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Chi è Nikolay Patrushev, cattivissimo del Cremlino che Putin ha messo a trattare con gli americani

Fedelissimo di Putin, esecutore spietato delle sue politiche, è stato scelto per il ruolo più difficile: quello di negoziare col vero nemico, gli Usa, durante l’invasione russa dell’Ucraina.
A cura di Fulvio Scaglione
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Com’è quella frase? “Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”. Ecco: appena è cominciata l’invasione russa in Ucraina è ricomparso Nikolay Platonovich Patrushev, 70 anni, l’unico del vertice russo a tenere i contatti con gli americani e, mentre mezzo mondo si sente sull’orlo di una guerra mondiale, a sentirsi con Jake Sullivan, il consigliere per la Sicurezza Nazionale di Joe Biden. Patrushev è uno che da sempre preferisce l’ombra e che duro lo è davvero. Anzi: è considerato il più falco dei falchi della cerchia ristretta di Vladimir Putin. Anche Patrushev, come Putin, è di San Pietroburgo. E anche lui, anzi molto più lui di Putin, ha fatto carriera nei servizi segreti. Figlio di un ufficiale della marina sovietica iscritto al Partito comunista, il giovane Nikolay si laurea in Ingegneria navale nel 1974, iniziando subito a lavorare per l’Istituto di costruzioni navali dove aveva discusso la tesi. Si ferma poco in Università, perché un anno dopo viene arruolato nel Kgb.

La banda di San Pietroburgo

Viene mandato a studiare nelle accademie dei servizi segreti di Minsk (odierna Bielorussia) e di Mosca e poi rispedito a Leningrado (l’odierna San Pietroburgo) dove riesce a farsi notare fino a diventare capo della sezione anti-contrabbando e anti-corruzione. Risale a quel periodo, che fu di grande confusione ma anche di profonda ridefinizione degli equilibri di potere, la sua amicizia con Putin, che nel frattempo aveva lasciato il Kgb ed era diventato il braccio destro del sindaco democratico Anatolyj Sobciak, incaricato di curare le relazioni economiche con l’estero. L’incarico di Patrushev e quello di Putin permettevano, anzi imponevano frequenti contatti, lubrificati dalla passata colleganza. E i frutti della frequentazione si sarebbero visti di lì a pochi anni.

Patrushev prosegue la sua carriera nei servizi, fino a diventare ministro (1992-1994) della sicurezza della Carelia, la repubblica russa che confina con la Finlandia. Si fa una fama di dirigente austero, inflessibile, sgobbone. Putin, intanto, viene chiamato a Mosca dove inizia la carriera che sappiamo. Anche Patrushev sbarca nella capitale, per diventare vice-capo dell’organizzazione interna dell’Fsb, il servizio di controspionaggio erede (come l’altro ramo dei servizi, lo spionaggio estero) del Kgb. Nel 1998-1999 la svolta decisiva: Putin diventa direttore dell’Fsb e Patrushev lascia le scartoffie, scala i ranghi e diventa vice-direttore operativo dell’Fsb; poi Putin viene nominato primo ministro e Patrushev prende il suo posto come direttore unico, col titolo di ministro.

Bombe e polonio

È un incarico che reggerà fino al 2008, quando gli arriva la nomina a segretario del Consiglio di Sicurezza, in effetti il gran consigliere del Principe. E Patrushev arriva lì proprio perché, a quel punto, la sua fama di falco è più che consolidata. E parliamo di fama perché, in certi casi, basta un’ombra nera per incutere timore. Putin diventa primo ministro nell’agosto del 1999 e in settembre una serie di attentati contro palazzi di abitazioni a Mosca, Buinaksk e Volgodonsk provoca 307 morti e più di mille feriti. Il Cremlino attribuisce le stragi ai terroristi ceceni e poco dopo lancia l’ultima e decisiva guerra contro la Cecenia. Molti, anche se su basi non del tutto convincenti, pensano invece che le bombe siano state piazzate dai servizi segreti di Patrushev proprio per dare a Putin la scusa buona per risolvere la questione cecena. Nel 2006, poi, l’ex agente dell’Fsb espatriato nel Regno Unito e diventato dissidente Aleksandr Litvinenko viene avvelenato con il polonio. Nel 2008, l’inchiesta condotta dai servizi segreti inglesi conclude che “l’operazione dell’Fsb per uccidere Litvinenko fu probabilmente approvata da Patrushev e anche da Putin”.

Da capo dei servizi segreti, Patrushev è stato l’uomo dei misteri, dei “probabilmente” che mettono paura. Ed è stato un implacabile esecutore delle politiche putiniane, soprattutto per quanto riguarda la brusca tirata di briglie agli oligarchi che credevano di poter disporre liberamente delle risorse e delle aziende strategiche della Russia. È lui, l’uomo dell’ombra, a orchestrare nel 2003 la rovina di Mikhail Khodorkovskij, l’uomo più ricco del Paese, il petroliere che pensava di poter siglare accordi con le grandi aziende petrolifere americane, accusato di frode ed evasione fiscale, imprigionato, spogliato delle proprietà e infine espulso dalla Russia.

I figli sistemati

Da segretario del Consiglio di Sicurezza, invece, Patrushev è stato l’uomo della durezza senza misteri. Nel 2008 è tra i sostenitori della spedizione punitiva russa nei confronti della Georgia, nel 2014 approva senza esitare la riannessione della Crimea e la politica del Cremlino nei confronti del Donbass. E nelle scorse settimane, quando Putin ha deciso l’invasione dell’Ucraina, è stato forse l’unico della cui fedeltà al capo e ai suoi progetti nessuno ha dubitato. Fedeltà per altro ben compensata. Non solo per gli alti incarichi a cui è stato chiamato lui: suo figlio Dmitrij è ministro dell’Agricoltura dal 2018, l’altro figlio Andrey è un alto dirigente di Gazprom, il colosso russo del gas. D’altra parte è stato proprio Patrushev a coniare l’espressione dei “nuovi nobili”, per indicare gli uomini che, dagli incarichi nei servizi segreti sono passati a quelli di governo. Nobili perché, secondo lui, non lavorano per il denaro ma per l’amor di patria. Sarà. Però gli alti incarichi portano anche qualche beneficio, e non solo a lui. Suo figlio Dmitrij, ex banchiere, è ministro dell’Agricoltura dal 2018, l’altro figlio Andrey è un alto dirigente di Gazprom, il colosso russo del gas.

Per tenere i contatti con gli americani, quindi, Putin ha scelto un uomo che non ha dubbi sulla volontà degli Usa di distruggere la Russia e che solo gli ex Kgb possano porre rimedio. Forse tra nemici dichiarati ci si intende meglio.

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