Mauro Repetto: “Sul marchio 883 e Cecchetto? La mia scelta è stata stare al 100% con Max Pezzali”
Mauro Repetto riparte da "Generazione", il suo nuovo singolo, e dal romanzo cyberpunk "Election Day 2067". Ma il successo della serie Sky sugli 883, "Nord Sud Ovest Est", lo riporta inevitabilmente a fare i conti con la storia del duo. In questa intervista affronta il momento dell'addio e la comunicazione a Pezzali: "Lasciare Max fu come dirgli quest'estate vado a Milano Marittima". Ma soprattutto l'evoluzione del rapporto negli anni, con la recente controversia legale per la titolarità del marchio "883", in corso al Tribunale di Milano tra Max Pezzali e Claudio Cecchetto. Una battaglia che ha rischiato di coinvolgere lo stesso Repetto nel novembre 2024, quando i legali di Pezzali inviarono una diffida al Comune di Pavia per bloccare la sua benemerenza civica, temendo che la premiazione potesse influenzare l'esito del processo. "Ho rispettato Cecchetto, ma quando si sono create certe dinamiche, il mio pensiero e la mia priorità, al 100%, sono andati subito al mio migliore amico". Qui l'intervista a Mauro Repetto.
Ti ha sorpreso vedere un'attenzione e un amore così forti per la vostra storia e per la band con il successo della serie tv?
La cosa che colpisce anche me è vedere figli di mie amiche, o bambini che vanno ancora all'asilo, conoscere a memoria le nostre canzoni. Parliamo di quattro generazioni diverse che ricordano testi scritti 35 anni fa. Questo piacere intergenerazionale deriva dal fatto che noi eravamo assolutamente normali, raccontavamo storie di tutti i giorni come un fiume in piena di parole semplici.
Cosa credi colpisca l'immaginario?
Nel mondo ci sono milioni di persone, ma alla fine quello che cerchiamo tutti è l'autenticità. Il successo della serie e l'amore che la circonda ne sono la prova: esistono dei grandi picchi di comunione tra le generazioni quando sei sincero. Abbiamo raccontato gioie e dolori comuni a tutti noi cinquantenni e ai ragazzi di oggi, mantenendo viva quell'energia proprio perché, alla fine, abbiamo raccontato semplicemente la normalità.
Nella prima stagione si raccontava l'incontro personale e artistico, mentre nella seconda si intravede la maturità e le prime ansie per il futuro. Come hai vissuto personalmente il primo successo e quel momento di transizione?
Sicuramente, anche dopo la vittoria al Festivalbar con "Come mai", eravamo rimasti i ragazzi che vivevano coi genitori tra Pavia e Vigevano. Mi ricordo noi due da soli, in macchina con Max che guidava la sua Golf per tornare a casa. Eravamo ancora in una dimensione molto intima. Avevamo intorno persone con le quali si poteva discutere di canzoni e progetti in modo normale. Sia a Parigi che a Miami siamo rimasti due ragazzi molto semplici, che non hanno mai vissuto il riconoscimento in maniera artefatta.
Quali difficoltà ci sono state, se ne hai avute, nel comunicare a Max la tua scelta di andare negli Stati Uniti?
L'avvicinarsi a Max all'epoca era semplicemente naturale. Quando ho deciso, gliel'ho comunicato esattamente come, al liceo, gli avrei parlato di una ragazza. Gli parlavo da amico, non da collega, e non ho avuto nessuna remora. Nella mia testa volevo semplicemente allungare quell'avventura bellissima andando a Los Angeles. A dire il vero, l'idea di Election Day l'avevo in mente già allora.
Siete riusciti a mantenere un rapporto umano solido, anche quando avete preso strade diverse?
Non ho mai parlato a Max come a un collega, non mi sembrava giusto, perché il nostro successo nasceva da un'amicizia e dalla voglia di passare tutta la giornata assieme. Anche all'ultima première della serie, quando siamo saliti sul palco, tra noi c'era la stessa voglia di essere noi stessi. Anche se non ci vediamo per cinque anni, quando ci incontriamo c'è sempre la voglia di ridere assieme. Oggi non concepisco Max come un'istituzione a cui devo rispetto, ma resta il mio compagno di banco, lo stesso con cui scrivevamo canzoni per divertimento. Quando sono andato a Miami e poi a Hollywood, per me è stato come dirgli: "Quest'estate non vado in vacanza con te, vado a Milano Marittima".
Hai mai avuto timore che la distanza potesse incrinare i vostri rapporti?
Ti dico di no, perché non ci siamo mai cercati a tavolino o in modo forzato. La scintilla della nostra amicizia è sempre stata presente, basata su tutto quel materiale immaginario e vissuto che condividiamo. Magari capita di incrociarsi per caso, anche in un supermercato dopo dieci anni, e in quei piccoli sorrisi di complicità ritrovi tutto il rapporto intatto, senza alcuna forzatura.
C'è stata una giornata particolare in cui avresti voluto averlo accanto per condividere quel sano senso di amicizia, o un evento della sua vita a cui saresti voluto esserci?
Tantissime volte. Ci sono giornate in cui ti scatta un "clic" e pensi subito a quello che hai vissuto con Max. Mi tornano in mente i ricordi delle serate fuori dalle discoteche, le sigarette fumate sdraiati nel parcheggio, quegli eccessi giovanili e sregolati di cui poi ridevamo. È tutto quel materiale immaginario e di vita reale che abbiamo condiviso. È uno scrigno pieno di ricordi che appartiene solo a noi due.
Parlando di altre figure chiave, come si è evoluto il tuo rapporto con Claudio Cecchetto? C'è sempre stato un rispetto quasi istituzionale nei suoi confronti.
Hai detto bene. All'epoca avevamo un profondo rispetto per chi stava aiutando a creare tutto quello. Cecchetto aveva la qualità di un vero leader carismatico e ci ha aiutato tantissimo. La cosa più bella è che lui non ha mai cambiato una virgola di quello che eravamo: non ha mai sindacato su come ballavo sul palco o su quello che scrivevamo. Ha accolto il coraggio di due ragazzi in maniera integrale. Poi, con il tempo, ci sono stati anche dei lati negativi e critici, ma sono d'accordo sul fatto che all'epoca fosse un leader fondamentale.
Mi spieghi come hai vissuto la diffida nel 2024 di Max Pezzali per il ritiro del premio per gli 883 a Pavia?
Ho rispettato Cecchetto, ma quando si sono create certe dinamiche, il mio pensiero e la mia priorità, al 100%, sono andati subito al mio migliore amico.
Hai parlato di una birra conciliatrice con Max dopo l'accaduto? Si era creato quindi un momento di tensione/malinteso tra di voi?
Ci siamo ritrovati sorridendo davanti a una birra, abbiamo scherzato e la scintilla è scoccata all'istante, come un colpo di scena. Non abbiamo avuto bisogno di forzare nulla, ci siamo ritrovati subito, ancora prima di iniziare a bere. Io ricordo tutto del nostro passato, e quando ci incontriamo proviamo sempre lo stesso piacere. Non siamo mai stati il tipo di amici che si scrivono ogni giorno per darsi appuntamento.
Cosa ti manca di più di quel rapporto adolescenziale, il ricordo più forte in questo momento?
Abbiamo vissuto talmente bene assieme da non aver bisogno di dimostrare nulla a nessuno. Vivendo le nostre vite separatamente, non ha senso cercarsi in modo forzato. Il nostro rapporto rimane quello di due compagni di banco. Condividiamo gli stessi ricordi: le scarpe di quel professore di matematica da cui andavamo a lezione, le risate, i codici che capivamo solo noi. Conserviamo ancora questi ricordi che rappresentano il cuore della nostra gioventù, ed è proprio da queste cose bellissime che la scintilla si riaccende sempre.
Una curiosità sull'attore Matteo Oscar Giuggioli che ti interpreta: c'è stato un confronto con lui e ti riconosci nel suo modo di portarti in scena?
Penso che abbiano fatto tutti un ottimo lavoro. Sia il regista, sia lo sceneggiatore, sia gli attori hanno capito perfettamente cosa significava vivere quegli anni Novanta in provincia. Hanno saputo toccare le piccole corde giuste per portare quelle emozioni sullo schermo. Io mi pongo semplicemente come spettatore. Godendomi la semplicità e la bellezza della serie, non mi viene voglia di cambiare o aggiungere nulla.
Facendo un passo in avanti rispetto agli Stati Uniti, parliamo del tuo arrivo a Parigi. Che impatto ha avuto su di te la città nei primi anni?
Parigi è molto più vicina a Milano rispetto agli Stati Uniti. In America c'è questa dinamica per cui, se non sei in cima alla classifica, non esisti; è come se contasse solo vincere lo scudetto. L'Europa, e in particolare Parigi, ti permette invece di rigenerarti in una dimensione molto più umana. È una vera e propria capitale sociale rigeneratrice, che ti rimette in circolo e ti dà l'opportunità di ripartire, facendoti riscoprire l'energia.
C'è qualcosa che ti ha sorpreso in modo particolare, di te stesso o della nuova realtà, quando sei ripartito con questa vita?
Mi ha sorpreso la grande libertà di scelta. La possibilità di muoversi liberamente in una società senza sentirsi costantemente giudicati, dove ognuno ha davvero la possibilità di ricostruirsi seguendo le proprie inclinazioni.
Ritornerai in libreria con il tuo esordio nella narrativa con "Election Day 2067". Mi incuriosisce che questo debutto sia distopico, ma in fondo non così lontano dalla nostra realtà attuale.
Mi sono posto questa domanda: cosa succederebbe se chi si occupa di marketing politico internazionale applicasse le stesse dinamiche di chi lancia un libro, una canzone o un prodotto sul mercato, cercando il testimonial perfetto per chiunque? Partendo da questa premessa, e considerando i recenti sviluppi scientifici, come il ritrovamento del DNA di figure storiche, combinati al lavoro delle stampanti 3D, ho immaginato una sorta di Jurassic Park umano applicato alle elezioni politiche. Mi sono detto: all'Occidente, all'intelligenza mondiale in declino, manca un vero leader carismatico globale. Allora perché non stampare in 3D, o ricreare attraverso l'AI, le icone dei grandi del passato?
Un leader che si adatti anche ai tempi/problemi moderni?
Un leader perfetto e personalizzato, magari un leader della sinistra eccezionale o una figura che riporti ordine nel blocco mediorientale, per far tornare a sognare i popoli e vendere la politica esattamente come si vendono i prodotti commerciali. In effetti nel libro le figure storiche vengono scelte appositamente; ad esempio ho scelto una figura come Tutankhamon, o altri leader con determinate estetiche e colori specifici, che vengono selezionati proprio per fare presa sull'elettorato.
Come aderisce alla realtà questa ricerca di un leader politico?
Guardando tutte le tribune politiche di oggi, sia in Italia, sia a Parigi, sia negli Stati Uniti, mi rendo conto che ci sono figure retoriche bellissime da ascoltare, ma manca un vero leader politico. Da qui nasce la mia provocazione: finiremo per immaginare davvero Che Guevara resuscitato come leader della sinistra, o Giulio Cesare come leader della destra? La mia riflessione parte da una domanda: c'è oggi un carisma in grado di migliorare le condizioni dei popoli ed evitare le guerre o le manifestazioni continue che vediamo qui a Parigi? La mia visione nasce anche da questo senso di persecuzione sociale. Ci vorrebbe un leader politico molto più solido di quelli che abbiamo oggi nel mondo.
E come vedi ciò che sta accadendo oggi in Italia, rispetto alle tensioni sociali a cui siamo abituati in piazze come Parigi?
In effetti, se non c'è qualcuno che ti faccia sognare e respirare sul futuro, subentra una sorta di attacco di claustrofobia collettiva. È il caso di Parigi: sono anni che si applica un certo trattamento sociale, e poi inevitabilmente scattano le manifestazioni oceaniche. È un meccanismo di insofferenza che capisco possa arrivare dappertutto, anche a Milano e in Italia.
Come leggi le riflessioni sulla musica che inciterebbe alle violenze in piazza, tra cui le accuse al rap?
Penso che, oggi come un tempo, la musica sia la testimonianza di quella claustrofobia sociale di cui parlavamo, e mai un'incitazione reale alla violenza. Può sembrare cruda, ma vuole solo essere una valvola di sfogo per la società. Anche nei pezzi storici non c'è mai stata un'esortazione alla violenza: Bob Marley, nei suoi testi, ha sempre chiesto al suo pubblico di elevarsi e mai di scendere verso atti barbari. Il sarcasmo, i libri, le canzoni sono la più grande forma di competenza contro la violenza. La musica va compresa come mezzo per gridare i propri diritti, evitando di sfociare in una violenza che, alla fine, è solo il sintomo di una grande distanza comunicativa.
Una distanza che tu cerchi di assottigliare nel singolo "Generazione"?
In Generazione cerco una profonda comunione con i ragazzi di oggi, in particolare con i miei figli. Chiaramente i contesti cambiano e i riferimenti non sono tutti uguali; le loro abitudini sono diverse dalle mie. Però mi sono reso conto che le angosce, le paure, la voglia di vivere e l'amore, in fondo, sono gli stessi. Il carburante umano che avevamo noi della mia generazione per connetterci con gli altri è lo stesso che anima i miei figli.
Quali sono le differenze?
Noi avevamo le piazze di provincia, loro oggi sperano nel sorriso di una ragazza cliccando su Instagram. Cambia fondamentalmente il mezzo, il culto attorno alle cose, ma le voglie e gli obiettivi fondamentali, come l'amicizia e la connessione con l'altro, rimangono invariati. Volevo riaffermare questa comunione emotiva tra i miei vent'anni e i loro.
Si avverte una maggiore disillusione oggi?
Sì, ma questo avviene perché non ci sono più quei momenti vuoti necessari per sognare. Noi passavamo interi pomeriggi di noia in cui non c'era commercio né distrazione, e in quei momenti vuoti la tua mente iniziava a viaggiare. Oggi, invece, i telefonini e i device riempiono in modo isterico qualsiasi momento libero o di noia. Non c'è più lo spazio mentale per immaginare ed è lì che finisce il sogno.
Cosa invece ti fa paura di questo momento storico?
Il rischio è lasciare che sia l'Intelligenza Artificiale a farci scegliere e a decidere per noi basandosi su un database, privandoci del gusto della scoperta. Oggi tu ci metti pochissimo a trovare un'informazione, la tecnologia prende subito una decisione per te. Tutto questo elimina l'imprevedibilità, che è l'unica cosa in grado di darci una vera scossa. Dobbiamo tornare a sentire le cose in modo reale per poter ripartire.