All’inizio il suo ruolo in Gomorra – la serie sembra quello tipico delle donne di mafia: complicità e subordinazione. La complicità sta nella caparbietà con cui insegna al figlio i principi della camorra e nella determinazione con cui sostiene il marito nei momenti di difficoltà. La subordinazione, invece, è dovuta alla sempiterna dipendenza dalle figure maschili.

Nelle prime puntate appare come una casalinga benestante il cui compito è accogliere “gli ospiti” del capofamiglia, curare la gestione delle casa, educare energicamente il figlio. È sempre pronta a fare un passo indietro: lei sa ma non può capire fino in fondo, come dimostra l’enigmatica vicenda dell’acquisto di un banalissimo divano.

Donna Imma è tale perché è la moglie di don Pietro, oltre ad essere la sua confidente privilegiata. Le donne di camorra, a differenze di quelle di Cosa nostra o della ‘ndrangheta, sono legittimate ad ascoltare, a conoscere segreti e a fiancheggiare i propri uomini a spada tratta, con la consapevolezza di rivestire, silenziosamente, una funzione che va al di là della semplice riproduzione sessuale: trasformano la casa in base operativa, fanno da prestanome, coprono le azioni criminose, sostengono psicologicamente il rischio della morte.

Il passo verso l’emancipazione si ha con l’arresto del marito: prima come tutrice del figlio, poi come madrina di un’associazione mafiosa, poco centralizzata e molto fluida, in cui il maschilismo, per ragioni storiche contestuali (ovvero lo stile di vita metropolitano), ha un minor peso. La flessibilità del modello organizzativo le permette di custodire il potere del marito e, contemporaneamente, di difendere l’eredità del figlio.

La crescita della sua autonomia è progressiva: funge, dapprima, da portavoce del boss, per ottenere, in seguito, maggiori spazi decisionali derivanti dalla necessità di dover agire rapidamente in assenza del coniuge, ristretto in regime di 41 bis.

Imma è una donna di potere, inteso come possibilità di dare ordini a subordinati che li accettano riconoscendone l’autorità. Questa condizione, tuttavia, si realizza essenzialmente per due motivi: è la moglie del capoclan e la sua egemonia, pur legittima, viene accolta come una situazione temporanea. Il legame matrimoniale facilita, in verità, sia l’accesso al vertice, sia l’esercizio del comando nei confronti di affiliati che la considerano portatrice di un potere vicario.

Non ha timore, però, di assumere il peso della pressione criminale (tra il finto mutismo del marito e l’incapacità manifesta del figlio) ponendosi alla guida di un’organizzazione prevalentemente maschile.

Eppure non perde la sua femminilità che, anzi, si manifesta nella costruzione di relazioni sociali, cucendo e strappando rapporti fiduciari, intorno alle quali si aggregano nuovi contesti affaristico-criminali.

La sua leadership, in quanto donna, è orientata al risultato: persegue tenacemente gli obiettivi sfruttando il capitale sociale negativo sviluppato dal clan. Si ottiene, così, un mutamento di scenario in cui si evidenziano le sue qualità strategiche (il collegamento con l’Honduras e la pacificazione con Salvatore Conte) e la strumentalizzazione del network camorristico (l’allontanamento di Ciro, la maturazione di Genny, la riorganizzazione delle piazze di spaccio, la punizione dei battitori liberi), al fine di tutelare gli interessi del clan.

L’abilità di manovra nella rete relazionale è connessa al ruolo di madre. Non a caso, nella puntante in cui Imma è protagonista, vediamo il sostanziarsi del Welfare criminale: il sostegno alla sposa mascolina, l’assunzione della ragazza disabile nell’indotto della narco-commercio, le visite nelle case delle famiglie disagiate, il rispristino della statua della Madonna, danneggiata dai tossicodipendenti.

È plausibile che gli sceneggiatori abbiano reso volutamente la processione religiosa il culmine del suo regno, associandola alla figura della Vergine, per attribuire al personaggio le stimate della Madre ausiliatrice, protettrice dei figli diseredati di Gomorra. Del resto Maria è colei che intercede verso il figlio, promuovendo l’intervento riparatore della divinità.

Donna Imma è l’Avvocata di Scampia. Vigile e onnipresente, si fa vedere in strada tra la gente per riconquistare consenso e scongiurare la guerra minacciata. Rielabora e riconfigura il network criminale tenendo stabile l’ancoraggio territoriale con la saggezza, tutta femminile, di “apparare” (mediando tra posizioni contrastanti).

La visibilità è il suo tratto distintivo. Finché è il marito a comandare il grado di esposizione è minimo, ma quando giunge il momento di passare in primo piano il gesto eclatante è fondamentale per decretare il passaggio di consegna e affermare la propria presenza.

Non si tratta di una pratica di iniziazione o di una messa alla prova. È una precisa volontà di uscire allo scoperto, di appropriarsi della scena, usando la visibilità – non mediatica ma sociale – come strategia legittimante di un percorso di ascesa al potere. Il comando femminile, quindi, è la somma di una serie di azioni che decretano l’autonomia individuale e l’accreditamento collettivo di una figura di secondo piano divenuta protagonista.

Grazie alla molla dell’affermazione, connessa alla salvaguardia della famiglia, Imma riesce a scorgere il doppiogioco di Ciro. Perciò la sua eliminazione, nell’economia della fiction, serve a confermare il ruolo di “alta” tutrice del clan. Infatti, anche dopo la morte, indirizza il figlio verso la verità.

L’omicidio la rende una martire vincente perché riesce a tenere insieme modernità e tradizione: da un lato conferma la dimensione di moglie/madre e custode del focolare, dall’altro esprime compiutamente le proprie risorse di potere e le ambizioni personali entrando in aperta competizione con l’universo maschile camorrista e portando alla luce il male oscuro che sta corrodendo Gomorra.