Calano i consumi di carne, pesce e salumi: aumentano quelli della pasta (più economica)

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Uno studio di Federalimentare rivela come siano cambiate le abitudini di spesa degli italiani negli ultimi anni: meno carne e pesce, mentre sale il consumo di pasta.

Una ricerca elaborata da Federalimentare rivela come la crisi economica si sia abbattuta anche sui consumi dei generi alimentari: cala il consumo di carne, salumi, frutta e pesce, mentre sale quello di pasta. Complessivamente gli acquisti sono calati del 10%, corrispondenti, in termini di valore a 20 miliardi di euro. Meno 3 per cento e meno 7 miliardi solo negli ultimi dodici mesi. Addio, quindi a carrelli strapieni simbolo di diffuso benessere. Ora la spesa viene centellinata e la composizione del pasto ne risente. Ne risente anche la "produzione" di rifiuti, visto che siamo passati da una quota di sprechi del 25-30 per cento sugli alimentari acquistati, ad un ridotto 7 per cento (dovuto, generalmente, al veloce deperimento di frutta e verdura).

Lo studio di fatto apre le porte delle cucine per scoprire che fra il 2008 e il 2013, la famiglia italiana abbia tentato di arginare la crisi anche variando  le portate in tavola. E’ diminuito, per esempio, il consumo di carne – prodotto considerato meno economico – che, misurato attraverso l’incidenza assegnata dalI’Istat alla voce nella composizione del paniere alimentare – è passata dal 2,90 al 2,59 per cento. Sono calati gli acquisti di latticini, pesce, salumi, olio, frutta fresca e biscotti: in tempi di crisi sono percepiti come prodotti di lusso, da tagliare se è il caso. Si bada all’essenziale: è aumentato il consumo di pasta (0,58 allo 0,61 per cento) perché considerato un alimento che permette di risolvere un pasto con poca spesa. Ma è in crescita anche la vendita di cioccolato e gelato in virtù della loro indubbia capacità consolatoria. Il quadro che emerge è quello di una crisi che sta cambiando anche le abitudini alimentari degli italiani. Il direttore di Federalimentare spiega: "Fino ad oggi, in Italia, i consumi sono diminuiti solo due volte – spiega – nel dopoguerra e in corrispondenza dello shock petrolifero: ma in entrambi i casi si era trattato di crisi di breve durata. Ora invece siamo davanti ad una flessione di lungo periodo destinata ad incidere sulle abitudini"

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