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14 Luglio 2021
13:09

Pepe Mujica a Fanpage.it: “Pandemia, clima, disuguaglianze: ora paghino i ricchi”

Intervista all’ex presidente uruguaiano, uomo simbolo della sinistra sudamericana: “I vaccini contro il Covid sono stati un successo della scienza e un fallimento della politica: troppi ai Paesi ricchi, troppo pochi a quelli poveri. La sfida contro le disuguaglianze è la più importante della nostra epoca, ancora di più oggi. E contro il cambiamento globale stiamo facendo troppo poco”.
A cura di Davide Falcioni
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L'auto blu di José Mujica è un Maggiolino del 1987. La sua residencia è una fattoria a Rincón del Cerro, alla periferia di Montevideo, dove coltiva fiori e vive in compagnia di un'inseparabile cagna con tre zampe. È da lì, in un freddo pomeriggio del luglio uruguayano, che l'ex presidente ci risponde, in una lunga intervista sulle grandi sfide alle quali è chiamata a rispondere l'umanità. Dalla pandemia al cambiamento climatico, dalla lotta alle disuguaglianze sociali all'impegno dei giovani.

José Alberto Mujica non ha bisogno di presentazioni. Ex Capo di Stato e contadino, guerrigliero rivoluzionario e intellettuale, oggi Pepe – come è soprannominato – è un anziano attivista, un instancabile sognatore, un agitatore politico. A 86 anni, è una delle voci più autorevoli della sinistra mondiale, un leader che ha fatto della coerenza e della sobrietà le caratteristiche più apprezzate.  Esponente – negli anni '70 – del movimento marxista-leninista dei Tupamaros, Mujica venne arrestato nel 1973 dalla polizia della dittatura militare di Juan María Bordaberry, trascorse 12 anni in carcere in isolamento totale, per lo più in un buco di pochi metri ricavato da un pozzo sotterraneo, subì terribili torture e venne scarcerato nel 1985, dopo la caduta del regime, diventando in seguito parlamentare, ministro dell'agricoltura e presidente dell'Uruguay tra il 2010 e il 2015.  Fin dall'inizio del suo mandato Mujica ha rifiutato di vivere nella lussuosa Residencia de Suárez y Reyes, riservata ai capi di stato, preferendo continuare ad abitare nella sua piccola tenuta alle porte della capitale uruguayana. Ispiratore della cosiddetta "rivoluzione felice", il "presidente più povero del mondo" durante il suo mandato ha rinunciato al 90% dello stipendio, trattenendo per sé solo lo stretto necessario e donando il resto a Ong e progetti di edilizia sociale. "Voglio vivere come il mio popolo", dice. Dopo aver incontrato e dialogato con i "grandi della terra", il 20 ottobre 2020, con le dimissioni dal Senato, Pepe ha ufficializzato il suo ritiro a vita privata.  Dalla politica di base e dalla formazione dei giovani militanti, invece, non ha mai preso neanche un giorno di riposo. Fanpage.it l'ha intervistato, provando a interrogarlo su alcuni grandi temi del futuro. A partire dalla pandemia.

Il Covid-19 ha causato più di 4 milioni di morti in tutto il mondo. Secondo lei come è stata affrontata questa emergenza sanitaria?

Credo che alla vigilia della pandemia il mondo fosse molto lontano dall’avere gli strumenti e le capacità per affrontare quello che è accaduto; ogni paese ha fatto quello che ha potuto, ma ognuno si è comportato in modo autonomo e questo ha complicato terribilmente una situazione già di per sé molto difficile. Ciò che mi ha colpito di più, però, è stata la debolezza della politica di fronte alla necessità di sospendere la proprietà intellettuale sui vaccini, misura che renderebbe possibile la produzione e la distribuzione su scala globale in tempi molto più rapidi. Persino il presidente Biden prima si è detto favorevole alla sospensione dei brevetti, poi però è rimasto a lungo in silenzio e non ha fatto nulla di concreto.

Pochi paesi ricchi hanno acquistato quasi tutti i vaccini contro il SarsCov2 lasciando miliardi di persone in pericolo di infettarsi.

Sì, abbiamo detto che l’arma definitiva contro il virus è quella dei vaccini, ma essi sono disponibili  in numero adeguato solo per i paesi ricchi. C’è un’enorme fetta della popolazione mondiale ancora molto vulnerabile, ci sono zone del pianeta in cui il virus può continuare a circolare indisturbato generando nuove varianti. In questo anno e mezzo abbiamo assistito a una vera guerra per acquistare i vaccini; a fallire non è stata la scienza ma la politica, che si è dimostrata incapace di prendere i provvedimenti necessari alla collettività per vincere la sfida contro la pandemia.

Alcuni paesi hanno ridotto restrizioni e chiusure per non penalizzare le attività economiche, esponendo però al contagio milioni di persone. Cosa pensa di questa strategia?

Trovo sia stata una scelta miope e contraddittoria. Per tutelare gli interessi economici nel  breve termine alcuni governi hanno allentato in anticipo le misure di contenimento e le limitazioni agli spostamenti, lasciando così che i contagi si moltiplicassero e con essi purtroppo anche i morti. Anche gli effetti sull'economia – alla lunga – si sono rivelati disastrosi. Nella prima fase della pandemia in alcuni paesi le restrizioni hanno dato risultati concreti e tangibili, mentre in altri non è stata compresa l'importanza di queste misure e le conseguenze sono state gravi. Con il passare del tempo i cittadini hanno iniziato a mostrare insofferenza, poi stanchezza  e alla fine si sono abituati alla catastrofe.

Il coronavirus ha creato centinaia di milioni di nuovi poveri. Eppure un manipolo di super ricchi ha accresciuto i propri profitti. Perché le leadership mondiali faticano a mettere in agenda vere politiche di redistribuzione delle ricchezze?

Insieme alla lotta al cambiamento climatico quella per la redistribuzione della ricchezza rappresenta la sfida principale della nostra epoca. A partire dagli anni ottanta – con le politiche liberiste applicate in gran parte del mondo – c’è stata una tendenza a premiare i ricchi e gli evasori, abbassando sempre di più la pressione fiscale nei loro confronti e contribuendo così ad alimentare le disuguaglianze sociali. Questo fenomeno sta moltiplicando la concentrazione della ricchezza in mano a poche persone, a scapito della classe media e dei poveri. La pandemia non ha fatto altro che accelerare tale dinamica.

La pandemia è il principale spartiacque del ventunesimo secolo. Lei, dopo 12 anni di reclusione in regime di isolamento e torture, ha detto di essere molto grato agli anni del carcere, perché a volte "ciò che è male, è un bene; ciò che è bene, è un male". Il mondo ha perso l’occasione di trasformare la tragedia del coronavirus in opportunità per cambiare?

Io non ho mai creduto che la pandemia potesse rappresentare un’opportunità. Faccio invece molto affidamento sull’impegno dei giovani e su quella che potremmo chiamare "democrazia dal basso", che sta già mettendo in discussione le presunte virtù del sistema capitalistico. Vi è una crescente mobilitazione sociale per chiedere un cambiamento radicale che veda al centro soprattutto la redistribuzione delle ricchezze e la questione climatica, ma vedo anche delle minacce dall’uso distorto che può essere fatto delle intelligenze artificiali e dei sistemi di comunicazione digitale.

Parla dei social network?

Anche, sì. Viviamo in un’epoca di cambiamenti brutali. La rivoluzione tecnologica avanza velocemente ed è inarrestabile: molti giovani sono socialmente isolati  ma virtualmente integrati, e dobbiamo essere in grado di combinare questo fenomeno con lo sforzo delle organizzazioni politiche classiche – ad esempio  i partiti – che non devono ignorare il mondo caotico e mutevole dei ragazzi e delle ragazze, perché non potrà mai esserci nessun cambiamento senza la loro partecipazione e il loro coinvolgimento.

Parlava però anche di possibili pericoli…

Sì. Ci sono personaggi imprevedibili e folli, dicono di non essere né di sinistra né di destra ma cavalcano le oscillazioni popolari in quest'epoca di civilizzazione digitale. Talvolta sono persino in grado anche di arrivare al governo. Tutto questo è apparentemente illogico, ma è la pura e semplice realtà che ci circonda.

Oltre alla pandemia dobbiamo affrontare la sfida del cambiamento climatico che sta mettendo a rischio la sopravvivenza stessa della specie umana. Crede che gli sforzi che si stanno compiendo siano sufficienti?

No, no, no. Il nostro impegno è ancora troppo debole. La lotta al cambiamento climatico necessita di misure molto più  dure, di provvedimenti che impattino concretamente sulla nostra vita quotidiana. Soprattutto, ritengo che questa battaglia si unisca a quella sulle disuguaglianze. Una persona normale produce su questo pianeta tra le 5 e le 10 tonnellate di anidride carbonica all’anno, ma un super ricco – con il suo stile di vita e in grado di spostarsi da un continente all’altro su un aereo privato – ne produce una quantità 100-150 volte superiore. Per questo sono favorevole a tassare maggiormente chi inquina di più e a introdurre politiche fiscali progressive, perché non è giusto che le persone più umili paghino lo stesso prezzo dei grandi inquinatori. Credo che, in questo senso, quello che abbiamo visto in Francia con la lotta dei gilet gialli sia solo un antipasto dei conflitti sociali del futuro, perché ora come ora siamo ancora molto lontani dall’adottare le misure di equità di cui ci sarebbe bisogno.

Quindi la lotta al cambiamento climatico  va di pari passo con quella alle disuguaglianze sociali…

Sì, sono due mondi che si toccano. Maggior ricchezza significa maggiori emissioni inquinanti. Il punto è che – come per la pandemia – abbiamo bisogno di misure univoche in tutto il mondo, misure che siamo ben lontani dall’adottare. Il vero problema è di carattere politico: sappiamo benissimo cosa accadrà se non fermeremo il surriscaldamento globale e sappiamo benissimo cosa dovremmo fare, ma nessun paese vuole ‘immolarsi' per primo abbattendo le emissioni.

Nei suoi discorsi elogia spesso l’Unione Europea, ma cosa pensa delle politiche che da anni mette in campo per gestire l’immigrazione?

La storia europea è storia di emigrati. Buona parte della popolazione americana è composta da immigrati di origine europea, ma oggi ogni giorno i migranti africani vengono lasciati morire nel Mar Mediterraneo senza che nessuno intervenga. È disumano. Credo che la strada più giusta sia  quella di aiutare i popoli poveri a svilupparsi e prendere coscienza che stiamo navigando tutti sulla stessa barca, e che fino a quando ci saranno disuguaglianze sociali così ampie ci saranno anche fenomeni migratori di massa. Le persone non abbandonano i loro paesi per divertimento, ma solo per ragioni di estrema necessità. Inoltre non si possono negare le responsabilità storiche delle nazioni più sviluppate nei confronti di quella più svantaggiate: si tratta di un debito che non verrà mai saldato.

Lei ha 86 anni e si è ritirato dalla politica. Quali sono i suoi progetti futuri?

No, io non mi sono mai ritirato dalla vita politica ma solo dai miei incarichi pubblici. Il mio piano per il futuro è continuare a fare il possibile per aiutare la mia gente, lavorando insieme ai giovani come semplice militante, perché credo che il miglior dirigente politico sia quello che forma persone di gran lunga migliori di lui. Poiché la causa dello sviluppo umano non si esaurisce mai, ci sono sempre problemi da affrontare e tentare di risolvere con l’impegno collettivo e l’organizzazione. Il compito di ciascuno di noi è migliorare il mondo in cui siamo nati. Il compito di un dirigente politico è quello di lasciare cuori e braccia che lo sostituiscano quando se ne va.

Hanno collaborato Annalisa Girardi e Francesca De Dominicis

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