Mentre al Senato si contavano i voti per il nuovo governo di Giuseppe Conte, l’agenzia di rating Moody’s stava tagliando le stime di crescita del Pil italiano allo 0,2%, dallo 0,4%. Negli stessi istanti, l’Istat rilevava un calo dello 0,7% nella produzione industriale, rispetto allo scorso anno. E a luglio, anno su anno, una frenata del 14% nel settore dell’automotive, l’industria delle industrie per antonomasia, da sempre termometro dello stato di salute dell’economia italiana.

Sarà cambiato il governo, ma dell’anno bellissimo preconizzato dal presidente Giuseppe Conte quando ancora era alla guida dell’esecutivo giallo-verde non c’è alcuna traccia. La guerra commerciale tra Usa e Cina mette nei guai le esportazioni della Germania e la crisi tedesca trascina verso il fondo l’Italia. A questo si aggiunge una popolazione sempre più anziana e sempre meno disposta a mettere mani al portafogli per rifarsi il guardaroba o cambiare la lavatrice e un sistema imprenditoriale che è ancora fermo alle eccellenze manifatturiere di venti, trent’anni fa, mentre altrove dominano aziende nate da poco più di un decennio come Facebook e Google, come Alibaba e Huawei.

Ben venga lo spread che scende, quindi, e i mercati che si rassicurano, e l’Europa che ci consente di fare un po’ di deficit per non far aumentare l’Iva. Ben venga tutto, basta che sappiamo che non risolve nulla. Che siamo e restiamo il fanalino di coda dell’Europa per crescita economica, per crescita della produttività, per crescita dei salari, per occupazione giovanile e femminile, se non cambieremo radicalmente i connotati della nostra economia.

La ricetta la conosciamo: bisogna attrarre capitali e talenti attraverso una burocrazia più leggera e tasse più basse. Bisogna permettere di usare quei capitali per innovare, per fare ricerca, per trasformare le produzioni esistenti e per far nascere nuove idee di impresa. Bisogna immettere nei processi produttivi quanta più automazione possibile. Bisogna investire come mai si è fatto prima nella formazione del capitale umano, il nostro petrolio, l’unica risorsa che abbiamo, da sempre, per competere con il resto del mondo. E bisogna farlo con un occhio di riguardo alla sostenibilità ambientale, perché è lì che sempre di più andranno i capitali. Ed è lì che un Paese senza risorse energetiche e senza materie prime come l’Italia può offrire qualcosa al mondo.

Non vorremmo fare i benaltristi, cari piddini e grillini, mentre parlate di tenere Quota 100 per non fare un regalo a Salvini, di cambiare la legge elettorale per battere Salvini, di socchiudere i porti per non prestare il fianco a Salvini, di non fare niente di impopolare perché altrimenti Salvini riempie le piazze. Va bene tutto, basta che sappiate che la priorità del Paese che governate non è Salvini, né la vostra sopravvivenza, ma un Paese fermo, alle soglie di un rallentamento globale dell’economia. È a noi che dovete rivolgere lo sguardo, non a lui. Il vostro problema siamo noi, non Salvini.

Testa bassa e pedalare, quindi. Senza pensare ai sondaggi, senza far finta che ci siamo liberati improvvisamente da tutti i mali solo perché il Capitano si è fermato al Papeete, senza credere troppo ai sorrisi di circostanza di un’Europa inguaiata quanto lo siamo noi, e terrorizzata dall’idea che una nostra crisi nella crisi la trascini a fondo. Questa non è un’esercitazione, non stiamo giocando. È l’ultima chiamata prima che sia troppo tardi. Non buttatela via. Altrimenti Salvini vi sembrerà un bel ricordo, tra qualche anno.