Il primo maggio del 2011 un ragazzino di 12 anni ha ucciso il padre Jeff Hall, fanatico neonazista. Per lui è iniziato il processo in California, con un caso che fa discutere. Può un bambino cresciuto con armi a botte saper distinguere tra il bene e il male? Deve finire in carcere?

Ritorna sulle cronache americane un caso che risale allo scorso anno, quando il primo maggio del 2011, un bambino di 12 anni sparò e uccise suo padre. Quel padre, Jeff Hall, che nell’armadio di casa aveva una 357 Magnum e che Joseph non ha esitato a prendere quella mattina. Gli ha sparato a sangue freddo, mentre l’uomo dormiva sul divano, a quel padre che gli aveva insegnato come usare un’arma. Un uomo descritto come un fanatico neonazista che a suo figlio spesso riservava un trattamento poco amorevole e che portava anche con sé alle manifestazioni dei seguaci di Hitler. Joseph, nei suoi 12 anni accanto a suo padre, ha visto ovunque divise nere da SS, bandiere naziste, armi.

Per il procuratore il ragazzino deve finire in carcere – E ora, alla luce di questo drammatico caso, l’America si divide tra innocentisti e colpevolisti e si chiede se mandarlo in galera. La domanda è una: un bambino di 12 anni che ha vissuto in determinate condizioni (oltre al padre, la situazione familiare era drammatica) deve essere considerato un assassino? Il suo è stato un omicidio? Per Michael Soccio, procuratore di Riverside in California, sì: Joseph sarebbe un assassino perché sapeva quello che stava facendo, perché avrebbe commesso un omicidio premeditato. Per questo motivo dovrebbe andare in galera (in California la legge prevede che i minori di 14 anni non possono essere incriminati a meno che non esista una prova chiara del fatto che fossero consapevoli del loro gesto).

“Ha ucciso indipendentemente dal nazismo” – Dovrebbe finire in galera perché avrebbe agito indipendentemente dal nazismo e da ciò che imparava in casa. Il procuratore ha spiegato che il 12enne voleva bene a suo padre, nonostante le sue regole e i suoi metodi, ma che è arrivato a impugnare la pistola perché il giorno prima del delitto il padre lo aveva sculacciato e temeva se ne andasse. Opinione in contrasto con quella dell’avvocato d’ufficio del ragazzino: la tesi difensiva punta, infatti, sul voler dimostrare i problemi psicologici e neurologici del bambino che negli anni insieme a suo padre avrebbe subito degli abusi e sarebbe stato condizionato da quella ideologia neonazista. Per la difesa di Joseph, insomma, l’ambiente familiare ha favorito l’omicidio del padre.