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Opinioni
21 Gennaio 2017
16:06

La marcia delle donne “contro Trump” è la più grande protesta dei nostri tempi

In 600 città del mondo centinaia di migliaia di persone marceranno contro la discriminazione e la violenza sulle donne. Una protesta nata dal basso, su Facebook. Con un chiaro messaggio a Donald Trump.
A cura di Michele Azzu
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Le immagini dell’inaugurazione del nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, sono state uno shock per tante persone, e non solo in America. le sue parole, il suo discorso nazionalista sul rendere il paese e gli americani di nuovo “grandi” spaventa le minoranze etniche, di colore, religiose. Le persone con disabilità, già derise da Trump durante la campagna elettorale. I membri delle comunità LGBTQ, omosessuali e transgender.

L’elezione di Trump spaventa soprattutto le donne. Per questo, sabato 21 gennaio si terrà nella capitale americana la: “Marcia delle donne a Washington”, che diventerà probabilmente la più grande manifestazione di protesta per l’inaugurazione di un presidente americano. Già, perché mentre per Richard Nixon 60mila persone protestarono la guerra in Vietnam, oggi nella capitale si attendono almeno 200mila persone e c’è chi ne prevede addirittura 500mila.

Per avere una misura dell’affluenza basti pensare che nel discorso inaugurale di Trump il venerdì 400 bus di spettatori hanno prenotato parcheggi a Washington. Per la marcia delle donne, il giorno successivo, i bus prenotati sono oltre 2.000. E non basta Washington, perché sono tantissime le marce delle donne che si terranno in circa 60 paesi del mondo, in 600 città diverse. Soprattutto negli USA, ma anche a Parigi, Londra, Sidney, Nairobi, e in Italia a Roma e Milano (molte di queste saranno già avvenute quando la marcia di Washington inizierà, alle nostre ore 16.00).

Curiosamente, la protesta è partita dal basso, grazie ad un post su Facebook di un avvocato in pensione alle Hawaii, Teresa Shook, che in poche ore ha raccolto decine di migliaia di adesioni, e in seguito sponsor importanti. Come “Planned Parenthood” e “NARAL Pro Choice”, organizzazioni a difesa dei diritti delle donne e dell’aborto, assieme alle principali associazioni del paese di donne musulmane, gay, disabili e native americane. Sui palchi di Washington e del mondo sono attese anche numerose celebrità di Hollywood.

In poche settimane si è messa in moto un’organizzazione per una manifestazione spontanea come non si vedeva da anni, in America e nel mondo. Che, si diceva, potrà facilmente diventare la più grande marcia di protesta successiva all’inaugurazione di un presidente americano. E sarà stato ad opera delle donne, di una marcia per i loro diritti. Ma dunque per cosa si manifesta, quali sono le ragioni dietro questa grande mobilitazione?

La ragione principale è, chiaramente, la protesta contro le dichiarazioni e le posizioni sessiste di Donald Trump, accusato di molestie sessuali da circa una decina di donne che raccontano episodi avvenuti nel corso di diversi anni. C’è, ad esempio, Jessica Leeds, che accusa il neo-presidente di averla molestata durante un volo per New York negli anni ’80. Many McGillivray, invece, ha raccontato di essere stata molestata 13 anni fa mentre lavorava come assistente di un fotografo ad un concerto. E via così, le storie sono numerose ma tutte da provare in diversi procedimenti legali.

Più recente, invece, è la registrazione audio pubblicata dal Washington Post che riporta una conversazione privata di Trump con il conduttore televisivo di “Access Hollywood”, Billy Bush. Conversazione in cui il nuovo presidente degli USA, spiegava come la propria posizione di celebrità lo legittimasse a provarci in maniere esplicite con qualsiasi donna, anche sposata. Quella registrazione ha suscitato grande indignazione nell’opinione pubblica.

“Comincio subito a baciarle, è come una calamita. Bacio subito”, diceva in quella conversazione Donald Trump. “Non aspetto neanche. Quando sei famoso te lo lasciano fare. Puoi fare tutto. Prendile per la f***, puoi fare tutto. ”

I momenti di marcato sessismo hanno permeato tutta la campagna presidenziale di Trump. Dalla volta in cui chiamò “bambola” la conduttrice dell’emittente Fox News, Megyn Kelly, facendo poi riferimento al suo periodo mestruale: “Aveva il sangue che le usciva dagli occhi”. Alla volta in cui chiamò Hillary Clinton: “nasty woman”, e cioè donna odiosa, durante un confronto televisivo. O la volta in cui fece riferimento all’aspetto fisico di Carly Fiorina, ex manager della Hewlett-Packard, o quando disse della modella tedesca Heidi Klum: “Non è più un 10 e lode”. Gli episodi sono tantissimi.

Molte persone in America hanno sostenuto la campagna di Hillary Clinton col sogno di avere per la prima volta nella storia un Presidente degli USA donna. Molti hanno sperato che questa elezione potesse essere un momento chiave per i diritti delle donne nel paese e nel mondo, come lo fu quella di Obama nel 2008 per gli afroamericani. La delusione è tanta, a pensare che non solo questo non è avvenuto, ma al suo posto c’è il presidente più esplicitamente sessista che la storia ricordi.

Sul sito della manifestazione, gli organizzatori tracciano un elenco dei principali motivi della marcia che riassumiamo brevemente:

  • Giustizia di genere per le donne, in particolare le donne di colore, musulmane, gay, native americane, transgender, povere e immigrate.
  • Rifiuto della violenza sulle donne.
  • Protesta contro le violenze sulle donne, in particolare quelle di colore, da parte delle forze dell’ordine e del sistema carcerario.
  • Libertà di riproduzione, e quindi rifiuto di tutte le leggi che cercano di imporre limiti sul corpo delle donne e sull’aborto.
  • Uguaglianza di genere nelle opportunità di lavoro e nei salari fra uomo e donna.
  • Libertà sindacali e salario minimo per le donne.

Si diceva, l’idea della marcia è partita da Teresa Shook, avvocato in pensione residente alle Hawaii, che ha creato un evento su Facebook per invitare 40 suoi amici a marciare a Washington per protestare contro l’inaugurazione della presidenza Trump. Quell’evento è diventato virale, raccogliendo migliaia di sostenitori. Contemporaneamente sono emerse pagine online di eventi simili, e Shook ha in seguito deciso di lasciare la cosa a personalità più esperte, ed organizzazioni per i diritti civili e di genere.

Con la crescita degli aderenti alla marcia sono arrivate anche le prime critiche, in particolare sul fatto che i primi organizzatori fossero tutte donne bianche, mentre il nome della manifestazione, inizialmente “Million Women March”, facesse riferimento a una nota marcia degli attivisti di colore nel 1997 a Philadelphia. Così il nome è diventato: “Marcia delle donne a Washington”, e gli attivisti per le donne afroamericane, latine, asiatiche, musulmane e native americane sono entrate nell’organizzazione dell’evento. Tra loro anche Bernice King, figlia di Martin Luther King.

La marcia, da protesta delle donne contro Trump, ha assunto ora un significato molto più ampio, soprattutto per le minoranze etniche, religiose e sessuali, ed un impianto progressista fortemente orientato ai sostenitori della scelta di aborto. Ma a giudicare dai post virali che già in queste ore popolano la rete e i social media – sono tantissimi i manifestanti che si fotografano con i “pussy hats”, dei copricapi rosa simbolo della marcia – pare che questo evento sia diventato un contenitore molto più grande delle rivendicazioni delle donne.

Come già visto negli ultimi anni, ad esempio con le proteste degli Indignados in Spagna e di Occupy Wall Street in America, i movimenti fluidi che raggruppano persone da contesti social diversi, e con obiettivi diversi, diventano capaci di organizzare grandi manifestazioni di massa. Principalmente orientate alla tutela dei diritti civili, e ai sentimenti anti-establishment di cui oggi tanto si parla: contro banche, finanza, élite, governi e politici ormai lontani dalla società civile e da un ceto medio e una generazione di giovani molto più poveri che in passato.

Il confluire delle rivendicazioni delle donne, assieme a quelle sul salario minimo, sul salario equo e sulle libertà sindacali, ad esempio, sembra essere uno dei caratteri sempre più distintivi delle proteste dei nostri giorni. Con un problema, però: il reale impatto di queste proteste “fluide” sull’establishment e sui governi. Perché se qualche decennio fa gli operai potevano protestare assieme ai sindacati per ottenere precise condizioni di lavoro, e se i giovani potevano scendere in piazza per chiedere la fine delle guerre… oggi sembra tutto più confuso.

Ad esempio, chi sono i referenti politici di questa marcia? E i sindacati? Anche se diventerà storica, in che modo la marcia delle donne di Washington e del mondo potrà cambiare l’America secondo Trump? E l’Europa della Brexit e dei nazionalismi? In che modo milioni di persone che confluiscono per una causa comune un giorno, ma che il resto della settimana ha opinioni diverse su tutto, può poi portare avanti progetti politici, petizioni popolari, campagne referendarie, ed ottenere davvero che cambi qualcosa?

Eppure, sempre più, sembra che manifestazioni come questa debbano essere la necessaria risposta all’assenza di politica dei nostri tempi. Perché dove la gente vota per rabbia, e finisce per rivolgersi alle destre e ai politici xenofobi, per rivoltarsi contro i soliti immigrati a cui si dà colpa di tutto, servirebbe che movimenti, politici e partiti progressisti capiscano il messaggio di queste manifestazioni spontanee.

In questi giorni, ad esempio, in Italia è arrivata in Senato la proposta di una commissione d’inchiesta sul femminicidio e la violenza di genere. È un’ottima cosa, un risultato concreto che i sostenitori di queste marce assieme ai partiti di sinistra e anti-establishment dovrebbero sostenere con forza. Perché la politica e il cambiamento, oggi, passano per le marce che nascono su Facebook e coinvolgono milioni di persone. Che non riescono più a trovare nelle istituzioni e nei partiti qualcuno che conduca le loro battaglie. E questo vale oggi, soprattutto, per le donne.

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Michele Azzu è un giornalista freelance che si occupa principalmente di lavoro, società e cultura. Scrive per L'Espresso e Fanpage.it. Ha collaborato per il Guardian. Nel 2010 ha fondato, assieme a Marco Nurra, il sito L'isola dei cassintegrati di cui è direttore. Nel 2011 ha vinto il premio di Google "Eretici Digitali" al Festival Internazionale del Giornalismo, nel 2012 il "Premio dello Zuccherificio" per il giornalismo d'inchiesta. Ha pubblicato Asinara Revolution (Bompiani, 2011), scritto insieme a Marco Nurra.
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