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Roberto Colella: “Dopo lo scioglimento della Maschera il disco solista mi ha aperto una luce nel buio”

Roberto Colella racconta il primo album solista: la fine de La Maschera, la forza della solitudine e le canzoni nate dagli incontri con gli ultimi.
Roberto Colella – ph di Robbie McIntosh
Roberto Colella – ph di Robbie McIntosh

Roberto Colella è uno dei talenti più nascosti della musica italiana. Ex leader del La maschera, dopo lo scioglimento della band Colella ha proseguito la sua carriera pubblicando il primo album solista "Ce Sta Sempe Na Via", finalista alle Targhe Tenco 2026. Non era il primo lavoro da solo, ma il recedente nasceva in periodo Covid ed era di cover. Questa volta il lavoro è totalmente suo – con la produzione di Massimo "Blindur" De Vita -, un album in cui si sente sempre la sua scrittura e anche i temi che da sempre lo caratterizzano. Perché il cantautore napoletano vede la musica anche come missione, lui è megafono di storie più grandi, anzi di storie piccole che diventano enormi e rappresentative. Quest'album è nato dalla solitudine, nella sua accezione più positiva, continua la ricerca musicale di Colella che pesca dal Nord Africa (basti pensare ai Tinariwen), ma anche dal Brasile, senza mai perdere la rotta partenopea.

Roberto, decontestualizzo una tua frase: "E mo che sò rimasto sulo e sulo nun saccio stà". Qual è la differenza tra stare soli e in compagnia?

Volevo partire dal concetto di solitudine in questo disco, ma nell'accezione più positiva del fenomeno. Trovo che la solitudine possa essere veramente costruttiva, anche perché è propedeutica alla compagnia: rende la compagnia migliore. Il fatto che tu abbia imparato a stare con te stesso ti aiuta tantissimo. Ho cercato di prendermi tutti i benefici possibili dalla mia idea di solitudine, che poi è più vicina a un concetto di intimità. La solitudine in sé a volte mi spaventa, la trovo troppo figlia di quest'epoca. Siamo in un momento di estrema solitudine nonostante siamo perennemente connessi. Questi concetto di solitudine e di "insieme" vanno a braccetto nel momento in cui impariamo a stare con noi stessi e riusciamo a essere parte di qualcosa.

E a livello artistico come si è sviluppato questo primo album solista? In passato avevi comunque fatto dei progetti da solo…

Sì, quello che avevo fatto in passato in realtà era figlio dell'epoca Covid: eravamo chiusi in casa, non aveva senso far uscire roba inedita e quindi feci un disco di cover. Era un divertimento fatto in casa con un microfono. In questo caso, invece, è un cambio di vita e di direzione bello grande. Chi vive o ha vissuto l'esperienza di una band sa benissimo quanto possa essere meravigliosa, ma anche quanto possa assomigliare a un matrimonio a tutti gli effetti. Quando senti che si è rotto qualcosa, magari per un anno o due non ci vuoi credere, poi arriva il momento in cui devi fare i conti con la realtà.

E tu ci hai fatto i conti…

Il disco solista l'ho visto come l'unica strada possibile. Dallo scioglimento in poi volevo semplicemente continuare a raccontare le sensazioni che stavo vivendo e farlo nella maniera più vitale possibile. Dopo un periodo buio si stava aprendo una luce meravigliosa fatta di serenità, ed è quella che ho cercato di imprimere nelle canzoni. È il motivo per cui in copertina si passa dal cielo scuro al cielo azzurro, e nelle canzoni ci sono momenti quasi "gospel", inteso come concetto non come genere, come la sensazione di dire: "Non ti preoccupare, andrà tutto bene".

E quando lavori da solo, chi è il tuo metro di paragone? Immagino ci sia sempre un confronto.

Massimo (De Vita, il produttore, ndr), per esempio, è un confronto utilissimo per me. Devo dire però che ho sempre lavorato alle canzoni in solitudine, forse per timidezza. Mi trovo molto bene a vivere l'emozione che sto cercando di mettere in musica chiuso in una stanza, isolato il più possibile, perché ho bisogno di sapere che quella cosa non esce fuori finché non è pronta. Se il vicino del piano di sopra dovesse ascoltarmi in una fase primordiale, mi vergognerei di cantare una cosa che ancora non esiste.

Quando finisce questa sensazione?

Dal momento in cui stacco la penna dal foglio e la canzone è finita, subentrano i confronti e lo faccio con chiunque: con un musicista come Massimo, con Serena, che è la mia compagna, e con le persone del quartiere. Gli ascoltatori medi per me sono preziosissimi. Non bado tanto a quello che mi dicono, ma alla faccia che fanno. Ho paura che qualcuno, per affetto, possa edulcorare il giudizio dicendomi che la canzone è bella anche quando non trasmette nulla; io cerco la sensazione autentica che arriva in quel momento.

Quindi la tua compagna non sente le canzoni prima che siano del tutto finite?

No, lei le sente, è l'unica. Ci sono momenti in cui ho bisogno di isolarmi perché è una necessità più forte di me. Se sto scrivendo il testo e ci sono persone intorno non è un problema, sono concentrato sul foglio o sul telefono. Però sui primi approcci alla melodia o all'armonia preferisco stare da solo.

C'è qualcuno che ti ha mai detto chiaramente "Robè, questo pezzo non mi piace", o alla fine sono sempre tutti convinti?

Io sono molto critico con me stesso, tantissimo. Sono tante le cose che butto e molti gli esami a cui sottopongo una canzone prima di farla ascoltare. Non è capitato spesso. Ricordo che una volta mio fratello, ascoltando "Mirella e Felice", un brano dell'ultimo disco de La Maschera già pubblicato, si soffermò su un dettaglio. Nel ritornello c'è una modulazione (canta, ndr) che cambia tonalità e sembra aprire un'altra dimensione. Io la trovavo meravigliosa e tutti la consideravano bellissima. Lui, invece, ogni volta che arrivava quel passaggio diceva che non gli piaceva. Poi invece ha avuto un riscontro molto positivo. Anche mia mamma è una persona estremamente critica: mi dice tranquillamente se una cosa non la convince, ed è capitato che sentisse canzoni poi effettivamente scartate o che non ho mai finito perché avevano stufato anche me.

Qual è la tua "casa sull'albero"?

La mia casa sull'albero è tutto ciò che mi fa stare bene. Sicuramente la stanzetta in cui mi chiudo, piena di strumenti appesi e cose di legno. In generale, trovo la mia casa sull'albero ogni volta che sento il profumo di una chitarra o vedo un pianoforte. A casa ho il pianoforte smontato, senza la carenatura, perché mi dà tutta un'altra vibrazione. Siamo fatti di sensazioni belle.

Quello che non è cambiato nell'album è la tua ricerca tematica. Tutta la tua discografia e i tuoi testi parlano spesso degli ultimi, dei soli. È una tua costante.

Sì, assolutamente. L'obiettivo è sempre quello di fuggire dalla retorica nelle canzoni, ma è qualcosa di cui non riesco a fare a meno. Penso sia il filo conduttore di molte cose: sono storie che mi piombano addosso e mi sembrerebbe egoistico non parlarne. Come "Canto dei Soli" o "Canto della Memoria". Quest'ultima è stata quasi una provocazione: inizialmente si chiamava "Poesia del 7 ottobre", ma quando il 7 ottobre è diventato una data pretesto mi ha dato fastidio. Così è diventata "Canto della Memoria", perché i canti per l'Olocausto degli ebrei si chiamano così, e non vedo perché un olocausto nel mondo arabo non debba avere lo stesso nome.

"Canto dei soli", invece?

"Canto dei Soli" è una storia che mi è caduta addosso sulla spiaggia in pieno agosto. C'era un venditore ambulante carico di coprimaterassi che si è avvicinato e mi ha detto: "Frate', pigliatelo, te lo regalo, dammi solo un po' d'acqua". Mi faceva quasi ridere vederlo con questi coprimaterassi addosso ma allo stesso tempo mi scioccava vedere una persona così provata dal caldo, bruciata. Si è seduto e mi ha raccontato tutti i suoi guai. Poco dopo è passato un bambino che vendeva il cocco, una scena da denuncia per cui cercai persino un'associazione. La sera ero talmente scosso da questi due avvenimenti, successi a quindici minuti di distanza, che mi è venuto da scrivere una canzone stranamente molto allegra. Ho sempre pensato che le tematiche buie abbiano bisogno di canzoni in accordo maggiore per bilanciare la drammaticità.

In pratica diventi un testimone.

Questa cosa mi mette i brividi perché succede spesso. Ricevo tantissimi messaggi lunghi e dettagliati di persone che mi dicono: "Ti racconto questa cosa, poi vedi tu cosa farne". Sono stimoli che arrivano dal quartiere, dalla gente. A me piace moltissimo fermarmi a chiacchierare; mi affascina indipendentemente dalle logiche di mercato della canzone, mi fa stare bene come essere umano. Questo è a tutti gli effetti il mio quarto disco da autore ed è un primo disco di inediti solista. Ti rendi conto che vuoi fare musica a prescindere dal risultato: deve far stare bene te e, se fa stare bene gli altri, tanto meglio. Mi diverte la ricerca, mi diverte poter fare questo lavoro in maniera libera ed esplorare vari mondi anche dal punto di vista sonoro.

Infatti, ascoltando l'intro di "Ali Bumaye", si senti chiaramente l'influenza del Nord Africa, dell'Algeria, dei Tinariwen. Chi ti segue sa quanto certi paesi dell'Africa ti siano cari.

Sì, amo alla follia quel mondo. I Tinariwen, ad esempio, li ho scoperti più di dieci anni fa, prima di andare in Senegal nel 2006. Sono un'esperienza mistica, meravigliosa. "Ali Bumaye" la vedevo proprio come una tamurriata africana. All'inizio volevo intitolarla La tamurriata bianca. Però poi mi rendevo conto che il disco era molto collegato al quartiere in cui vivo, la periferia tra Giugliano e Villaricca. Raccontare un ragazzo dell'hinterland che si rialza e non cede mi ricordava la boxe e le arti marziali, un'altra mia enorme passione. E l'incontro più epico, dal punto di vista sociale e storico, è quello di Kinshasa.

L'incontro storico tra Muhammad Ali e George Foreman, no?

Sì, lì gli astri si sono allineati per far succedere qualcosa di poetico: non è stata solo una vittoria sportiva. Il fatto che dopo l'incontro sia iniziata una pioggia fortissima dopo una grande siccità, proprio quando Ali ha alzato le braccia, ha dell'incredibile. Sembrava che il mondo si ribellasse. Purtroppo poi la storia fa sempre ripiombare tutto da capo, e lo Zaire è diventato la Repubblica Democratica del Congo, una delle realtà più difficili che esistano.

Quella canzone è introdotta da un monologo molto forte di Francesco Di Leva. Oggi come oggi trattare certi temi è complesso, tant'è vero che il titolo ha un asterisco. Lui invece va dritto al punto.

Sì, è assolutamente voluto. Il titolo "Ali Ne*ro" e "Ali Bumaye" sono due facce della stessa medaglia: prima c'era l'offesa e poi il grido "uccidilo", inteso come uccidi il neocolonialismo, uccidi il potere malefico di una parola. Abbiamo usato quel termine perché era strettamente collegato alla storia di Ali e di una minoranza. Volevo qualcosa che distruggesse il peso di una parola, perché oggi le parole hanno un peso enorme che spesso sottovalutiamo. Francesco ha uno spettacolo teatrale su Muhammad Ali e recita un monologo perfetto per questo pezzo. Credo che oggi si dovrebbe scardinare il potere di certi termini e anche di chi li usa, visto che spesso nei luoghi di potere c'è un problema di linguaggio e di dialettica.

Quando è nato il tuo rapporto con l'Africa?

Molto tempo fa, credo intorno al 2014-2015, anche se ho sempre avuto una propensione fin da ragazzino. Quando incontravo persone africane in centro ero curioso di sapere da dove venissero, com'era il loro paese. Poi l'ho scoperta musicalmente attraverso il blues. Quando vai alla radice di Hendrix o Muddy Waters arrivi ai campi di cotone, e da lì scopri il blues del Mali, che è qualcosa di divino: vedi persone che suonano con una forza incredibile e allo stesso tempo con una leggerezza straordinaria.

E il Senegal di cui parlavi prima?

Andando in Senegal, mi ha catturato soprattutto la parte ritmica. Loro cercano di assimilare la melodia europea e americana, ma ritmicamente il Senegal è bellissimo, così come il Mali ha una musicalità incredibile. Lì chiunque mastica la poliritmia in modo del tutto naturale, mentre da noi la gente si confonde se provi a separare il tempo con le mani e con i piedi. Da lì è nata anche la mia passione per gli strumenti africani.

Roberto Colella – ph di Robbie McIntosh
Roberto Colella – ph di Robbie McIntosh

E invece il rapporto con la musica italiana?

A me piace tutta la musica. L'Italia ha della roba clamorosa e originale. Ci sono stati molti fenomeni di imitazione negli anni, la tendenza a scimmiottare le correnti d'oltreoceano, ma ci sono anche artisti autentici e iper-riconoscibili. Pensiamo a Lucio Dalla o a Lucio Battisti, che io amo alla follia. Battisti ha preso molto da Otis Redding e dalla musica nera, declinandola in maniera eccezionale. Anche oggi la musica italiana ha picchi bellissimi: penso ad Andrea Laszlo De Simone, che è particolarissimo, o a Lucio Corsi, che ha portato una ventata di canzone d'autore. Persone come Geolier nella trap sono dei veri fuoriclasse a livello mondiale, sanno esattamente cosa fanno. Se parliamo di musica suonata abbiamo grandissimi elementi, anche se i musicisti neri hanno storicamente una marcia in più.

A Battisti vi lega anche il Brasile…

Sì, il Brasile musicalmente ha una marcia in più. Devi studiare anni per capire come si muovono l'armonia e il ritmo laggiù, sono fenomenali. Inoltre, sento molta vicinanza emotiva tra la musica argentina, cilena, brasiliana e quella napoletana; ci sono pezzi cileni che sembrano napoletani nel sentimento, così come la musica di Mercedes Sosa o Caetano Veloso.

Nel mio disco c'è "Sozinho" (la canta, ndr), che fa parte dei tre brani classici insieme a "Saul e Isabela" e "Tutto passa". Volevo dare un'impronta antica e classica che mi ricongiungesse a determinate atmosfere. Il testo non è una traduzione ma una riscrittura: la seconda parte è completamente scollegata dall'originale brasiliano perché volevo che avesse un sapore molto più vicino a Napoli. Volevo quel mix tra la Napoli di Libero Bovio e il Brasile di Caetano Veloso o Gilberto Gil.

Questo ti porta anche a imparare le lingue per via dei testi?

Sì, per forza. Magari non a parlarle perfettamente, ma a comprenderle. Mi interessa capire i giochi di parole, come fa ad esempio Stromae. Non basta conoscere il francese scolastico per coglierlo, basti pensare che il suo stesso nome d'arte è il verlan di "Maestro".

A Napoli esiste da anni una scena folk-pop importante, che però sembra fare più fatica ad emergere rispetto a progetti più commerciali. Secondo te perché?

Può darsi che dipenda da logiche commerciali o da mode del momento. Il rap, ad esempio, ha avuto persone che ci hanno lavorato duramente per farlo diventare un fenomeno di costume di massa. C'è però anche una certa pigrizia, sia negli ascoltatori che nei musicisti. E poi, il cantautorato oggi è un po' come la sinistra italiana: tende a essere frammentato. Mi interessa avere un forte impatto live e il mio è un concerto suonato bene.

Il tour è cominciato…

Sì, abbiamo già fatto un paio di date a Salerno e a Nola ed è andata oltre le aspettative. Temevo che dopo uno scioglimento potesse esserci un calo, invece è stato bellissimo. Alla prima data è venuto a trovarmi Clementino: mi ha chiamato mezz'ora prima dal backstage e si è unito a noi sul palco per undici minuti. È stato stupendo. La band sta prendendo le misure giuste, lo spettacolo è strutturato e interamente suonato dal vivo. I musicisti sono delle lame, fortissimi. Siamo pronti.

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