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Elezioni Midterm 2026

Midterm 2026, l’onda dem dimostra il malcontento verso Trump e travolge la sua coalizione: cosa cambia ora negli Usa

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I democratici sono tornati padroni di Camera e Senato. Ispanici e giovani, decisivi per la vittoria di Trump due anni fa, gli hanno voltato le spalle a causa di prezzi alti, guerra con l’Iran e stretta sull’immigrazione.

Due anni fa, all’indomani della netta vittoria di Donald Trump su Kamala Harris, proprio su queste pagine avevo indicato due ragioni principali per cui i repubblicani erano riusciti a tornare alla Casa  Bianca. La prima era la distanza tra un’economia che sulla carta andava bene e quella che le famiglie  americane vedevano ogni giorno, tra prezzi in aumento e stipendi che faticavano a bastare fino a fine  mese. La seconda era la capacità di Trump di allargare la base repubblicana, guadagnando consensi tra gli ispanici, gli afroamericani e i giovani. Ebbene, alle elezioni di metà mandato, il caro vita, tutt’altro che risolto nonostante le promesse elettorali, si è ritorto contro il partito del presidente e i democratici hanno ampiamente recuperato terreno proprio tra gli elettori che avevano contribuito a portarlo alla Casa Bianca, soprattutto tra i giovani maschi e gli ispanici.

Così intorno alle 22:15 di Washington, le 4:15 in Italia, le reti televisive americane hanno assegnato ai democratici la maggioranza alla Camera. Poco più di un’ora dopo, le proiezioni hanno dato loro anche il Senato, dove i repubblicani partivano da 53 seggi su 100. I democratici ne hanno strappati agli  avversari almeno sette, in Texas, Ohio, North Carolina, Kansas, Iowa, South Carolina e Maine. In Maine, Troy Jackson ha battuto Susan Collins, che sedeva al Senato da quasi trent’anni. In Alaska e Mississippi lo spoglio è invece ancora in corso e i candidati democratici restano favoriti. Un risultato di questa portata non si può liquidare attribuendolo soltanto all’astensione degli elettori repubblicani, tanto più che i dati disponibili indicano un’affluenza da record per un’elezione di metà mandato.

La valanga democratica travolge il Texas

La sorpresa più grande è arrivata sicuramente dal Texas, dove nel 2024 Donald Trump aveva battuto l’ex vicepresidente democratica Kamala Harris con quasi 14 punti di vantaggio. Qui il candidato democratico James Talarico, ex insegnante di 37 anni, ha sconfitto Ken Paxton nella corsa al Senato federale, mentre Gina Hinojosa ha battuto il governatore uscente Greg Abbott. Con queste vittorie, i  democratici sono tornati a vincere per la prima volta dal 1994 in elezioni in cui si votava in tutto il Texas, interrompendo la più lunga serie di sconfitte consecutive subita da uno dei due maggiori partiti  americani nelle competizioni di questo tipo in un singolo Stato.

Hinojosa, deputata statale cresciuta a Brownsville, cittadina al confine con il Messico, è cos diventata la prima governatrice democratica dai tempi di Ann Richards e la prima persona di origine ispanica a guidare il Texas, uno Stato dove ormai oltre il 40% dei residenti è ispanico. Abbott, che fino a martedì era rimasto imbattuto nelle elezioni generali, puntava invece a un quarto mandato che lo avrebbe reso, in caso di vittoria, il governatore rimasto più a lungo in carica nella storia dello Stato.

Il grande sconfitto è però Ken Paxton, procuratore generale uscente del Texas, che nel 2023 era stato messo in stato d’accusa dalla Camera statale, a maggioranza repubblicana, per presunti episodi di corruzione. Il Senato statale, anch’esso controllato dai repubblicani, lo aveva poi assolto. Secondo AdImpact, quella per il seggio al Senato del Texas è stata la campagna elettorale più costosa mai registrata negli Stati Uniti al di fuori delle presidenziali. Tra le primarie e il voto di novembre, sono stati spesi 573,2 milioni di dollari in spot elettorali: secondo AFP, il solo Elon Musk ha speso oltre 200 milioni di dollari per sostenere Paxton.

Ma i successi democratici in Texas non si sono certo fermati qui. Vikki Goodwin ha conquistato la carica di vicegovernatrice battendo il repubblicano uscente Dan Patrick e, come prevede la Costituzione del Texas, presiederà ora il Senato statale. Sarah Eckhardt ha battuto Don Huffines nella corsa alla carica di responsabile delle entrate fiscali e dei conti dello Stato. Jon Rosenthal è diventato il primo democratico dal 1990 a essere eletto nella Railroad Commission, l’ente statale che regola  l’industria del petrolio e del gas. I repubblicani hanno inoltre perso la maggioranza nella Camera del Parlamento texano, che controllavano ininterrottamente dal 2003.

Persino la nuova mappa dei collegi per la Camera dei Rappresentanti si è ritorta contro i repubblicani che l’avevano ridisegnata apposta per strappare cinque seggi ai democratici. Se i nuovi confini fossero stati in vigore nel 2024, Trump avrebbe vinto in tutti e cinque i collegi con almeno 10 punti di vantaggio. In quattro di questi, però, gli ispanici erano la maggioranza degli aventi diritto al voto. Già a marzo la Brookings Institution aveva individuato il punto debole del piano, soprattutto nel sud del Texas: chi aveva ridisegnato la mappa dava per scontato che gli ispanici passati a Trump nel 2024 avrebbero continuato a votare repubblicano. Martedì, invece, i repubblicani hanno conquistato uno solo dei cinque seggi messi nel mirino e ne hanno persi altri due che già controllavano. Secondo il Texas Tribune, la delegazione repubblicana del Texas scenderà così da 25 a 24 deputati, a fronte dei 30 a cui il partito aspirava prima del voto.

Le vittorie per il governatorato e il Senato sollevano però un interrogativo cruciale in vista del 2028: il Texas, secondo Stato più popoloso del Paese, con 40 grandi elettori, tornerà davvero a essere contendibile anche alle presidenziali? Traci Gibson, presidente del Partito Democratico nella contea di Harris, che comprende gran parte della città di Houston, ne è convinta. Secondo lei, Talarico ha saputo parlare anche a chi abitualmente vota per altri partiti, con un messaggio che potrebbe funzionare anche in altre elezioni: "Non è una questione di destra o di sinistra. È piuttosto saper parlare a chi sta in basso, invece che a chi sta in alto", ha detto ad AFP.

Anche depurando l’effetto dell’ondata democratica nazionale di queste elezioni, è indubbio che il Texas stia mostrando segnali di uno spostamento a sinistra: secondo le stime di Theoelections, anche in un ipotetico scenario di parità nazionale, il vantaggio repubblicano nello Stato sarebbe sceso dai 12 punti del 2024 ai 5,7 di quest’anno. Un margine più che dimezzato, ma ancora abbastanza ampio da rendere prematuro considerare il Texas, almeno nel breve periodo, uno Stato in bilico tra i due partiti.

La rivincita democratica in Ohio

In Ohio, invece, Sherrod Brown è tornato al Senato battendo Jon Husted nell’elezione speciale per il seggio che era stato di Vance, mentre Amy Acton è stata eletta governatrice battendo con quasi 8  punti di vantaggio il candidato repubblicano Vivek Ramaswamy, sostenuto da Trump, dal  vicepresidente JD Vance e da Elon Musk. Un netto ribaltamento rispetto al 2024, quando l’attuale presidente aveva vinto questo Stato con 11 punti di scarto. Acton, che ha diretto il Dipartimento della Salute dell’Ohio nella prima fase della pandemia, è diventata così la prima donna eletta governatrice dello Stato, nonché la prima democratica a vincere questa carica dal 2006.

Al 20 ottobre, Vivek Ramaswamy e i gruppi che lo sostenevano avevano speso quasi 140 milioni di  dollari in pubblicità elettorale, oltre il triplo rispetto ad Amy Acton e ai suoi alleati, secondo i dati di AdImpact riportati dal Washington Post. Molti spot hanno attaccato Acton per le restrizioni introdotte  durante la pandemia, quando era alla guida del Dipartimento della Salute dell’Ohio. Ma uno degli spot più controversi trasmessi dalla campagna di Ramaswamy è quello in cui la madre della candidata democratica, Donna Arthur, accusa apertamente la figlia di aver mentito sulla propria infanzia.

Acton aveva infatti raccontato di non aver più avuto contatti con la madre dal 1978, quando, a 12 anni, fu sottratta alla sua custodia dopo che il patrigno era stato accusato di averla stuprata. L’uomo fu effettivamente incriminato, ma il caso non arrivò mai a processo. Il comitato elettorale di Ramaswamy aveva investito circa 4 milioni di dollari per trasmettere questo spot, ma alla fine le critiche per il dubbio gusto di questo attacco personale, arrivate da entrambi i partiti e anche dal governatore repubblicano uscente Mike DeWine, hanno spinto la sua campagna a ritirarlo dagli schermi televisivi il 29 ottobre. Lo staff di Ramaswamy ha però continuato a promuoverlo online.

I collegi ridisegnati e il peso di Trump sul voto

A partire dal 2025, su spinta di Trump, i repubblicani hanno ridisegnato i collegi della Camera dei Rappresentanti in diversi Stati, tra cui Texas, Florida, North Carolina e Ohio, senza attendere il  censimento del 2030. L’obiettivo era guadagnare una quindicina di seggi tramite il gerrymandering, ovvero la pratica di tracciare i confini dei collegi in modo tale da favorire uno specifico partito. Il risultato è stato però ben diverso da quello sperato: i repubblicani hanno perso tutti e nove i collegi  modificati a proprio vantaggio che il Cook Political Report aveva classificato come incerti o favorevoli  ai democratici. In Florida, ad esempio, la nuova mappa dei collegi avrebbe potuto portare i  repubblicani da 20 a 24 seggi su 28. I democratici hanno invece vinto in almeno tre dei quattro collegi che il partito di Trump puntava a conquistare.

Dopo la perdita della maggioranza in entrambe le camere del Congresso, Trump ha cercato in tutti i modi di sottrarsi alla responsabilità della sconfitta. Su Truth Social ha scritto che il suo nome non era sulla scheda e che, se ci fosse stato, i repubblicani avrebbero vinto “con una valanga di voti”. I primi exit poll diffusi da CBS News indicano però che circa sei elettori su dieci hanno tenuto conto del proprio giudizio sul presidente nel decidere chi votare alla Camera. Solo il 38% ha detto di approvare il  suo operato, il dato più basso mai registrato per un presidente in carica negli exit poll delle elezioni di  metà mandato, inferiore persino a quello di George W. Bush nel 2006.

Nella mia analisi del 2024 avevo ricordato la frase che Harry Truman teneva sulla scrivania alla Casa  Bianca: "The buck stops here", ossia che la responsabilità finale di ciò che accade nel Paese ricade sul presidente in carica. Due anni fa erano stati Joe Biden e Kamala Harris a pagare il prezzo dell’inflazione, un problema che secondo molti elettori la loro Amministrazione aveva drammaticamente sottovalutato. Questa volta è toccato a Trump, che in campagna elettorale aveva  promesso di far scendere i prezzi fin dal primo giorno del suo mandato.

Secondo l’AP Voter Poll, circa sei elettori su dieci hanno attribuito i prezzi più alti del solito soprattutto alle politiche del presidente. In un sondaggio Reuters/Ipsos condotto prima del voto, il 48% degli elettori registrati indicava il costo della vita come il fattore più importante nella scelta di chi votare. Il 49% degli intervistati diceva inoltre che le finanze della propria famiglia erano peggiorate da quando  Trump era tornato alla Casa Bianca. Sul giudizio degli elettori hanno pesato anche i dazi, il rincaro  della benzina e la guerra contro l’Iran, che per il 55% degli interpellati da Reuters/Ipsos non valeva il  prezzo pagato. Non meraviglia dunque il fatto che Costas Panagopoulos, politologo della Northeastern University di Boston, abbia definito il risultato delle urne come un “un ripudio su tutta la  linea” di Trump e delle politiche repubblicane.

Gli elettori che si sono spostati verso i democratici

Due anni fa Trump era diventato il primo candidato repubblicano alla presidenza a vincere nella contea di Starr, nel sud del Texas, da oltre un secolo. Il risultato aveva fatto di Starr il simbolo dell’avanzata repubblicana nelle contee a maggioranza ispanica lungo il Rio Grande. Trump aveva saputo conquistare elettori di origini diverse facendo leva su preoccupazioni condivise, a cominciare proprio dal costo della vita. Quel consenso si fondava però sulla fiducia nelle sue promesse e si è fortemente indebolito quando, alla prova del governo, molte di queste sono rimaste disattese.

Così alle elezioni di martedì Talarico e Hinojosa sono stati in grado di riportare dalla parte dei democratici diverse contee che nel 2024 avevano scelto Trump, a partire proprio da Starr.  L’inversione di tendenza è emersa anche nelle elezioni per la Camera dei Rappresentanti, dove nel 34° collegio, ridisegnato dai repubblicani a proprio vantaggio, il democratico Vicente Gonzalez è stato rieletto con circa 16 punti di margine. Nel 28° collegio, Henry Cuellar ha conservato il suo seggio con oltre 30 punti di vantaggio e ha parlato di “un riallineamento politico”. Infine, nel 15° collegio, il candidato democratico Bobby Pulido ha strappato il seggio alla repubblicana uscente Monica De La Cruz.

Il recupero democratico tra gli elettori ispanici emerge anche dai dati nazionali. Secondo le stime preliminari del New York Times sul voto per la Camera, il 69% tra loro ha scelto i democratici e solo il 30% i repubblicani: un vantaggio cresciuto di 28 punti rispetto alle presidenziali del 2024. Tra i giovani dai 18 ai 29 anni, il margine è salito di 32 punti, fino a 41. Nella fascia tra i 30 e i 44 anni è arrivato a 26  punti. Gli uomini, che due anni fa avevano preferito Trump, hanno dato ai democratici un lieve vantaggio, con il 51% contro il 48%. Tra gli afroamericani, il sostegno ai democratici ha raggiunto il 91% e il loro vantaggio è cresciuto di altri 9 punti.

Il recupero ha riguardato anche gli elettori meno istruiti. Rispetto al 2024, il margine si è spostato verso i democratici di 18 punti tra chi aveva al massimo un diploma di scuola superiore, contro i 10 punti tra chi possedeva un titolo post-laurea. Tra gli elettori non bianchi senza laurea, un gruppo in cui Trump aveva guadagnato maggiormente terreno nel 2024, i democratici hanno ottenuto il 76% contro il 22%, migliorando il loro margine di 23 punti. Tra i bianchi senza laurea, i repubblicani sono rimasti avanti, con il 59% contro il 40%, ma il loro vantaggio si è assottigliato di 14 punti. Due anni fa il deputato del Bronx Ritchie Torres aveva avvertito che il Partito Democratico rischiava di diventare il partito delle élite istruite, sempre più distante dalla classe lavoratrice. Martedì invece ha recuperato  più terreno proprio tra chi non ha mai ottenuto una laurea.

A rafforzare i democratici hanno contribuito anche gli elettori che nel 2024 si erano astenuti. Secondo i dati del centro di ricerca NORC, hanno costituito circa il 15% dei votanti di queste elezioni di metà mandato e hanno preferito i candidati democratici con circa 20 punti di margine.

Nel 2024 Trump aveva allargato il proprio consenso anche promettendo una dura lotta all’immigrazione. Secondo Gallup, quell’anno il 55% degli americani voleva ridurla, contro il 28% del 2020. Nel mio articolo avevo raccontato anche di persone immigrate legalmente negli Stati Uniti che chiedevano controlli più severi sugli ingressi irregolari. Ma già nel giugno 2025, a pochi mesi dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, la quota di americani favorevoli a ridurre l’immigrazione era scesa al 30%, mentre il 79% era tornato a considerarla come una cosa positiva per il Paese, il dato più alto mai rilevato da Gallup. Il calo più marcato nel sostegno a una riduzione si era verificato proprio tra i repubblicani, passati dall’88% al 48%.

Un anno dopo, a giugno 2026, il 29% voleva ridurre l’immigrazione e il 73% continuava a giudicarla positiva. Nelle comunità ispaniche, intanto, si stavano facendo sentire sempre di più gli effetti dei controlli e delle operazioni anti immigrazione condotte dall’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione e le dogane. Come ha scritto sul blog della London School of Economics Lisa Magaña, docente di  studi transfrontalieri all’Arizona State University, per molti l’immigrazione “è diventata una questione personale”. I controlli hanno iniziato a riguardare spesso loro stessi, i loro familiari o i loro amici. Così secondo Magaña, l’ampiezza della stretta antimmigrazione ha contribuito ad allontanare da Trump una parte degli elettori ispanici che lo avevano sostenuto nel 2024 anche per questo motivo.

Che cosa cambia ora per Trump e per il Senato

Molti degli elettori che martedì hanno scelto i democratici chiedono ora al Congresso un controllo più incisivo sull’operato del presidente. Nel discorso per la sua rielezione in Georgia, il senatore  democratico Jon Ossoff, considerato come uno dei papabili candidati democratici alla presidenza nel  2028, ha definito senza mezzi termini Trump come “un presidente fallito e ormai un’anatra zoppa”. Il presidente, però, ha subito ricordato di avere ancora il potere di veto e ha annunciato che lo userà per bloccare le leggi proposte dai democratici a cui si oppone.

La perdita del Senato potrebbe però pesare sui repubblicani ben oltre la fine del mandato di Trump. I democratici hanno già conquistato 54 seggi e potrebbero arrivare a 56 vincendo anche in Alaska e Mississippi, dove lo spoglio è ancora in corso. Nel 2028 saranno i repubblicani a dover difendere più seggi, mentre nel 2030 toccherà invece ai democratici, molti dei quali, però, saranno in corsa in Stati dove il partito ha ottenuto buoni risultati martedì. Per riconquistare la maggioranza al Senato, ai repubblicani servirebbe un guadagno netto di 4–6 seggi, a seconda dell’esito delle due sfide ancora aperte, se mantenessero la Casa Bianca nel 2028: con 50 senatori potrebbero infatti contare sul voto  decisivo del vicepresidente. Se invece la presidenza passasse ai democratici, avrebbero bisogno di un ulteriore seggio in più. Il ritorno a una maggioranza repubblicana al Senato potrebbe dunque slittare  fino al 2032.

Per Trump, una delle conseguenze più immediate riguarda le nomine. Dal 3 gennaio 2027, la nuova maggioranza democratica al Senato potrà infatti bloccare la conferma dei giudici federali e di molti alti funzionari dell’Amministrazione, compresi i Segretari a capo dei Dipartimenti federali, l’equivalente dei nostri Ministri. Ancora più rilevante è il fatto che nel caso in cui si liberasse un nuovo posto alla Corte Suprema, il candidato scelto da Trump avrebbe bisogno dell’approvazione del Senato per assumere l’incarico.

Con i democratici alla guida di entrambe le camere, la Casa Bianca dovrà inoltre negoziare con l’opposizione le leggi di spesa e le altre misure del suo programma che richiedono l’approvazione del  Congresso. Ma questo vincolo rischia di riguardare anche il successore di Trump: se, infatti, nel 2028 i democratici riuscissero, come appare possibile, a mantenere il controllo del Senato e un  repubblicano dovesse comunque vincere la corsa per la Casa Bianca, il nuovo presidente sarebbe costretto a negoziare con l’opposizione democratica persino la conferma dei membri del proprio governo. Insomma, rischierebbe di partire da subito come un’"anatra zoppa".

Le prospettive democratiche dopo il voto

Nel 2024, i progressi di Trump tra gli elettori ispanici e afroamericani sembravano poter garantire ai repubblicani un vantaggio duraturo, soprattutto in Stati del Sud come Texas, Georgia e North  Carolina, dove queste comunità rappresentano una quota importante dell’elettorato. Se le attuali tendenze demografiche proseguiranno, tutti e tre potrebbero ottenere più seggi alla Camera dei Rappresentanti dopo il censimento del 2030 e, di conseguenza, più grandi elettori alle presidenziali a partire dal 2032. I repubblicani contavano di consolidare il proprio consenso proprio negli Stati destinati ad acquistare maggiore peso elettorale, ma le vittorie democratiche di martedì mostrano quanto quella prospettiva sia tornata quanto meno in discussione.

A determinare gli equilibri futuri contribuirà anche il ridisegno dei collegi dopo il censimento, sul quale peserà il controllo dei parlamenti statali. In Wisconsin, i democratici hanno conquistato entrambe le camere del Parlamento statale e conservato la carica di governatore con David Crowley, creando così le condizioni per riscrivere una mappa che ha a lungo favorito i repubblicani. In North Carolina, invece, i democratici hanno conquistato la Camera statale, mentre il controllo del Senato è ancora in bilico. Quando si insedierà, la nuova maggioranza alla Camera potrà fermare un altro ridisegno voluto dai repubblicani, ma per approvare una mappa diversa servirà anche il voto del Senato statale.

Il successo di martedì apre dunque opportunità concrete per i democratici, ma testimonia soprattutto il malcontento verso Trump. Secondo l’AP Voter Poll, circa metà degli elettori ha espresso un’opinione favorevole del Partito Democratico, contro circa quattro su dieci per quello repubblicano. Il malcontento per il caro vita, i dazi e la guerra con l’Iran sembra così aver restituito ai democratici consensi che appena due anni fa apparivano irrimediabilmente perduti. Ma per riconquistare la Casa  Bianca nel 2028, però, il partito dovrà ora offrire proposte credibili e risposte concrete alle difficoltà quotidiane che hanno spinto tanti americani ad abbandonare Trump appena due anni dopo averlo votato. Un cambiamento così rapido mostra anche quanto il consenso possa mutare quando le aspettative vengono deluse. Per i democratici sarebbe quindi un grave errore considerare acquisita la fiducia di chi martedì ha voluto punire il presidente: la sfida dei prossimi due anni sarà anzi convincere quegli elettori a sceglierli per ciò che intendono fare, e non solo per ciò a cui si oppongono.

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Daniele Angrisani, 43 anni. Appassionato da sempre di politica internazionale, soprattutto Stati Uniti e Russia. 
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