Il generale Battisti: “In caso di errori o incidenti la guerra in Ucraina può estendersi in Europa”
La guerra in Ucraina sta cambiando forma e rischia di allargare i suoi confini. Se lungo i 1.200 chilometri di fronte il conflitto è sostanzialmente in stallo, lontano dalla prima linea l'escalation è nei fatti. Dai droni esplosivi russi piazzati negli aeroporti tedeschi – cuore logistico della NATO – agli avvertimenti di Zelensky sulla sicurezza dei cieli sopra Mosca, fino alle imponenti operazioni di guerra elettronica dell'Alleanza Atlantica sull'exclave di Kaliningrad, i segnali di un confronto sempre più serrato si moltiplicano. Non a caso lo stesso ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone – presidente del comitato militare NATO – ha recentemente evocato una postura dell'alleanza più offensiva, segnando un punto di svolta nella deterrenza verso il Cremlino.
Ma quanto è reale il rischio di un allargamento formale del conflitto ai Paesi dell'Alleanza? E quali sono i punti di rottura che potrebbero innescare l'Articolo 5? Per decifrare le dinamiche di questa nuova fase, abbiamo intervistato il Generale Giorgio Battisti, già comandante del Corpo d'Armata di Reazione Rapida della NATO in Italia. Il quale è convinto che né l'Alleanza Atlantica né la Russia sono alla ricerca di uno scontro diretto, ipotesi che tuttavia non può essere del tutto esclusa dall'impatto della guerra ibrida di Mosca, da quello dei missili occidentali assemblati a Kiev e, soprattutto, dallo scenario più temuto: un incidente nei cieli baltici o una provocazione russa mirata, potenzialmente capace di trascinare l'Europa intera in una guerra aperta.
Generale Battisti, qual è il punto della situazione sul campo e cosa indicano gli attacchi sempre più intensi di questi ultimi giorni?
Per capire l'evoluzione del conflitto occorre distinguere ciò che accade sul fronte da ciò che avviene nei territori interni dei due Paesi. Per quanto concerne il fronte, che si estende per oltre 1.200 chilometri, è sostanzialmente bloccato in una dura guerra di logoramento: l'Ucraina ha ottenuto limitati guadagni territoriali a sud, mentre la Russia continua a spingere nel Donetsk per conquistare l'ultimo 10-15% del territorio non ancora sotto il controllo di Mosca. L'obiettivo delle forze russe è aggirare da nord e da sud le città fortificate dal 2014 – come Sloviansk, Kramatorsk e Druzhkivka – oltre le quali non vi sarebbero più linee difensive ucraine strutturate fino al fiume Dnipro.
Negli ultimi mesi si è intensificato lo scambio di attacchi a lungo raggio. Kiev impiega droni e missili in profondità contro raffinerie, depositi di carburante e centri logistici come la cosiddetta "Amazon russa" per intaccare la vita quotidiana della popolazione in vista delle elezioni della Duma. Questo sta erodendo il consenso di Putin, che seppur continui a essere molto alto è sceso dall'85% di gennaio al 75% di luglio secondo i dati dell'ONG russa Levada. La Russia risponde colpendo sistematicamente le centrali elettriche ucraine: con l'80% delle infrastrutture energetiche fuori uso, si prospetta un inverno drammatico per la popolazione civile, con temperature che possono raggiungere i -30°C. A questo si aggiungono i bombardamenti sui porti di Odessa e del Mar Nero per bloccare l'esportazione del grano, principale fonte di introito di Kiev, e i frequenti sconfinamenti di droni nei Paesi vicini come Romania e Bulgaria.
Ieri Zelensky ha avvertito le compagnie aeree internazionali che i cieli russi potrebbero non essere più sicuri. Come interpreta questa dichiarazione?
L'avviso rivolto da Zelensky alle linee aeree internazionali suona come una velata minaccia di poter estendere gli attacchi ucraini non solo agli aeroporti commerciali e civili sul territorio russo – compresi i quattro scali di Mosca – ma agli stessi velivoli in volo nei cieli della Russia. Se questa intenzione dovesse tradursi in attacchi concreti contro aerei commerciali carichi di passeggeri inermi e stranieri, ci troveremmo di fronte a uno scenario drammatico. Non a caso, questa presa di posizione ha provocato l'immediata reazione di Putin, che ha accusato Kiev di "terrorismo internazionale".
Regno Unito e Francia hanno annunciato la condivisione di tecnologie per la produzione in Ucraina dei missili Storm Shadow/SCALP. Si tratta di una svolta o non cambierà gli equilibri?
I missili Storm Shadow britannici e SCALP francesi sono la stessa tipologia di missile cruise lanciato da aerei, con oltre 500 chilometri di gittata e 450 chili di esplosivo. L'Ucraina li impiega già da tempo con successo, come dimostra il recente attacco che ha distrutto un centro di comando russo sul fronte nord.
La novità risiede nell'autorizzazione ad assemblarli direttamente sul territorio ucraino. Tuttavia, dal punto di vista pratico non si tratta di una svolta immediata. A meno che non siano state approntate con largo anticipo, allestire queste catene di montaggio richiede l'individuazione di siti idonei, il trasporto di macchinari complessi e il reclutamento di maestranze e ingegneri specializzati: è un processo che richiederà circa un anno prima di sfornare i primi missili pronti all'impiego. Vi sono inoltre due forti criticità: queste fabbriche diventeranno subito bersagli strategici prioritari per i missili russi e sussiste il concreto rischio che le tecnologie sensibili possano essere scoperte o sottratte tramite spionaggio o corruzione, motivo per cui ad esempio gli Stati Uniti hanno frenato sull'assemblaggio dei Patriot.
È notizia di ieri che la Germania ha formalmente accusato la Russia di aver collocato un drone esplosivo all’aeroporto di Lipsia vicino a un cargo ucraino. Qual è il significato di questo episodio?
Dall'inizio della guerra si contano circa 200 atti di sabotaggio o tentativi di aggressione ibrida in Europa, ma per la prima volta un governo – attraverso due ministri di punta – ha attribuito in modo formale e diretto la responsabilità a Mosca. La Germania è il bersaglio principale di queste azioni perché rappresenta il perno logistico dell'impegno occidentale: sul territorio tedesco arrivano e vengono smistati i rifornimenti per Kiev, risiedono i comandi di coordinamento della NATO e vengono anche assemblati i missili antiaerei Stinger. L'attacco sventato al cargo Antonov-124 a Lipsia dimostra come la Germania sia il nodo centrale che la Russia cerca di destabilizzare.
Il mese scorso l'ammiraglio Cavo Dragone ha sollecitato una postura più attiva della NATO: poco dopo c'è stata un'importante operazione di guerra elettronica su Kaliningrad. Che segnale manda l'Alleanza?
L'ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, la massima autorità militare della NATO, ha dichiarato che è giunto il momento per l'Alleanza di superare una postura puramente difensiva nei confronti degli attacchi cyber e ibridi russi, adottando un atteggiamento più attivo e offensivo.
Un primo segnale concreto si è visto a cavallo di ferragosto: per tre giorni, tra i 30 e i 50 velivoli alleati hanno condotto un'operazione di guerra elettronica contro l'exclave russa di Kaliningrad, oscurando e neutralizzando le comunicazioni delle basi e dei sistemi missilistici a capacità nucleare lì concentrati. Questa manovra ha mostrato la capacità della NATO di intervenire con decisione in caso di escalation, segnando un netto cambio di passo nella deterrenza.
Alla luce di queste manovre e della tensione crescente, c’è il reale rischio di un allargamento della guerra ai Paesi della NATO?
Né la Russia – già palesemente in difficoltà nel conflitto logorante in Ucraina – né la NATO desiderano uno scontro aperto e il riarmo dell'Alleanza ha una funzione essenzialmente deterrente. Tuttavia, quando centinaia di aerei pattugliano quotidianamente i confini e i caccia russi provocano entrando per pochi secondi nello spazio aereo baltico, il rischio principale risiede nell'errore umano o nell'incidente. In situazioni in cui le decisioni devono essere prese in manciata di secondi da piloti o soldati sul campo, un errore di valutazione o una reazione d'impulso potrebbero innescare una reazione a catena incontrollabile. Siamo nel campo delle ipotesi, ma chiaramente quando si hanno centinaia di migliaia di militari dispiegati in aria, terra e mare un errore può sempre capitare.
Un altro scenario potrebbe riguardare la possibilità, sempre del tutto ipotetica al momento e non sostenuta da evidenze, che la Russia decida di testare la tenuta dell'Alleanza nei Paesi Baltici. In Estonia e Lettonia risiedono significative minoranze russofone (pari al 24-25% della popolazione) a cui Mosca ha concesso passaporti d'ufficio, rivendicando il diritto di intervenire a loro tutela. Un'operazione "limitata" o una provocazione mascherata da "intervento umanitario" per proteggere le popolazioni russofone – sulla falsa riga di quanto fatto nel Donbass o da Stalin in Polonia nel 1939 – servirebbe a Putin per mettere alla prova la coesione della Nato e l'applicazione dell'Articolo 5, rappresentando il pericolo più concreto di estensione del conflitto. Sottolinea, però, che si tratta al momento più di un'ipotesi teorica che di una minaccia concreta.