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Intesa comprerà asset di Bpvi e Veneto Banca per 1 euro, lo stato pagherà 5 miliardi

Intesa Sanpaolo comprerà per 1 euro “certi asset” (in particolare la rete di sportelli) di Bpvi e Veneto Banca, a condizione che non intacchino i coefficienti patrimoniali, non alterino la politica dei dividendi e che lo stato…
A cura di Luca Spoldi
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Tanto tuonò che piovve: Intesa Sanpaolo, come anticipato negli ultimi giorni dalla stampa italiana, ha confermato oggi in una nota di essere disponibile ad acquistare “certe attività e passività e certi rapporti giuridici facenti capo a Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca” al prezzo simbolico di 1 euro, purché “a condizioni e termini che garantiscano, anche sul piano normativo e regolamentare, la totale neutralità dell’operazione rispetto al Common Equity Tier 1 ratio (pari al 12,5% al 31 marzo, ndr) e alla dividend policy del gruppo Intesa Sanpaolo” (3,4 miliardi di dividendi previsti per quest’anno).

Non solo: oltre a non dover mettere a rischio i coefficienti patrimoniali della banca e di conseguenza la possibilità di distribuire i dividendi previsti ai propri azionisti, l’operazione dovrà pertanto escludere aumenti di capitale. A questo punto, hanno subito notato gli analisti di Websim, l’operazione potrebbe “avere un senso finanziario”, anche se continua a non avere particolare senso dal punto di vista industriale. I “certi asset” sono infatti in primis gli sportelli delle due banche, ma Intesa Sanpaolo non ha certo necessità di accrescere la propria rete, anzi sino a qualche settimana fa si prevedeva che potesse ridurla di un terzo chiudendo o cedendo fino a mille filiali.

La chiave di volta è stata da un lato la disponibilità dello stato ad accollarsi il conto di 4.000 esuberi previsti, più gli eventuali rimborsi che andranno offerti ai risparmiatori truffati dai due istituti (perché come già accaduto per Banca Etruria e le altre tre banche risolte a fine 2015, anche in questo caso è molto probabile, a dir poco, che a sottoscrivere bond subordinati destinati ad essere svalutati siano stati anche investitori che non avevano le caratteristiche per inserire tali titoli in portafoglio).

Dall’altro la disponibilità della Commissione Ue e della Bce a non porre altre condizioni e concedere il via libera alla ricapitalizzazione precauzionale da 6,4 miliardi di cui circa 1,4 miliardi addossati ad azionisti (il fondo Atlante, che nella vicenda ha investito 3,5 miliardi destinati ora a evaporare come neve al sole) e portatori di bond junior che si vedranno sostanzialmente azzerare il valore dei propri titoli e 5 miliardi addossati allo stato, che in parallelo procederà allo scorporo di 9 miliardi di Npl (i quali se valessero come quelli di CariFe rilevati giusto oggi dal fondo Atlante 2 per il 19% del loro valore lordo di libro potrebbero valere non più di 1,75-1,8 miliardi di euro).

Era possibile una soluzione alternativa? Non certamente addossando ancora una volta il costo alla parte “sana” del sistema bancario italiano. Unicredit (che grazie all’intervento del fondo Atlante non dovette garantire l’aumento di capitale da 1,5 miliardi di euro di Bpvi) si era detto disponibile a partecipare solo se ci fossero state tutte le altre banche, queste ultime dopo aver già dovuto contribuire al salvataggio di Banca Marche, Banca Etruria, CariChieti e CariFe non ne hanno voluto sapere, né a quel punto alcun altro soggetto (banche, fondazioni o assicurazioni che fosse) si è dichiarato disponibile a rifinanziare i fondi Atlante o Atlante 2, quest’ultimo tra l’altro con ancora 1,65 miliardi di euro in cassa destinati ad essere totalmente assorbiti dall’acquisto di una tranche della cartolarizzazione da 26 miliardi di euro lordi di Npl del Mps, che sarà interessante a questo punto vedere quanto saranno valutati.

Alla fine si è arrivati all’asta organizzata dall’advisor Rotschild tra Unicredit, Intesa Sanpalo, Bnl-Bpn Paribas a cui Iccrea Holding (la holding degli istituti di credito rurale italiani) avrebbe voluto prendere parte, stoppata però dalle autorità europee che hanno posto il veto. Con la vittoria finale, condizionata, di Intesa Sanpaolo che ricorda alla lontana la vicenda Banco Popular e consente di evitare un fallimento “disordinato” o un “bail in” che in Veneto, ma anche a Roma, faceva molto paura soprattutto dal punto di vista politico prima ancora che economico. Da definire a questo punto l’esito delle cessioni finora avviate da Bpvi e Veneto Banca, in particolare quella del 40% di Arca Sgr, per la quale sono in prima fila Bper e Banca popolare di Sondrio, ma nel complesso sembrano dettagli.

Per i contribuenti italiani il costo dell’ennesimo salvataggio “all’italiana”, in cui il mercato è un’entità astratta che resta fuori dalla porta perché sembra far paura a tutti l’ipotesi che una banca fallisca e i suoi clienti vengano “catturati” da altri istituti concorrenti, è di 5 miliardi. Manca il controfattuale di quanto sarebbe costato il “bail in” o il “fallimento disordinato”; manca soprattutto qualcuno che abbia il coraggio di dire che il sistema bancario italiano ha rinviato il più possibile una ristrutturazione che porterà “naturalmente” alla chiusura di alcune migliaia di sportelli bancari e qualche decina di migliaia di esuberi, con relativi oneri economici e sociali tutti da calcolare.

Sportelli e posti di lavoro che del resto ormai rappresentano dei costi che non sono più in grado di generare neppure ricavi sufficienti alla loro copertura, oltre che ad una adeguata remunerazione (nel caso delle banche italiane, nonostante prezzi non certo economici per i servizi offerti, la redditività resta tra le più basse al mondo), non solo e non tanto a causa della mala gestione che ha portato a veder lievitare i livelli di sofferenza e crediti deteriorati nei bilanci delle nostre banche, quanto per la concorrenza che nuove tecnologie e nuovi modelli di business stanno da tempo facendo alle banche offrendo ai consumatori/investitori alternative più vantaggiose, economicamente e funzionalmente, in particolare ma non solo nel campo dei pagamenti.

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Luca Spoldi nasce ad Alessandria nel 1967. Dopo la laurea in Bocconi è stato analista finanziario (è socio Aiaf dal 1998) e gestore di fondi comuni e gestioni patrimoniali a Milano e Napoli. Nel 2002 ha vinto il Premio Marrama per i risultati ottenuti dalla sua società, 6 In Rete Consulting. Autore di articoli e pubblicazioni economiche, è stato docente di Economia e Organizzazione al Politecnico di Napoli dal 2002 al 2009. Appassionato del web2.0 ha fondato e dirige il sito www.mondivirtuali.it.
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