Pastore (ISPI): “Trump dice che può fare di Cuba ciò che vuole? C’entrano le difficoltà che sta avendo in Iran”

"Le ultime dichiarazioni di Donald Trump su Cuba possono essere lette a due livelli. E uno di questi è strettamente legato alle difficoltà che gli Stati Uniti stanno incontrando in Medioriente, dopo gli attacchi contro l'Iran".
A parlare è Gianluca Pastori, ricercatore ISPI (Istituto per gli Studi di politica internazionale) e docente presso la facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell'Università Cattolica, che a Fanpage.it ha commentato le dichiarazioni rilasciate da Donald Trump su Cuba: "Posso liberarla o prenderla, penso di poterci fare tutto quello che voglio", ha detto l'ex tycoon in conferenza stampa a Washington mentre la situazione a L'Havana e dintorni resta critica.
Nelle ultime ore la mancanza di carburante ha provocato il collasso della rete elettrica e un blackout totale che ha lasciato al buio migliaia di persone. Le cose sono sicuramente peggiorate a causa delle forti pressioni del presidente USA che da gennaio ha vietato agli altri Stati di vendere carburante a Cuba, minacciandoli coi dazi. Una situazione diventata insostenibile per i 10 milioni di abitanti dell'Isola alle prese anche con una pesante crisi del sistema sanitario e – in ultimo – anche con un potente terremoto di magnitudo 6.
Prof. Pastori, come si possono leggere queste ultime dichiarazioni di Trump su Cuba?
"Possono essere rilette a due livelli, con una doppia chiave interpretativa. Il primo livello è quello delle relazioni Stati Uniti-Cuba: mentre sono in corso trattative con i vertici cubani, le dichiarazioni di Trump puntano a seminare incertezza. È una strategia che il presidente ha già adottato in altre occasioni. L'altro giorno ha detto volere un takeover ‘morbido’ di Cuba, dando l’impressione di puntare su strumenti più ‘politici’. Nelle ultime ore, siamo passati a toni più duri. Come se gli USA non volessero far capire all'interlocutore quale è la loro vera posizione, tenendosi aperte diverse strade e sfruttando questa ambiguità come strumento di pressione".
E il secondo livello?
"Il secondo livello spiega anche quello che è il timing delle ultime dichiarazioni e si lega alle difficoltà che gli USA stanno avendo in Iran. Trump ha in qualche modo bisogno di dare all'opinione pubblica interna un messaggio di sicurezza e solidità, di far capire che ha tutto sotto controllo e diverse opzioni sul tavolo, anche se nel Golfo le criticità stanno diventando tante e il consenso dell'opinione pubblica verso l’intervento resta molto basso".
Secondo lei Trump vede Cuba come un secondo Iran o è più vicina al Venezuela?
"Io credo che Trump legga la situazione cubana più in un'ottica ‘venezuelana’ che ‘iraniana’. È convinto di avere davanti un paese debole, di agire ‘nel suo giardino di casa’, in quel ‘Golfo d'America’ di cui aveva parlato durante il suo discorso d'insediamento. Gli interessi degli Stati Uniti a Cuba sono sempre stati forti. Prima della rivoluzione castrista, Cuba era uno dei perni della presenza americana nei Caraibi. Oggi, Cuba vive una situazione molto diversa da quella dell'Iran, il che fa presumere all'amministrazione di potere imprimere cambiamenti in modo più rapido e agevole. Quello che sembra contare, per Washington, più che un vero regime change, è cancellare l'immagine castrista di Cuba, così come in, Venezuela, l'arresto di Maduro non ha comportato un cambio di leadership quanto la cancellazione della sua immagine madurista ".
Le crede quindi che con le dimissioni del presidente cubano Miguel Díaz-Canel Trump raggiunga il suo obiettivo?
"Probabilmente sì. Come detto, credo che l'amministrazione USA punti a un cambio di potere ‘morbido’, sul modello venezuelano, e in questo momento Trump e i suoi collaboratori siano convinti di avere le carte in mano per ottenere questo risultato".
A scapito ovviamente della popolazione, sempre più alle prese con una povertà crescente…
"Questo però non rientra nei calcoli di Trump. Mi sembra che il presidente sia sostanzialmente indifferente a quelli che possono essere i problemi della popolazione. La sua visione della politica internazionale è quella di un gioco di grandi potenze, in cui gli attori principali agiscono e decidono e in cui gli stati ‘minori’ sono solo pedine. È una visione che potremmo definire quasi ‘ottocentesca’ — o, se preferiamo, ‘da Risiko’ — della politica internazionale".