Opinioni
11 Gennaio 2022
09:28

Uranio, petrolio e terre rare: tutti gli interessi in gioco dietro la rivolta in Kazakhstan

È il primo estrattore di uranio al mondo ed è sospeso tra l’antica fedeltà alla Russia, le sirene dell’Occidente e la nuova potenza cinese. Ecco perché il Kazakhstan è al centro di tutti gli interessi geopolitici. E perché la rivolta dei giorni scorsi non va presa sottogamba.
A cura di Fulvio Scaglione

Una simile esplosione di violenza, con centinaia di morti e l’ex capitale Alma Ata semidistrutta, in Kazakhstan non se l’aspettava nessuno. Ma ora che il presidente Tokaev, con l’aiuto decisivo delle truppe russe, bielorusse, armene, tagike e kirgize, sembra aver ripreso il controllo del Paese, ci si dovrebbe piuttosto chiedere: come mai non era successo prima? Perché nessuno aveva mai tentato prima di prendersi un Paese che, a volerle mettere in fila, presenta una lunga serie di caratteristiche eccezionali: è il più grande Paese al mondo senza sbocco al mare; è vasto quanto l’Europa occidentale ma è popolato da soli 19 milioni di persone; è il più grande estrattore al mondo di uranio (42% della produzione mondiale); è il decimo produttore mondiale di petrolio; è ricco delle terre rare indispensabili alle telecomunicazioni come all’industria dell’auto elettrica e delle energie rinnovabili. E così via.

Ora che il pericolo è passato, sia il kazako Tokaev sia Vladimir Putin da Mosca, e persino Xi Jinping da Pechino, parlano di rivolta organizzata all’estero, di miliziani addestrati fuori dal Paese (di tanto in tanto vengono nominati il Medio Oriente e l’Isis…), insomma di un complotto. Simile, nelle loro parole, a quei rivolgimenti che il Cremlino vive come un incubo, a una delle tante “rivoluzioni colorate” tipo Ucraina o Bielorussia che hanno punteggiato gli anni più recenti e dietro le quali, anche se in questo caso nessuno lo dice troppo apertamente, ci sarebbero gli americani e i loro alleati. Quello che sta succedendo ora, però, invita a seguire altre piste, tutte interne. Il presidente Tokaev, passata la paura, sta conducendo un’energica “purga” ai più alti livelli istituzionali. Sono stati arrestati il capo delle forze di sicurezza e i due vice-presidente del Consiglio nazionale di sicurezza. Tra gli 8 mila arrestati ci sono decine di ufficiali di polizia, un comandante regionale si è persino suicidato appena l’hanno messo sotto inchiesta.

Golpe fallito

L’ipotesi più credibile, quindi, resta quella di un regolamento di conti interno. Da un lato, sicuramente, Tokaev e gli uomini “nuovi” raccolti intorno a un Presidente che, insediato nel 2019 per volere del predecessore Nazarbaev, era sempre sembrato un re travicello. Dall’altro, forse, il clan dello stesso Nursultan Nazarbaev, per trent’anni presidente o meglio sovrano del Kazakhstan, fino all’altro ieri ancora l’uomo forte del Paese, investito a vita della carica di capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale (nelle ore convulse della rivolta è stato costretto a dimettersi), padrone di tutti i meccanismi del potere politico ed economico in Kazakhstan. Da Mosca a Pechino, i giornali ora sono pieni dei racconti delle prodezze dei suoi familiari. Ultima, ma solo in ordine di tempo, la figlia minore Maya, che si è portata via 300 milioni di dollari di certo guadagnati col sudore della fronte per comprare un jet personale, un mega appartamento a Dubai e una villa a Londra, base ideale per chiedere la cittadinanza inglese.

Se quindi, come tutto lascia pensare, si fosse trattato di un tentativo di colpo di Stato finito male per i congiurati, potremmo anche chiudere qui il discorso. Ma le cose, come dicevamo in avvio, non sono così semplici. Intanto, la questione sociale in Kazakhstan non è un’invenzione, e di certo ha messo benzina nel motore delle prime proteste. Il trentennio di Nazarbaev ha prodotto una ridottissima classe oligarchica che ha gestito le risorse del Paese come una cassaforte personale, lasciando al resto della popolazione scarse briciole dell’enorme ricchezza nazionale. Non è leggenda, quindi, che l’avvio alle manifestazioni sia venuta dall’aumento del prezzo del gas, anche nella forma liquida come combustibile per automezzi, perché per milioni di persone anche un piccolo aggravio del costo della vita diventa una montagna da scalare. D’altra parte, basta ricordare che cos’è successo in Francia con i gilet gialli e le incaute manovre di Emmanuel Macron col prezzo dei carburanti, per immaginare che cosa si può scatenare in un Paese come il Kazkhstan, dove il Pil annuo pro capite è sui 25 mila dollari, più o meno la metà di quello francese.

Tra Russia e Cina

Ammesso che Tokaev e i suoi, salvato il cadreghino, riescano a occuparsi della questione sociale, restano altri due problemi fondamentali. Il primo è l’evidente sfarinamento degli assetti di potere che, nei trent’anni trascorsi dalla fine dell’Urss, hanno retto i Paesi di quello che la Russia definisce “estero vicino”, ossia gli Stati nati dalla dissoluzione dell’impero sovietico e sui quali il Cremlino pensa di dover/poter esercitare una sorta di controllo politico. L’Ucraina nel 2014, la Bielorussia nel 2020, il Kazakhstan nel 2022. Non può essere un caso e non si può sempre attribuire tutto alla cattiveria degli Usa. C’è, evidente, il bisogno di qualcosa che sia politicamente nuovo e all’altezza dei tempi. Qui si sente l’inadeguatezza del cosiddetto “soft power” russo, ovvero della capacità di prevenire e indirizzare gli eventi in senso favorevole alle proprie strategie politiche. Proprio per questo è interessante seguire la missione delle truppe (russe, armene, bielorusse, tagike e kirgize) inviate come forza di interposizione dall’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (che comprende anche il Kazakhstan), entrato per la prima volta davvero in azione. Potrà funzionare come una piccola Nato post-sovietica, con la Russia nei panni che gli Usa vestono nell’alleanza atlantica? Vedremo.

Per ultimo il tema che in questi giorni viene meno dibattuto, e che nel medio periodo potrà assumere invece grande importanza. Il Kazakhstan, con tutte le sue ricchezze, è oggi diviso tra la vecchia e indispensabile fedeltà a Mosca (l’uranio e il petrolio kazako, per raggiungere molti mercati, devono attraversare il territorio russo…) e la nuova convenienza offerta dall’espansione della Cina nell’Asia Centrale. Sono ormai quasi 30 i miliardi di dollari che Pechino ha investito in Kazakhstan, in gran parte nell’industria mineraria. Ed è solo l’inizio. Russia e Cina, come in molte altre occasioni, hanno mostrato unità di visione e di intenti anche nell’analisi della rivolta kazaka, e ne fanno sfoggio come monito agli americani. Ma si sa, il denaro sveglia appetiti a volte nascosti. E la crescente presenza cinese, con il relativo afflusso di denaro, potrebbe indurre in tentazione anche chi, finora, è rimasto fedele alle vecchie alleanze. In ogni caso, potrebbe acuire gli appetiti che, nei giorni scorsi, si sono trasformati in sparatorie per strada.

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