Piero Scaruffi: “La critica musicale l’hanno distrutta i critici, sono adulatori. L’IA? Temo più Putin e Trump”

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Piero Scaruffi - ph Visual China Group via Getty Images
Piero Scaruffi, uno dei critici musicali più famosi e discussi d’Italia, racconta il suo metodo, le polemiche sulle classifiche, l’IA, la crisi della critica musicale e il suo storico sito.

In questa intervista a Fanpage.it Piero Scaruffi spiega il suo metodo di giudizio ("un capolavoro è ciò che ricordo per tutta la vita"), risponde alle critiche degli anti-scaruffiani, rivela che le collaborazioni con le riviste erano "solo un trucco per conoscere i musicisti", ci racconta delle proteste degli artisti finiti in fondo alle sue classifiche, quanto vale il suo sito ("zero, ma non è in vendita") e perché l'intelligenza artificiale lo spaventa meno di Putin e Trump.

Da oltre quarant'anni Piero Scaruffi vive negli Stati Uniti, e da quasi trenta il suo sito scaruffi.com è uno dei luoghi più discussi della musica in rete: milioni di parole, migliaia di recensioni, voti in decimi assegnati quando le pagelle ai dischi erano un'eresia. Nel 2006 il New York Times lo definì "The Greatest Web Site of All Time", Il Post, nel 2024, "Il più prolifico critico musicale dell’internet italiana". Ma nel nostro paese ha generato una frattura che dura da decenni, ancora oggi, tra chi lo considera l'unico critico rock e chi lo accusa di premiare la sperimentazione a scapito dell'emozione.

Matematico di formazione, arrivato nella Silicon Valley quando il mondo digitale stava nascendo, Scaruffi ha scritto di intelligenza artificiale, filosofia, neuroscienze, cinema e storia della California. E per la prima volta affronta tutto, in via epistolare con un fitto scambio di mail per risparmiare tempo (forse l’unica vera ossessione): il suo metodo, i detrattori, la fine della critica musicale, la delusione per Internet e i social, la musica generata dall’AI e le classifiche che gli fanno arrivare le proteste degli artisti. Su un punto solo, però, fa come Paganini: non ripete. Quando gli chiediamo conto delle sue celebri stroncature ai Beatles, a David Bowie o ai Radiohead, rimanda alle pagine del suo sito: "Se non è spiegato lì, non so spiegarlo meglio". E sulla musica italiana taglia corto: "Non so nulla. È come chiedermi pareri sulla Svizzera". Ora finiranno o si riaccenderanno le polemiche?

Nel corso del tempo sei diventato un critico musicale di culto grazie alle recensioni. Ma ti riconosci ancora nell'etichetta di "critico musicale" o oggi ti sta stretta?

Critico musicale, va ancora bene così.

Nasci come matematico, hai lavorato nell'informatica e nell'intelligenza artificiale e ti sei occupato di filosofia, neuroscienze, cinema, letteratura, arte. Quanto della tua formazione scientifica è entrato nel tuo modo di giudicare la musica?

Spero che sia stato utile. La musica, così come il cinema, la poesia e l’arte in generale, è un modo per uscire dall'estrema razionalità di fisica, matematica e informatica, che sono le mie origini, ma spero che tutto abbia influenzato tutto. Mi sembra importante essere interdisciplinare.

In Italia hai collaborato con varie riviste, ma sempre meno nel tempo. Come mai non c'è posto per te nell'informazione italiana?

Onestamente, era soltanto un trucco per conoscere musicisti di persona. Presentandomi come corrispondente di riviste europee, ho conosciuto grandi e piccoli musicisti. Spesso i piccoli musicisti dicono le cose più interessanti quando non parlano di sé ma del loro ambiente.

Hai iniziato a vivere nella Silicon Valley quando stava nascendo il mondo digitale che conosciamo oggi. L'intelligenza artificiale è un pericolo o un'opportunità?

C'è molta esagerazione. È tutte e due le cose, ma senza esagerare. Temo molto di più Putin e Trump, o il climate change, o ebola, o la disinformazione, o la sovrappopolazione in tanti paesi poveri. I guai più grossi li combinano gli uomini. Gran parte degli uomini uccisi nella storia dell'umanità sono stati uccisi da uomini. I virus e i batteri. Le zanzare. Consiglio di concentrarsi sui problemi veri.

I social hanno portato più "democrazia" per arrivare al pubblico con la propria musica, ma hanno anche distrutto un sistema industriale. Come li valuti oggi?

Una grande delusione. Quando sono nati, e quando è nata l'Internet in generale, speravamo che fossero un importante processo di democratizzazione. Invece hanno portato caos multidimensionale e bassa qualità di informazione. Anzi, bassa qualità di tutto, persino di pubblicità. Questa sì è una cosa di cui aver paura sul serio. E non diamo colpa alle corporation: è la gente che li usa, le corporation semplicemente li mettono a disposizione. Così come è sbagliato dar colpa agli smartphone per aver creato questo rumore continuo di gente che parla nonstop dalla mattina alla sera: è la gente che parla, il telefono non obbliga nessuno a farlo.

Consultare il tuo sito è come fare un viaggio indietro nel tempo del primo Internet: grafica essenziale, un'enorme quantità di informazioni e nessun banner pubblicitario, solo donazioni. È una scelta funzionale o anche una resistenza alle imposizioni degli algoritmi?

Tutti quelli della mia generazione che cercarono di "aggiornare" il look del loro website sono spariti. Il mio è ancora lì, e continua a crescere. C'è un vantaggio a tenere le cose semplici. Mi sembra anche un atto di rispetto per i miliardi di persone che hanno dispositivi lenti, come computer, laptop, telefoni. Il mio website è quasi tutto testo, quindi non richiede nulla più che un computer di 30 anni fa.

Ti hanno mai proposto una cifra per acquistare il tuo sito?

Lo valuto zero. Ma non è in vendita.

Proviamo a capire il tuo sistema di valutazione della musica. Cosa deve avere un album per diventare un capolavoro?

Deve essere qualcosa che ricordo per tutta la vita e a cui voglio tornare. Stessa cosa che vale per una città o un ristorante, un romanzo o un film.

Quanto pesa l'innovazione rispetto all'emozione?

Contano tutte e due per determinare quanto lo ricorderò.

Può esistere un disco bellissimo ma storicamente irrilevante?

Non è forse il caso di molti dei miei top 100?

E, al contrario, un disco importantissimo ma non particolarmente bello?

Importante per cosa? Il contesto determina cosa è importante e cosa no. Una cosa può essere importante per Roma ma non per Londra, o per il turismo ma non per la chimica, eccetera. Molti artwork, tra cui musica, pittura, cinema, sono importanti come fatti sociali, non necessariamente estetici. Anche un dentifricio può essere importante. Anche un sasso. Dipende dal contesto.

Quanto conta la capacità di scrivere una grande canzone rispetto alla capacità di inventare un nuovo linguaggio?

Sono capaci quasi tutti di scrivere una grande canzone. Molti hanno di meglio da fare nella vita e non ci proveranno mai.

Hai mai riascoltato un album o una canzone molti anni dopo e hai pensato di aver sbagliato nella precedente valutazione?

È certamente successo ma non ricordo un caso in questo momento.

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Piero Scaruffi

In Italia esistono due fazioni: gli "scaruffiani", cioè chi è d'accordo con il tuo metro di valutazione, e gli "anti-scaruffiani", cioè chi è convinto che nel tuo metodo prevalga l'aspetto sperimentale a scapito delle emozioni. Come rispondi ai tuoi detrattori?

Intanto che gli scaruffiani hanno ragione. Comunque non solo in Italia. Ci sono diverse dimensioni di scaruffiani e antiscaruffiani. Per esempio, ci sono discussioni se sia giusto privilegiare la musica e ignorare quasi sempre i testi come faccio io. Ci sono discussioni se un critico musicale debba conoscere e usare il linguaggio dei conservatori o no nel giudicare la musica. Io non ho mai studiato musica e si vede.

La critica musicale esiste ancora?

Mi sono messo a fare il critico musicale rock perché nella musica rock i critici si erano dimenticati perché quel mestiere si chiama "critico". Erano, e ancora sono, quasi sempre adulatori, a differenza dei critici cinematografici, d'arte, classici, eccetera, che spesso sono famosi per le frequenti stroncature. Erano, e sono, validi come "cronisti", come persone che documentano quello che capita. Ma ero stanco di ascoltare tanti dischi rock che erano mediocri o spazzatura ma le recensioni non erano mai negative. Così sono diventato critico, anche se a me in realtà è sempre interessata più la storia che non gli episodi spiccioli. E ho messo i voti ai dischi, un fatto che all'epoca generò scandalo. Oggi tutti danno voti, ma ai tempi era un anatema. Ho scoperto che migliaia di persone aspettavano proprio uno che facesse il critico, non l'adulatore, e che desse i voti. E quindi il mio website, in particolare la parte rock, è diventato quello che è. E così ho anche capito una differenza fondamentale fra i "critici" rock e il pubblico: nella musica rock è l'ascoltatore medio che fa davvero il critico, mentre quello che dovrebbe fare il critico è spesso influenzato dalle case discografiche o semplicemente non vuole farsi nemici.

È anche per questo che la critica oggi è così debole?

Per curiosità ho appena guardato la pagina di recensioni film della mia rivista di cinema favorita: nessun film viene giudicato valido. Quelli sono critici. Poi ho guardato uno dei website di musica più famosi: nessun disco prende meno di 7. Difficile chiamarli "critici" se non criticano nessuno. La critica musicale l'hanno distrutta i critici musicali.

Hai detto che collaborare con le riviste era soprattutto un modo per conoscere musicisti di persona. Quali sono gli incontri che ricordi con più piacere?

Robert Rich, Terry Riley, Pauline Oliveros… tutti quelli che parlarono poco di musica e molto di altro.

Alcuni tuoi detrattori sostengono che tu privilegi la cronologia come criterio di giudizio, premiando chi arriva prima indipendentemente dalla qualità del risultato. È un'accusa fondata?

Questo è un altro dibattito storico fra scaruffiani e antiscaruffiani. Tutto parte dal dilemma: "Se io copio The Waste Land parola per parola ho scritto un capolavoro?". Tecnicamente sì, anche la copia è un capolavoro. Se non sai che esiste l'originale di T.S. Eliot dirai che l'autore della copia è un grande poeta. Da questa discussione poi ne derivano tante altre, fra cui quella che citi. Chi lo fa per primo lo fa in un certo contesto: la centesima volta che lo fai il contesto è completamente diverso. In aggiunta, io penso che chi ci arriva prima tende a farlo con uno spirito diverso e quindi non mi sorprende che il "primo" rimanga il mio preferito.

Il Post ti ha definito "il più noto, influente e discusso critico musicale della storia di Internet". Pensi che i critici delle grandi testate italiane abbiano sofferto la tua notorietà?

Manco dall'Italia da 43 anni e l'unico critico che conoscevo era Riccardo Bertoncelli, che ha sofferto tante cose di me ma non quella. Meglio chiedermi cosa ne pensano gli americani. Secondo me ho capito prima di altri l'importanza di Internet quando era appena nata, e questo ha creato qualche gelosia, soprattutto fra quelli che si reputavano migliori di me, probabilmente a ragione.

Nel 2006 il New York Times dedicò un articolo al tuo sito, intitolandolo "The Greatest Web Site of All Time", e sottolineando l'enorme mole di lavoro portata avanti da una sola persona. Confermi che, a parte le recensioni firmate da altri che ospiti, il resto è tutta opera tua?

Non ci dovrebbero essere recensioni firmate da altri. Il website si chiama "scaruffi.com" per una ragione: contiene tutto quello che scrivo. Ci sono studenti e volontari che mi aiutano in tante incombenze e senza i quali molte sezioni non esisterebbero. Un volontario italiano a cui va un grazie particolare è Rocco Stilo che, oltre a tenermi aggiornato sul jazz, non so come faccia ma sa tutto, sta compilando una risorsa importante: le date di registrazione dei dischi rock. Nel jazz è normale assegnare a un brano la data di registrazione e nella classica la data di composizione. Nel rock invece citiamo la data di pubblicazione, che è un fatto puramente commerciale. Rocco mi sta aiutando a scovare le date di registrazione dei dischi rock più importanti.

Sul tuo sito esiste una pagina intitolata "Plagiatori del mio website", sia italiani che internazionali. La lista è ferma al 2009: in seguito quanti altri pensi ti abbiano copiato?

Pochi. Perché scrivo di cose che non interessano le masse. E anche perché i plagiatori hanno molti più website da cui copiare. Una volta ce n'erano molti di meno e quindi il mio era più visibile.

Ti hanno mai contattato artisti famosi per lamentarsi dei tuoi giudizi critici?

Spesso. Forse non si rendono conto che mi onorano quando si lamentano del mio giudizio. Non tanto dei giudizi ma delle varie classifiche. Questa è una tipica email: "Mi hai messo al 42esimo posto dei migliori chitarristi". Fortunatamente tanti, dopo qualche scambio epistolare, sono rimasti "amici" a distanza. Un episodio per tutti: Giorgio Gomelsky, che purtroppo è morto dieci anni fa, mi scrisse protestando per qualcosa che avevo scritto, non ricordo cosa, ma poi ci mettemmo a discutere di Jeff Beck e mi diede la sua versione di come Beck non inventò il feedback. Puoi leggere la sua email sul mio sito. Probabilmente era falso come metà delle cose che diceva, ma era sempre un piacere.

Perché, quando ho provato a chiederti delle tue storiche stroncature dei Beatles, di David Bowie, dei Radiohead o della musica italiana, preferisci non rispondere?

Per tutte le domande su artisti specifici ti devo rimandare alle pagine del mio website. Se non è spiegato lì, non so spiegarlo meglio. Della musica italiana non so nulla: manco da 43 anni. È come chiedermi pareri sulla Svizzera. Avrò ascoltato quei dischi e mi ricordo qualche nome, ma devo andare sul mio website e riscrivere quello che avevo scritto lì. Quelle furono le mie impressioni.

Hai accennato che privilegi la musica sui testi, ma non ti sembra che questo metodo rischi di tradursi in un giudizio monco su un'opera che spesso nasce come fusione tra i due elementi?

Come detto: scaruffiani e antiscaruffiani hanno discusso questo tema da anni. Pro e contro. Il mio problema è che quando faccio attenzione ai testi nel 90% dei casi abbasso il voto. Ho sei scaffali di libri di poesia, non ci entrano molti musicisti rock in quegli scaffali. Per esempio, ovviamente capisco l'inglese, ma la mia scheda sui Velvet Underground chiaramente distorce i testi. È un modo per dire che, se considero i testi veri, quei dischi perdono due punti. Se assumo che la musica dica altro, sono capolavori che meritano un posto fra Bach e Beethoven. Per inciso, questo vale anche per la musica classica: ben pochi lieder si salvano se fai attenzione ai testi, né si salvano le varie messe, oratori e persino le opere di Giuseppe Verdi.

Negli ultimi tempi ci sono stati casi di artisti o band interamente creati con l'IA, con nomi, volti e biografie inventate, che su Spotify hanno superato in ascolti gruppi storici con decenni di carriera. Secondo te è ancora musica, o è un'altra cosa a cui manca semplicemente un nome?

È sempre musica. Ho foto di ragnatele che sono grandi opere d'arte. Che la faccia un ragno, un uomo o una macchina, l'importante è il risultato.

Molti musicisti oggi usano l'IA solo per una parte del processo, come un arrangiamento, una voce, un missaggio, ma senza dichiararlo. Pensi che debba esistere un obbligo di trasparenza?

Per me no. Fa piacere se lo dicono, così come ci faceva piacere se Captain Beefheart ci avesse detto se aveva suonato bass clarinet o tenor saxophone o musette o simran horn, così non dobbiamo tirare a indovinare, ma non è obbligatorio. Per esempio, io ho scritto le risposte alle tue domande in inglese, così scrivo più in fretta, e poi ho chiesto a Gemini di tradurle. Dovrei dichiararlo?

Lo streaming ha spinto molti artisti a scrivere canzoni sempre più corte, con il ritornello nei primi secondi, pensate per l'algoritmo più che per l'ascoltatore. È una degenerazione della forma canzone o semplicemente la sua ultima evoluzione?

Non conosco quegli "artisti", per cui non vorrei parlare di cose che non conosco. Io noto l'opposto: brani sempre più lunghi, brani che potrebbero essere ottimi se limitati a sette minuti ma invece l'artista li fa durare venti minuti e quindi il mio voto è 5/10.

Hai girato il mondo, ma oggi dove senti che passa davvero lo "spirito del tempo"? In un'area geografica, in un genere musicale, in un'altra forma d'arte o in una tecnologia?

Buona domanda. Forse tutte insieme. Anni fa ho scritto una storia della Silicon Valley, finalmente tradotta quest'anno anche in italiano, proprio perché la Bay Area ha creato un matrimonio fra arte e tecnologia. Lasciami fare pubblicità al mio ultimo libro: "A Cultural History of California". L'ho scritto con la presunzione che la California sia il posto che meglio rappresenti lo "spirito del tempo". Seicento pagine che spaziano dai pittori di un secolo fa agli studenti di Berkeley del 1964, agli hippies del 1967, alla cultura punk degli anni '80, fino all'arte multimediale di oggi.

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