Gli effetti sugli animali di Chernobyl, 40 anni dopo: la zona di esclusione è un laboratorio a cielo aperto

A 40 anni dal disastro di Chernobyl, uno degli incidenti nucleari più gravi di sempre, l'area di esclusione attorno all'ex centrale è diventata un laboratorio scientifico a cielo aperto senza precedenti, un ecosistema a parte unico al mondo, in cui in questi quattro decenni animali e vegetazione hanno occupato ogni spazio – nonostante gli effetti negativi documentati su molte specie – rispondendo a quell'evento distruttivo in un modo che ancora oggi gli scienziati stanno cercando di interpretare e comprendere.
Dopo l'esplosione del reattore 4, nella notte del 26 aprile 1986, l'area attorno alla centrale e la vicina città di Pripyat furono investite da ondate così massicce di radiazioni che l'hanno trasformata in una delle aree più contaminate da radiazioni al mondo. Da allora quell'area – nota come "zona di esclusione" o "zona di alienazione" – è stata evacuata e in gran parte interdetta all'uomo. Lo stesso però non si è potuto fare con gli animali e ovviamente la vegetazione. Oggi l'area di esclusione è irriconoscibile: è quanto più vicino a una città post-apocalittica si possa immaginare, ma le specie che sono rimaste al suo interno hanno sviluppato delle mutazioni, che ancora oggi sono allo studio degli scienziati di tutto il mondo.
Come appare oggi l'area di esclusione
Oggi, dopo 40 anni dall'esplosione, l'area è abitata da svariate specie animali: mentre gli effetti delle radiazioni sono stati devastanti per alcune specie, che tuttora lottano per resistere, alcune sono ricomparse dopo anni di assenza in quella parte del mondo e altre, prima poco presenti, hanno sorprendentemente preso a ripopolare l'area.
Molte di queste specie sono tuttora oggetto di studio. Tra quelle che più hanno incuriosito i ricercatori ci sono le rane. Il primo a notarle fu nel 2016 – come ricostruisce questo approfondimento della BBC – il biologo evoluzionista Pablo Burraco, una dei pochi esseri umani ad aver messo piede nell'area d'esclusione dopo l'incidente nucleare. Durante la sua prima uscita nell'area lo scienziato spagnolo, attratto dal garrire di una rana si avvicinò ad essa e notò un dettaglio inaspettato. Il colore della pelle era molto più scuro di quelle delle rane fuori dall'area.
Uno studio successivo condotto dal team di Burraco su circa 200 rane suggerisce che gli esemplari che vivono nella zona di esclusione avevano un colore più scuro (dovuto a una maggiore presenza di melanina) rispetto a quelli che vivono al di fuori. L'ipotesi emersa dallo studio è che quel colore più scuro potrebbe agire come una sorta di scudo protettivo dalle radiazioni, ma è bene specificare che parliamo ancora di una teoria non confermata e su cui non tutti gli esperti sono d'accordo. La stessa spiegazione è stata ipotizzata per altre specie, animali e vegetali, che hanno sviluppato un colore più scuro rispetto ai loro simili fuori dall'area radioattiva.
Tra tutti, un fenomeno che ha catturato l'interesse degli scienziati è la formazione all'interno della stessa centrale di un fungo nero: alcuni ipotizzano che questi funghi radiotrofici utilizzino la melanina per convertire le radiazioni in energia.
L'interesse sui cani e i lupi di Chernobyl
Altre specie che hanno catturato l'interesse dei ricercatori sono i cani selvatici nati nell'area, probabilmente dai cani abbandonati subito dopo l'esplosione. Nello specifico, uno studio sul loro DNA ha rilevato che questi animali siano geneticamente distinti dagli altri cani che vivono altrove. Tuttavia non è ancora chiaro se questi cambiamenti siano dipesi da una risposta alle radiazioni o ad altre sostanze, come i metalli pesanti, presenti in elevate concentrazioni in quest'area.
Per quanto riguarda gli animali sono stati osservati altri fenomeni interessanti e inaspettati. Non sono stati avvistati solo lupi, orsi e bisonti, ma anche esemplari di specie che in quell'area non si vedevano da tempo, come la lince eurasiatica. Vale la pena soffermarsi un attimo su quello che è successo alla popolazione di lupi dell'area. Si stima che la loro presenza nell'area attorno a Chernobyl sia sette volte superiore rispetto a quelle registrate nelle aree vicine. Uno studio condotto nel 2014 su questi esemplari suggerisce che potrebbero aver sviluppato delle capacità anticancro forse collegabili alle elevatissime dosi di radiazioni a cui erano esposte, ma le prove sono limitate. Nonostante fossero trascorsi quasi 30 anni dall'esplosione, nel 2014 le radiazioni a cui erano esposti i lupi nell'area erano circa sei volte superiori al limite considerato sicuro per un essere umano.
Effetti ancora oggetto di studio
Anche la vegetazione ha subito l'impatto delle radiazioni: mentre la maggior parte dei pini è morta dopo l'esplosione, gli alberi di betulla hanno preso il sopravvento creando un ambiente nuovo rispetto a quello precedente all'incidente. La soia coltivata sembra invece essersi adattata per sopravvivere alle radiazioni, ma anche su questo fenomeno mancano delle prove certe. Un punto cruciale per poter parlare di un'evoluzione delle specie finalizzata ad adattarsi al nuovo ambiente radioattivo – ha spiegato la radiobiologa Carmel Mothersill, professoressa emerita alla McMaster University – è capire se eventuali mutazioni sviluppate in piante e animali subito dopo l'incidente siano state ereditate anche dalle generazioni successive.
Inoltre, accanto ad alcune specie che sembra stiano sopravvivendo all'ambiente radioattivo, ce ne sono altre che sono state gravemente colpite. Tra le specie più studiate ci sono le rondini: diverse ricerche degli anni '90 hanno rilevato un significativo tasso di mutazioni, inoltre è stato osservato una grave riduzione in termini di popolazione presente nell'area e delle loro capacità riproduttive.