morti e resurrezioni, siamo sicuramente agli sgoccioli di quella storia del diritto internazionale emersa dalle macerie della seconda guerra mondiale. Dobbiamo ricordarci di una cosa, che proprio nella seconda guerra mondiale, al mostro che stava per governare il mondo, seguì il fallimento della Società delle Nazioni, perché alcuni Stati chiave all'interno della Società delle Nazioni, continuarono imperterriti a portare avanti le proprie imprese coloniali.
Siamo quindi davanti alla fine dell'ONU?
Siamo di fronte a una congiuntura paragonabile alla fine della Società delle Nazioni, in cui quel poco di architettura giuridica per proteggere la sicurezza mondiale è sotto attacco, e la cosa più inquietante è che non c'è una visione alternativa o riformatrice. Non è un attacco che sostituisce a quell'idea qualcosa di diverso, ma è l'esercizio della forza funzionale meramente al profitto, senza un disegno o una visione. La guerra spesso è anche questo, l'avanzare del vuoto, del nichilismo, la mancanza di senso della storia in cui rimane solo la legge del più brutale dei forti
Senza diritto, senza legge, senza diplomazia e senza trattati, in che mondo ci apprestiamo a vivere?
È un mondo in cui quell'abisso che abbiamo testimoniato a Gaza minaccia di diventare un abisso globale. Porto un dato a testimonianza di questo, dei colleghi dell'università di Harvard hanno analizzato come nelle forze armate americane si stiano consolidando dei circuiti che affermano che bisogna guardare con favore alla visione del diritto dei conflitti armati di Israele, perché davanti alla prospettiva di guerra diretta tra grandi potenze, è impossibile pensare di vincere rispettando la protezione dei civili nei conflitti armati. Quindi è una prospettiva apocalittica quella che si sta aprendo, ma non tutto è perduto. Ci sono forze tra gli Stati e all'interno degli Stati che possono lavorare ad un'agenda diversa, a partire dalla consapevolezza che davanti a questo quadro non si salva nessuno. Noi siamo sempre convinti di essere tra quelli più forti nel mondo, ma questi rapporti di forza stanno cambiando. Domani gli aggrediti saremmo noi. Io considero l'attuale governo italiano una sciagura per questo paese, ma se una potenza straniera bombardasse le case dei Ministri italiani e rapisse la presidente del consiglio, io vorrei che il nostro esercito reagisse. E se non lo facesse e fossimo soggetti a una occupazione militare, sarei incline a insorgere. Dobbiamo entrare in questa logica, che tutto quello che oggi viene inflitto ad altri, domani può essere inflitto a noi. Questo minimo senso di giustizia dovrebbe animare chi governa i nostri destini collettivi. Intanto registriamo come i commentatori in questo paese fanno a gara a dichiarare la fine del diritto internazionale, in questo modo si instilla nella società l'idea che i governi possono fare a meno dello Stato di diritto e dei trattati internazionali. A furia di ripetere questi messaggi si demoliscono le strutture giuridiche tra i popoli. Un mondo in cui i più forti possono sterminare civili, aggredire, conquistare, annettere, sostituire governi e razziare le risorse di altri popoli, è un mondo in cui non può sopravvivere la democrazia. I cittadini devono sapere che un mondo senza la proibizione della guerra di aggressione è un mondo in cui la democrazia viene distrutta, eventualmente dall'interno.