Perché Trump e Israele spingono per la fine del regime in Iran tra proteste e crisi

Quello che sta accadendo in Iran da settimane non è un semplice scossone, è un terremoto sistemico. Siamo di fronte a un vero e proprio "punto di rottura". Le proteste che dal 28 dicembre stanno dilagando nel Paese non hanno nulla a che vedere con le ondate del 2009 o del 2022. Questa volta, la sensazione diffusa è che la Repubblica Islamica stia vivendo un collasso irreversibile.
Le manifestazioni si sono estese a macchia d'olio in oltre 80 città, rompendo per la prima volta la barriera tra classi sociali e aree geografiche: in piazza non c'è solo la borghesia liberale di Teheran, ma anche le province conservatrici e le zone rurali, storicamente bacino di consensi del regime. La situazione sul campo è di estrema gravità. Nonostante il blackout digitale imposto dalle autorità, quello che arriva attraverso le immagini non sono solo cortei pacifici, ma ad assalti diretti ai simboli del potere governativo e religioso.
La causa scatenante delle proteste in Iran è l’economia, non solo l’ideologia
Se in Occidente la narrazione tende spesso a concentrarsi sui diritti civili negati – battaglia che rimane sacrosanta, specie per le donne – la miccia che ha incendiato l'Iran nel gennaio 2026 è l’economia. La causa scatenante è economica prima ancora che ideologica. Anni di malgoverno interno, corruzione endemica e sanzioni internazionali soffocanti hanno devastato il tessuto produttivo, colpendo ferocemente le fasce più povere.
L'inflazione ha raggiunto livelli insostenibili, polverizzando il potere d'acquisto anche di quella classe media che costituiva l'ossatura delle grandi città. Il fragile "patto sociale" tra regime e cittadini si è infranto definitivamente su una constatazione amara: mentre le infrastrutture interne crollavano e i prezzi dei beni di prima necessità salivano alle stelle, il governo spendeva miliardi di dollari per finanziare le milizie in Libano, Yemen, Siria, Iraq e Gaza. Lo slogan che risuona oggi nelle università e nelle strade, "Né Gaza né Libano, la mia vita per l'Iran", riassume perfettamente questa frustrazione. È la rabbia di un popolo che vede le proprie risorse bruciate in guerre per procura dai proxy del regime, mentre in casa manca il pane. La gente è scesa in strada spinta da una disperazione materiale che ha ormai superato la paura della repressione.
La repressione degli Ayatollah e l'ombra della fuga
La risposta degli Ayatollah è quella di un sistema che percepisce, forse per la prima volta, una minaccia esistenziale. La reazione non è politica, ma puramente militare: tolleranza zero. Si spara ad altezza d'uomo, si effettuano arresti preventivi di massa e si tengono le città sotto assedio. La propaganda di Stato tenta disperatamente di bollare i manifestanti come "agenti stranieri" o "traditori", ma è una narrazione che non fa più presa sulla popolazione.
Il cinismo di Washington e la strategia di Donald Trump
Sullo sfondo, si muovono le grandi potenze e la geopolitica. Con il ritorno di Donald Trump, ogni retorica umanitaria viene accantonata in favore della realpolitik e dell’obiettivo più immediato e mediaticamente spendibile per il presidente USA. L'obiettivo americano non è "esportare la democrazia", ma ridisegnare gli equilibri in Medio Oriente eliminando l'ultimo grande ostacolo all'egemonia USA e indebolendo un partner chiave di Cina e Russia.
La strategia della "Massima Pressione 2.0", come l’ha definita il suo staff, punta a strangolare economicamente l’Iran, portando a zero le esportazioni di petrolio. È una mossa cinica e a costo zero: Washington utilizza il collasso economico come arma, consapevole che il prezzo più alto sarà pagato dai civili, nella speranza che la fame acceleri la fine degli Ayatollah. Sebbene un intervento militare diretto (boots on the ground) sia improbabile, non si escludono raid aerei o massicci cyber-attacchi.
Il rischio calcolato dagli USA è altissimo: trasformare l'Iran in una nuova Libia, Siria o peggio un nuovo Afghanistan, un territorio frammentato e instabile nel cuore dell'Asia.
Il fattore Israele: "Siamo con voi"
Infine, c'è il ruolo cruciale di Israele. Tel Aviv, che considera l'Iran una minaccia vitale, ha condotto negli ultimi due anni una guerra logorante – prima segreta, poi palese – per smantellare le capacità militari ed economiche della Repubblica Islamica. I bombardamenti del 2024 e 2025 hanno umiliato il regime, distruggendo il mito dell'invincibilità dei Pasdaran e dimostrando la totale incapacità di Teheran di difendere i propri cieli e la propria elité politica e militare.
Oggi Israele non si nasconde più. Dall'account X del Mossad in lingua farsi è arrivato un messaggio esplicito ai manifestanti: "Siamo con voi nelle piazze". Israele lavora per il cambio di regime per garantire la propria sicurezza e tagliare la testa ai finanziatori di Hamas ed Hezbollah.
In mezzo a questo scontro tra titani, resta il popolo iraniano. Schiacciati tra un regime oppressivo che spara per non morire e potenze straniere che colpiscono il Paese per i propri interessi strategici, gli iraniani cercano disperatamente una via d'uscita, mentre la comunità internazionale fatica a sostenere concretamente la loro autodeterminazione.