Ci sono giorni, come oggi, in cui i mercati finanziari fotografano chiaramente il futuro di interi settori e dei principali gruppi che vi operano: se a Piazza Affari Mediaset oggi ha perso colpi, a Wall Street Netflix è tornata a correre e l’andamento divergente dei due titoli non appare casuale, anzi.

Il gruppo italiano, le cui quotazioni tra il 28 novembre e il 21 dicembre sono raddoppiate passando da 2,24 a 4,57 euro circa grazie alla scalata “a sorpresa” del gruppo Vivendi, arrivato a lambire la soglia del 30% del capitale e dei diritti di voto (oltre la quale scalerebbe l’obbligo di Opa), era reduce dalla presentazione, avvenuta ieri a Londra, delle linee guida del prossimo triennio.

Da qui al 2020 il gruppo prevede un incremento a livello di risultato operativo complessivo delle attività televisive italiane integrate (escludendo dunque Mediaset Espana e Ei Towers) di circa 468 milioni, un aumento della quota sul mercato italiano della pubblicità televisiva (cresciuta nel 2016 del 4%, ovvero del 2,8% se non si considera il neo-acquisito polo radiofonico) dal 37,4% al 39%, lo sviluppo di contenuti nazionali e internazionali, il lancio di una piattaforma di advertising video on demand e la riorganizzazione delle attività di Mediaset Premium.

Piersilvio Berlusconi in un’intervista ha poi aggiunto di auspicare ancora un’intesa con Vivendi, precisando però che Mediaset non è in alcun modo interessato a una partecipazione in Telecom Italia (ventilata negli ultimi giorni come possibile contropartita offerta da Vincent Bolloré in cambio di un accordo per integrare Vivendi e Mediaset) e che il gruppo punterà ad aprire i canali di Mediaset Premium ad altri operatori e produttori di contenuti interessati ad un’offerta “pay” e pronti a condividere gli ingenti costi dei diritti tv del calcio (che secondo indiscrezioni di stampa potrebbero anche non essere rinnovati dopo il 2018).

La reazione del mercato è stata negativa, perché a molti analisti gli obiettivi sono apparsi “ambiziosi” (ossia difficilmente raggiungibili) e in fondo non così diversi da quanto già noto, mentre in molti sottolineano che un’intesa con Vivendi sarà difficile senza accettare un cambio quasi integrale del top management e l’affidamento della gestione di tutta Mediaset a Vivendi stessa.

Così broker come Jefferies e Ubs hanno preferito aggiornare le stime e su questa base i rispettivi target price: gli americani lo hanno alzato a 4,3 euro, gli svizzeri lo hanno migliorato a 3,7 euro ma hanno tagliato da “neutral” a “sell”, vendere, il rating sul titolo, ritenendo abbia corso fin troppo.

Dall’altra parte dell’Atlantico Netflix, la piattaforma californiana che offre video in streaming in diretta concorrenza ai tradizionali “broadcaster” generalisti e alle pay tv, ha festeggiato i primi 10 anni di attività con una trimestrale superiore alle attese. Negli ultimi tre mesi del 2016 il gruppo ha registrato ricavi per 2,47 miliardi (da 1,82 miliardi di un anno prima) e un utile netto di 67 milioni di dollari (contro i 43,2 milioni dello stesso periodo del 2015), mentre gli iscritti sono aumentati di 5,12 milioni all’estero e di 1,93 milioni negli Usa raggiungendo un totale di 93,8 milioni di iscritti (19 milioni in più dell’anno precedente).

Non solo: nel corso dei primi tre mesi del 2017 il management prevede si registreranno altri 5,2 milioni di nuovi utenti, dei quali 3,7 milioni all’estero e 1,5 milioni negli Usa. Numeri sia quelli del trimestre appena finito sia delle stime per quello da poco cominciato che superano le più rosee attese degli analisti americani e che confermano come l’avanzata di Netflix non sembria incontrare alcun ostacolo da parte degli “incumbent” televisivi.

Anche se Netflix non fornisce il dettaglio per l’Europa (dove la crescita sembra meno impetuosa, specie in paesi come l’Italia rimasti indietro sotto il profilo delle infrastrutture di rete), a molti sembra probabile che il braccio di ferro tra Mediaset e Vivendi finirà solo col favorire l’agguerrito concorrente a stelle e strisce. Per Bolloré e la famiglia Berlusconi il futuro sembra sempre più legato alla capacità di sfruttare fino all’ultimo una nicchia, pur importante e ricca, che la più volte annunciata “convergenza tecnologica” sta riducendo giorno dopo giorno.

A meno che non riescano a trovare un accordo, magari con Rupert Murdoch, per fare fronte comune, o non decidano di passare la mano cedendosi al miglior offerente di qui a qualche anno. Del resto a Netflix non sembrano mancare i mezzi né la pazienza per sedersi sulla riva del fiume e attendere il corso degli eventi, nel frattempo proseguendo la propria crescita a livello mondiale.