Immaginate la scena. Un imprenditore un po’ visionario presenta un'automobile, un prototipo di un automobile elettrica, che definisce praticamente resistente a qualunque tipo di urto. Nel voler saggiare la resistenza dei vetri – definiti pretenziosamente armor glass, vetri blindati – decide di fargli scagliare contro un oggetto metallico delle dimensioni di una pallina da baseball. Problema, il vetro va in frantumi. Fosse un essere umano qualunque, quell’imprenditore diventerebbe lo zimbello di mezzo pianeta nel giro di un nanosecondo. Se quell’imprenditore si chiama Elon Musk, invece, tutto passa in cavalleria come un piccolo incidente di percorso. «C’è ancora spazio per fare miglioramenti», ha sorriso Musk dal palco, e tutta la platea di investitori, curiosi e tifosi, accorsi alla presentazione di Tesla Cybertruck si è sciolta in una grassa risata. Il bello – o il brutto, dipende – è che quello che vi abbiamo raccontato non è un banale incidente, ma un distillato purissimo della parabola imprenditoriale di Elon Musk da Pretoria, Sudafrica: quello di non realizzare mai quel che promette, ma di cavarsela sempre, nonostante tutto. 

Partiamo dalla fine: secondo la rivista Forbes, Musk è la ventunesima persona più potente al mondo e con un patrimonio di 20,3 miliardi di dollari, dice sempre Forbes, è il cinquantunesimo uomo più ricco sulla faccia della Terra. Peccato che, sempre secondo Forbes, il suo principale business, la casa produttrice di auto elettriche chiamata Tesla, “non ha un business model sostenibile, e non è nemmeno vicina ad averlo”. i numeri parlano chiaro: da quando è nata Tesla ha raccolto 19 miliardi di dollari di capitali e ha perso 9,3 miliardi di dollari. Nei primi tre mesi del 2019 ha perso altri 702 milioni con un calo delle vendite del 31% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Non bastasse, ha 10 miliardi di debiti in pancia.

Non è difficile capire perché: lo scorso anno sono stati venduti circa 2 milioni di veicoli elettrici, pari a 2,32% di tutti gli 86 milioni di veicoli venduti al mondo. Una percentuale in crescita del 64% rispetto all’anno precedente, ma comunque marginale. Di questi 2 milioni di veicoli elettrici, più della metà sono venduti in Cina, dove già oggi esistono 486 aziende che li producono. Nel frattempo, negli Stati Uniti, in Europa e nel resto dell’Asia, complice lo scandalo dieselgate, si sono svegliati i giganti dell’auto come Volkswagen, Nissan, Toyota, Peugeot che hanno cominciato a sfornare modelli di automobili elettriche in grado di conquistare importanti fette di mercato. In tutto questo, Tesla ha venduto circa 240mila automobili, pari al 10% di tutti i veicoli elettrici, e dello 0,2% sul totale delle auto vendute al mondo.

Piccolo dettaglio: Tesla è di due anni più vecchia dell'iPhone, che nel frattempo ha conquistato il mondo e fatto sfondare ad Apple il muro del trilione di dollari. Fondata da Musk nel 2006, è dal 2006 che chiede aumenti di capitale ai suoi azionisti ed è dal 2006 che spergiura che il prossimo sarà l’ultimo. Lo scorso 2 maggio, per dire, ha chiesto al mercato altri 2,3 miliardi di dollari, che il mercato gli ha gentilmente accordato, fidandosi della prossima mirabolante idea: quella della macchina a prova di ogni urto, per l’appunto.

Funziona sempre così, con Elon Musk. È sempre un rilancio continuo alla ricerca di nuovi capitali. Con Tesla, ma anche con SpaceX, nata nel 2002, con cui Musk ha raccolto 33 miliardi di dollari promettendo di rivoluzionare i viaggi spaziali grazie ai suoi razzi che tornano indietro, e di insediare una colonia umana su Marte, mentre per ora si fa pagare per lanciare satelliti in atmosfera. Lo farà con Hyperloop, i treni supersonici che corrono in un tubo vacuo, ideati da Musk nel 2012 e di cui ancora si vede giusto qualche rendering. Lo farà con The Boring Company 12o milioni di dollari raccolti, ovviamente – e la sua missione di costruire tunnel sotto le città per risolvere il problema della viabilità di superficie. Tutte idee generosamente annaffiate di dollari dai suoi munifici finanziatori, tanto attenti ad avere ritorni a brevissimo termine se si tratta di chiunque altro, investitori con un mare di pazienza se si tratta del ragazzone di Pretoria.

Elon Musk, nei fatti, è la caricatura ipertrofica dell’ideologia del fallimento, quella che ci viene propinata da ogni americano col microfono ad archetto in qualche Ted Talk o in qualsivoglia keynote speech motivazionale. Fail again, fail bigger. Fallisci ancora, fallisci più in grande, amano ripetere i guru californiani ai nostri piccoli imprenditori o wannabe startupper, intimoriti dalla scarsità di capitale e dallo stigma della saracinesca abbassata. E sarà pure giusto così – loro crescono e innovano, noi strisciamo sul fondo dell’oceano -, ma qualche dubbio ce l’abbiamo. Perché i 19 miliardi dietro a un business che non funziona come Tesla sono la prova che il capitalismo è tutto fuorché un animale razionale. Al contrario, è un gigante che vive di bolle d’entusiasmo e di slanci emotivi, incapace a resistere ad affabulatori abilissimi a far collezione di copertine di settimanali e mensili, molto meno a gestire un’impresa. Per loro ci sarà sempre tempo per fare miglioramenti, e ci saranno sempre i soldi per permetterglielo. Forse qualcosa non va.