Warren Buffett non è certo uno che le manda a dire: l’ottuagenario investitore miliardario americano, nella sua lettera annuale agli azionisti di Berkshire Hathaway bacchetta dal presidente Donald Trump ai signori di Wall Street. Dopo aver ritirato rapidamente l’offerta da 143 miliardi di dollari per Unilever, avanzata dalla controllata Kraft Heinz Company (quinto gruppo al mondo del settore food nato nel 2015) ma ritenuta dal gruppo anglo-olandese “fondamentalmente” sottovalutata, Buffett ha approfittato della sua consueta lettera agli azionisti per togliersi qualche altro sassolino dalle scarpe.

Anzitutto, fa notare il gestore, l’economia americana va molto meglio di quanto sostenga il presidente Trump (che forse vuole attribuirsi, come molti politici tendono a fare, l’eventuale ulteriore accelerazione a fronte di un trend di crescita già robusto), ma ha bisogno degli immigrati che sono una risorsa preziosa. Parole che probabilmente non coglieranno più che tanto il bersaglio di chi ha votato Trump e ancora sostiene il presidente nella sua crociata per arrivare ad un “muslin ban” e a misure protezionistiche che nella narrazione dell’ex imprenditore immobiliare americano dovrebbero tutelare il lavoro americano.

Non sarà così per ragioni spiegate fin dagli inizi del 1.800 da David Ricardo con l’elaborazione della teoria della distribuzione del valore o “dei vantaggi comparati”, teoria che due secoli di osservazioni sul campo hanno puntualmente confermato in tutto il mondo, ma chi sostiene Trump non sembra curarsi delle “teorie” degli economisti e pare disprezzare grandi media come Cnn, New York Times o Los Angeles Times a cui Trump ha appena chiuso le porte delle sue conferenze alla Casa Bianca.

Un gesto che può richiamare in un osservatore italiano alla memoria certi “editti bulgari” ma che gli elettori di Trump approvano, ritenendo tali testate troppo “liberal” e pertanto veicolo di quelle che considerano “fake news”. Incurante di simili reazioni Buffett, che durante la campagna elettorale si era schierato a favore di Hillary Clinton ma che è al tempo stesso un investitore molto pragmatico, ricorda come il miracolo americano sia stato raggiunto grazie alle scelte effettuate dall’amministrazione Obama (che ora Trump tenta di dipingere come deludente se non disastrosa per il paese) e da una “marea di immigrati” ambiziosi.

Sistemati i conti con Trump, Buffett passa poi a sferzare i signori di Wall Street che con le loro salatissime commissioni hanno fatto perdere agli investitori oltre 100 miliardi di dollari negli ultimo 10 anni: “Quando trilioni di dollari vengono investiti in fondi gestiti dagli “Wall Streeters” che caricano elevate commissioni, di solito finisce che sono i gestori a realizzare profitti esagerati, non i clienti” nota Buffett. Una considerazione che calza a pennello anche al caso italiano, dove da oltre 15 anni Mediobanca testimonia puntualmente come i risultati dei prodotti gestiti (fondi comuni e sicav) siano inferiori a quelli che qualunque investitore avrebbe potuto ottenere semplicemente investendo in Bot.

Il consiglio di Buffett, che lui stesso seguirà per quanto riguarda il patrimonio che lascerà in eredità alla moglie, è di puntare su fondi a gestione passiva come quelli di Jack Bogle, fondatore di Vanguard Group e pioniere dei fondi indicizzati a basso costo, che Buffett definisce “un eroe”. Gli investitori americani ed europei stanno già seguendo i consigli del guru di Wall Street, disinvestendo centinaia di miliardi di dollari dai fondi hedge e a gestione attiva e riversandoli nei fondi a gestione passiva, nei fondi indicizzati e negli ETF.

In Italia la situazione resta molto diversa, purtroppo: le nostre autorità monetarie ripetono che l’educazione finanziaria dei risparmiatori italiani è carente e andrebbe migliorata, ma di iniziative concrete per far aprire gli occhi ai risparmiatori stessi se ne vedono poche. A banche e assicurazioni, cui fanno capo una fetta consistente delle “fabbriche prodotto” e delle reti di distribuzione (tramite sportelli o consulenti finanziari) i prodotti di risparmio gestito e le loro ricche commissioni servono per alzare una redditività altrimenti modesta, per cui nessun gruppo italiano ha mai seriamente sviluppato il business dei fondi a gestione passiva o dei fondi indicizzati.

Gli effetti? E’ ancora Mediobanca a ricordarlo nella venticinquesima edizione della sua Indagine sui Fondi e Sicav italiani, resa nota a fine dicembre: “chi avesse investito in tutti i fondi comuni aperti italiani negli ultimi 32 anni avrebbe subìto, rispetto ad un impiego annuale in Bot a 12 mesi, una perdita poco inferiore a una volta il patrimonio iniziale (aumentato nel periodo di sole 4,15 volte contro le 5 dei Bot)”. Risultato, i fondi aperti hanno causato una distruzione di valore pari a circa 84 miliardi di euro nell’ultimo quindicennio. Forse i risparmiatori italiani dovrebbero imparare a fidarsi meno degli esperti di casa nostra e prendere l’abitudine di leggersi ogni anno la letterina del signor Buffett.