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Nucleare in guerra, l’analisi di Podvig sui rischi oltre Chernobyl: “Incidenti, anche gravi, sono possibili”

Da Zaporizhzhia in Ucraina a Bushehr in Iran, il nucleare civile diventa leva militare. La catastrofe è dietro l’angolo. Solo un rilancio del multilateralismo potrebbe fermare la deriva. La Conferenza NTP in corso a New York è un’occasione. Divisioni e rigidità rischiano di farla fallire.
A cura di Riccardo Amati
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Il presidente Zelensky a una conferenza sulla sicurezza nucleare presso la centrale di Chernobyl
Il presidente Zelensky a una conferenza sulla sicurezza nucleare presso la centrale di Chernobyl

Quarant’anni dopo Chernobyl, l’umanità non ha raggiunto la sicurezza del nucleare civile. Decine di migliaia di studi scientifici, oltre un milione di pagine di narrativa e saggistica, centinaia di lavori di filosofi, sociologi e teorici del rischio non sono bastati.

Gli errori, i difetti tecnici e organizzativi che provocarono il più grande disastro nucleare dalla Storia sono noti. La tecnologia ha fatto passi da gigante. Fallimenti di sistema come quello di allora sono ormai poco probabili. Ma il rischio è cambiato. Oggi non nasce da guasti, sbagli e sclerosi politico-burocratiche. Nasce da una scelta. La guerra.

La questione sarà discussa dalla Conferenza di riesame del trattato di non proliferazione nucleare (NPT), apertasi a New York. Diritto internazionale e multilateralismo non vanno di moda, di questi tempi. Eppure, solo un’organizzazione interstatale che possa codificare regole cogenti e sanzionare i trasgressori sarebbe in grado di allontanare l’incubo.

Centrali di guerra

“La soglia del pericolo non è chiara, ma certo i conflitti in corso l’hanno abbassata di parecchio”, dice a Fanpage.it da Ginevra Pavel Podvig, direttore del progetto di Russian Nuclear Forces e ricercatore presso l’Istituto ONU per il disarmo.

Dal febbraio 2022, con l’invasione su larga scala dell’Ucraina, la guerra coinvolge in pieno il settore nucleare civile. Che diventa arma e strumento di ricatto. Una nuova condizione del conflitto. Alla faccia di chi si preoccupa dei danni già subiti dall’ambiente e della possibilità che succeda il peggio.

Le forze russe hanno attaccato e temporaneamente occupato l’impianto di Chernobyl. Hanno colpito il reattore sperimentale dell’Istituto di fisica di Kharkiv. A Zaporizhzhia si sono impossessate della più grande centrale nucleare d’Europa. La hanno militarizzata. Trasformata in un luogo strategico del conflitto.

Ormai è difficile capire se i droni, i missili, i proiettili che spesso sfiorano e a volte colpiscono l’impianto sul Dnipro provengano dalle linee di uno o l’altro dei belligeranti. Anche la centrale di Khmelnytskyi si trova lungo le rotte di missili e cacciabombardieri, a pochi chilometri dal fronte.

Le polveri di Chernobyl

Nei primi giorni dell’invasione, le truppe russe occuparono la zona di esclusione di Chernobyl. Sono 2.600 chilometri quadrati attorno alla centrale dove la radioattività resta elevata.

I mezzi militari hanno sollevato polveri contaminate. Nella “Foresta rossa”, altamente radioattiva, i soldati hanno scavato trincee e appiccato incendi su migliaia di ettari. Il fumo contaminato ha impedito l’intervento dei vigili del fuoco.

Dopo circa un mese, le forze armate di Mosca si sono ritirate. Lasciando danni per 100 milioni di euro, secondo la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo.

Ma non è finita. Nel febbraio 2025 un drone Geran-2 colpisce il New Safe Confinement (NCS), la cupola di contenimento in acciaio che dal 2016 avvolge l’instabile “sarcofago” di cemento gettato dai sovietici sul reattore 4, quello dell’esplosione del 1986.

Il buco nell’acciaio

Costato 1,5 miliardi di euro e costruito da un consorzio di 45 Paesi, l’NCS è la più grande struttura mobile esistente.

Serve a contenere le 180 tonnellate di combustibile nucleare e le cinque di polvere radioattiva ancora presenti nel reattore, mentre si lavora allo smantellamento del vecchio “sarcofago”.

Il drone russo ha provocato una falla di 15 metri quadrati. Nessuna perdita di radiazioni. Ma “ha compromesso le principali funzioni di contenimento”, secondo una valutazione tecnica commissionata da Greenpeace.

“Se il sarcofago sovietico crollasse, si libererebbero nell’aria almeno cento tonnellate di combustibile nucleare”, ha detto a The Guardian il direttore dell’impianto, Serhii Tarakanov. L’NCS, infatti, non sarebbe più in grado di trattenere la contaminazione. E il sarcofago è decrepito. Doveva durare 20 anni. Ne ha appena compiuti quaranta. I lavori di smantellamento sono fermi. Troppo pericoloso, adesso.

Costo per una riparazione completa dell’NCS: 500 milioni di euro. L’Ucraina per ora non li ha trovati. “Servirebbero un centinaio di operai specializzati, a volte con rotazioni ogni pochi minuti”, secondo Tarakanov. L’ambiente più contaminato d’Europa non perdona.

Gli ingegneri avvertono che se la messa in sicurezza non sarà completata entro quattro anni, la funzione stessa dell’NCS verrà meno. Non durerebbe più un secolo, come previsto.

Bersagli per caso (forse)

“Non credo che la Russia abbia deliberatamente attaccato il reattore 4 di Chernobyl”, commenta Podvig. “Quel drone ha colpito per sbaglio. O su ordine di qualche ufficiale di basso rango che non sapeva quel che faceva. Ma l’insidia è proprio questa: l’incidente, gli ordini avventati”.

Cose che succedono ogni giorno, in guerra. E ogni giorno proiettili di ogni tipo sfiorano Chernobyl e gli altri due impianti nucleari ucraini. “È una situazione molto brutta”, aggiunge l’esperto. “Ma è difficile che si ripeta una catastrofe come quella del 1986”.

Allora ci fu la distruzione del nocciolo e una fuoriuscita diretta di radiazioni nell’ambiente, cosa che oggi non potrebbe succedere al reattore 4 di Chernobyl. “Anche se la protezione dell’NCS non è più ermetica e al massimo dell’efficienza”,  precisa Podvig.

Né potrebbe succedere altrove, a meno che non venisse centrato un reattore attivo con un colpo diretto. “Mi sento di escludere che qualcuno voglia farlo. Ma incidenti, anche gravi, sono possibili”.

Bersagli mirati

Fatto sta che anche nelle ultime settimane, a circa tremila chilometri di distanza da Chernobyl, obiettivi nucleari sono stati colpiti intenzionalmente. E qui non ci sono dubbi.

Gli attacchi americani e israeliani sulle installazioni iraniane non hanno interessato solo siti per l’arricchimento dell’uranio. Nel mirino, anche una centrale nucleare vera e propria, e per uso civile: quella di Bushehr.

“Non ci sono rischi di dispersione radioattiva dagli impianti di arricchimento, ma provocare esplosioni nell’area di Bushehr è stato molto pericoloso, anche se non sono stati presi di mira i reattori”, spiega Podvig.

Peraltro, Bushehr – come anche i siti di Natanz, Fordow e Isfahan – è sotto l’autorità tecnica e di controllo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA). A dimostrare che attualmente la comunità internazionale non è in grado di tutelare gli impianti nucleari da operazioni militari.

Diritto internazionale (negato)

I Protocolli aggiuntivi delle Convenzioni di Ginevra vietano che le centrali nucleari diventino obiettivo militare. Il regime giuridico però resta ambiguo.

“Difficile tracciare una red line”, sottolinea Podvig. “Per esempio, il centro nucleare di Dimona in Israele ufficialmente ha scopi solo scientifici. In realtà, produce elementi chiave per gli armamenti israeliani. Dovrebbe essere quindi esentato”?

Mentre continuano le operazioni militari attorno alla Centrale nucleare di Zaporizhzhia e potrebbero ripetersi attacchi a siti iraniani, gli attacchi contro impianti nucleari civili sono tornati al centro del dibattito internazionale.

A partire dalla Conferenza di riesame NPT, in corso in questi giorni. “Non è in agenda, non ci sono agende vere e proprie. Ma è certo che sarà argomento di discussione”, rivela Pavel Podvig.

Multilateralismo e istinto di conservazione

Il confronto è polarizzato. “Accuse di doppio standard e politicizzazione rischiano di bloccare la conferenza”, secondo il Vienna Center for Disarmament and Proliferation (VCDNP).

Intanto l’AIEA ha cessato ogni attività in Iran. E anche in Ucraina non può fare molto di più che segnalare “danni estesi e crescenti rischi per la sicurezza nucleare”.

È evidente che serve molto di più. Il diritto internazionale non dispone di un potere coercitivo forte. Si fonda sull’interesse comune, sul consenso, sulla reciprocità. E nella complessità di un mondo in cui rischia di trionfare l’aggressività distruttiva, è sempre più necessario.

La dimensione multilaterale è quella in cui il diritto internazionale può diventare universale e stabile nel tempo. Parafrasando il filosofo Mauro Ceruti, non si tratta di cosmopolitismo astratto o sentimentale. Coincide con l’istinto di conservazione.

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