L’occupazione senza fine in Cisgiordania, 40 mila sfollati e città fantasma: “Abbiamo perso più delle nostre case”

Da più di un anno e mezzo l’esercito israeliano occupa militarmente i campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams nel nord della Cisgiordania. L'operazione Iron Wall, che prevedeva la presa dei campi per una durata limitata a poche settimane, si è trasformata in un'occupazione permanente e non se ne vede la fine.
Oltre 40 mila sfollati non hanno accesso alle proprie case. Tel Aviv adduce ragioni di sicurezza dietro quella che, a detta di molti, sembra una nuova Nakba.
Le IOF (Israeli Occupation Forces) hanno annunciato che l’occupazione sarebbe durata pochi giorni, dopo i quali hanno esteso questo periodo per i primi tre mesi.
Sono trascorsi oltre 18 mesi e poche decine di soldati rimangono asserragliati in quelle che sono oggi città fantasma. I danni alle infrastrutture idriche ed elettriche sono ingenti in tutti e tre gli insediamenti, le abitazioni demolite sono centinaia.
L’accesso è stato proibito a chiunque, salvo rare eccezioni in cui agli abitanti sono stati concessi pochi minuti per raccogliere effetti personali. La morfologia stessa di questi quartieri è stata stravolta per adattare piccoli vicoli al passaggio di mezzi militari pesanti.
Blocchi di cemento o muri di terra sono posti agli ingressi. Percorrendo il perimetro delle aree interessate, è evidente il livello di distruzione provocato intenzionalmente dall’esercito, a seguito degli scontri.

Israele vuole liquidare definitivamente il diritto al ritorno dei profughi palestinesi. Tale sviluppo creerebbe le precondizioni legali e culturali per sradicare le istanze di coloro che vennero cacciati durante la Nakba (catastrofe) del 1948 e che fino a gennaio 2025 abitavano nei campi profughi del nord.
Naji e Ghassan hanno accettato di condividere la loro testimonianza a patto di non farlo con il loro vero nome. Sono cresciuti nel campo di Nur Shams a Tulkarem.
“È il più grande sfollamento di palestinesi mai avvenuto dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967. Le autorità israeliane sostengono che a seguito dell’evacuazione non si è verificata una crisi umanitaria, in quanto tutti hanno trovato una sistemazione fuori dai campi. Quando ho sentito queste dichiarazioni, ho capito che non ci lasceranno mai più tornare alle nostre case”.
Ghassan aggiunge: “Mia nonna sta rivivendo lo stesso incubo di quando era bambina, per lei è la seconda volta che accade. Vedere la sua rassegnazione mi distrugge”.
Le tensioni interne prima dell’operazione Iron Wall
La campagna militare Iron Wall è iniziata il 21 gennaio 2025. È stata condotta con l’ausilio di un uso massiccio dell’aviazione, dei droni e di incursioni di terra.
In pochi giorni le IOF hanno preso il dominio delle aree assediate. Nelle settimane successive hanno consolidato tale controllo sbaragliando la resistenza armata palestinese che è storicamente parte del tessuto sociale dei campi di Tulkarem, Jenin e Nur Shams.
L'offensiva israeliana è arrivata dopo settimane di tensione a Jenin, dove la polizia dell'Autorità Nazionale Palestinese (ANP) aveva lanciato un'operazione contro gruppi armati locali. Molti abitanti dei campi hanno interpretato quell'intervento come un tentativo di ridurre l'autonomia delle brigate presenti nell'area. Il clima di scontro interno ha preceduto di poche settimane l'avvio dell'operazione Iron Wall.
A detta di Naji le accuse della polizia sono infondate.
“L’antagonismo delle autorità di Ramallah verso i gruppi armati che abitano, proteggono e controllano i campi nel nord è solo un’ulteriore repressione militare, che si somma a quella dell’occupazione israeliana. È una scusa per estendere la presenza dell’ANP anche in queste aree. Guarda caso è anche l’obiettivo di Israele e degli Stati Uniti. Il piano prevede di installare stazioni di polizia controllate dalle Autorità Palestinesi all’interno dei campi, mentre l’esercito israeliano si dovrebbe occupare di gestire gli ingressi e sorvegliarne il perimetro”.
La costellazione di micromilizie, definite Kata'ib (battaglioni), è legata a diversi partiti politici, tra cui Hamas, Jihad Islamica e Fatah, partito che controlla le attività della stessa Autorità Palestinese.
Si tratta di una nuova generazione di combattenti che ha cominciato a emergere intorno al 2021 nei principali centri urbani della Cisgiordania.
“Dopo il 7 ottobre 2023 l’obiettivo del governo di Abbas è stato quello di rovinare la reputazione dei combattenti, accusandoli di attività criminali quali spaccio di alcolici o droga. Invece di accusare l’occupazione israeliana dei crimini che sta effettivamente commettendo, cercano di dividere il popolo palestinese che storicamente sostiene le brigate di coloro che sono disposti a dare la vita per difendere tutti noi”.
Le critiche dell’opinione pubblica palestinese si sono abbattute su Mahmoud Abbas, capo del governo da oltre ventuno anni consecutivi, che accusa le milizie che non rispondono alla sua autorità di essere affiliate e dirette dall’Iran.
La resistenza palestinese è accusata inoltre di perseguire una politica di resistenza che mina lo sforzo di legittimazione di un futuro Stato palestinese e scredita il ruolo del Governo nel contrastare le attività israeliane di occupazione della Cisgiordania.
La maggioranza dei palestinesi non crede in questa narrativa. La resistenza armata gode di un diffuso supporto popolare che si è manifestato di pari passo con la sfiducia verso l’ANP e le sue politiche. Tale realtà è confermata anche da un rapporto redatto da European Council on Foreign Relations, think tank con sede in Inghilterra.
Il governo di Netanyahu ha saputo sfruttare a suo vantaggio il caos generato da queste frizioni interne, per prendere il controllo dei campi e occuparli a tempo indeterminato.

Lo scontro sul ruolo dell’UNRWA
UNRWA, Amnesty International e B’Tselem hanno denunciato attivamente lo sfollamento di massa in corso nel nord della Cisgiordania.
Ci spiega Naji: “Noi tutti possediamo un documento emesso da UNRWA che attesta il nostro riconoscimento giuridico. Sulle nostre carte d'identità non compare la parola rifugiato. C’è solo scritto che veniamo da questo o da quel campo. Non abbiamo diritto a votare alle elezioni in Cisgiordania. Possiamo votare alle elezioni che eleggono i candidati dei comitati del campo, ma la grande maggioranza delle persone non vota. I candidati sono tutti parte dell’ANP. Le elezioni che ci concedono sono una farsa”.
L’UNRWA fu creata nel 1949 per assistere i rifugiati palestinesi dopo il 1948. Fornisce servizi essenziali come istruzione, sanità, servizi sociali e organizza gli aiuti umanitari e le infrastrutture delle zone interessate. Molte delle aree dove opera furono istituite in maniera indipendente tra la fine degli anni ’40 e ’50 e successivamente sviluppate con il suo supporto.
Dal 7 ottobre 2023 il governo di Netanyahu pretende che sia l’Autorità Palestinese a farlo. Netanyahu, con l’ausilio degli Stati Uniti, ha già efficacemente minato le attività dell’agenzia ONU a Gaza e a Gerusalemme Est.
Naji e Ghassan oggi vivono a poca distanza da quelle che erano le loro case, sanno orientarsi anche da fuori e sono testimoni delle demolizioni in corso in questi mesi.
Il nodo del diritto al ritorno
“È l’ennesima punizione collettiva”, aggiunge Naji. “Interi palazzi sono stati ridotti a cumuli di macerie. Tutti i negozi sono stati aperti e distrutti, le saracinesche sono state forzate coi bulldozer. Questa è parte della vendetta imposta a chiunque venga sospettato di terrorismo e al nucleo familiare esteso. Io, per esempio, non sono mai stato arrestato, ma mio cugino sì. Per questo motivo anche tutta la mia famiglia non potrà tornare. Questo approccio delle autorità israeliane impedirebbe alla maggior parte degli abitanti dei campi di farvi ritorno”.
Le bandiere israeliane campeggiano sulle palazzine adibite a base per l’esercito. Diverse stelle di David sono comparse sui muri delle case. I militari utilizzano l’agglomerato residenziale come area di addestramento al combattimento urbano e poligoni di tiro; per tutto il giorno, anche dalla città, è possibile sentire l’eco degli spari.
Per Tel Aviv impedire a più di metà della popolazione sfollata di fare ritorno alle proprie case è funzionale alla cancellazione del diritto al ritorno.
Tale diritto è sancito dalle Nazioni Unite attraverso la Risoluzione dell’Assemblea Generale 194 del 1948. Israele non ha mai concesso né applicato tale diritto.
A Tel Aviv si cerca un accordo con le autorità palestinesi per espellere le organizzazioni internazionali, UNRWA inclusa, instaurare un controllo interno gestito dall'ANP e dalle autorità israeliane.
Inoltre, toccherebbe alle autorità di Ramallah controllare i checkpoint per regolare l’accesso a queste aree, impedendolo a chiunque sia sospettato di terrorismo da parte di Israele. La nuova morfologia dei campi deve essere accettata, strade più larghe per garantire l’accesso a mezzi militari, e tutte le case demolite non potranno essere ricostruite.
Secondo il piano di Netanyahu sarebbe sempre dovere dell’ANP ricostruire le infrastrutture distrutte dalle IOF all’interno dei campi. Saranno quindi incaricate di supervisionare le opere di ricostruzione per garantire che tutti i punti sopra menzionati siano rispettati durante i lavori.
“A Ramallah c’è consapevolezza che le conseguenze politiche di tale intesa sarebbero devastanti, in quanto non solo noi abitanti del campo ma nessuno in Palestina accetterebbe compromessi su questa questione”.
“Abbiamo perso più delle nostre case”
“Ci sentiamo isolati e discriminati. Esiste una forma di razzismo interno verso i rifugiati. Lo stiamo percependo specialmente da quando siamo stati sfollati. Vivere e crescere nel campo è come far parte di una grande famiglia. Mi mancano moltissime cose, le stradine, il senso di unità tra le persone, ora mi mancano persino le faide e le esperienze sgradevoli perché quel posto era casa mia. Abbiamo perso qualcosa che ci è sempre appartenuto, come un pezzo di noi stessi”.
“Non abbiamo perso solo le nostre case, ma la nostra identità e con essa un pezzo della nostra dignità, anche nei confronti di altri palestinesi”.
Nel descrivere le settimane e i giorni che hanno preceduto l’ultima incursione militare sorgono le emozioni, i ricordi, la rabbia.
“Sapevamo che stava arrivando il turno di Nur Shams, perché era già successo prima a Jenin e poi a Tulkarem il 27 gennaio. Infine, a casa nostra il 7 febbraio, gli elicotteri hanno cominciato a sparare sulle case e noi eravamo nel campo, poi è iniziata l’offensiva di terra e hanno preso il dominio degli ospedali, per sequestrare i corpi delle vittime e assicurarsi che nessuno si fingesse morto”.
“Ovviamente prima dell’occupazione permanente ci sono stati diversi raid. C’era la consapevolezza che sarebbe successo presto. La gente si riuniva nella piazza centrale, ma c’era un clima di pesantezza, si aspettava l’assedio delle IOF giorno per giorno”.
“La maggior parte della gente che fa parte della resistenza ha la nostra età, tra i 18 e i 30 anni. Abbiamo perso moltissimi amici e compagni, raid dopo raid i nostri amici e coetanei erano sempre meno, uccisi o arrestati”.
“Dopo più di un anno e mezzo, oggi conviviamo con il senso di colpa dovuto alla sensazione di essere desensibilizzati, anestetizzati; alcuni giorni ho l’impressione di non provare più nulla”, ci dice Ghassan.
“Poi capita che le emozioni, la rabbia e la tristezza emergano di colpo all’improvviso; mi è capitato l’ultima volta che sono stato in Giordania, rendendomi conto che basta così poco per aver l’impressione di vivere in una condizione di normalità. La Giordania non è il paradiso eppure ho avuto l’impressione, passando pochi giorni ad Amman, di non vivere sotto occupazione. È stato come rendermi conto che stavo vivendo in apnea prima di quel momento”.
Secondo Naji, la sua generazione è stata l’ultima a poter crescere e vivere nel campo.
“Non credo che torneremo mai a vivere lì, non penso che altri bambini avranno la possibilità di crescere nei nostri vecchi quartieri; anche se dovesse succedere, non sarebbe mai la stessa cosa. Hanno cambiato la geografia stessa del territorio. Ora sembra una città; non ci permetteranno mai di ricostruire come successe dopo la seconda intifada. Siamo stati fortunati a vivere la nostra infanzia così; questa volta è la fine”.