Mauro Corona: “Sono stato un uomo falso e cattivo, figlio della violenza di mio padre. Oggi ho paura della morte”

Immagine
Mauro Corona - ph Rosdiana Ciaravolo:Getty Images
Si chiama “Felice” il nuovo libro di mauro Corona in cui lo scrittore – facendo narrare il fratello morto – parla in maniera spietata di sé, raccontando un’infanzia segnata dall’abbandono della madre e dalla violenza del padre.

L'ultimo libro di Mauro Corona si intitola "Felice" (Bompiani) e non descrive una condizione, anzi, questa storia è il contrario della felicità. Quello è il nome del fratello dell'autore, morto nel 1968, che diventa uno strumento narrativo che lo scrittore usa per scrivere di sé, dell'infanzia segnata dall'abbandono della madre e dalla violenza del padre. Felice, infatti, racconta la verità su questo fratello maggiore che dalla fame è arrivato alla notorietà. È una storia in cui Corona è spietato con se stesso, con la scusa che a parlare sia questo fratello che dal mondo dei morti tutto sa, e ne esce l'immagine di un uomo falso, meschino, arrivista. Ma tutto questo è il risultato di una infanzia e giovinezza segnata dalla fame e dall'indigenza: una storia di fratellanza ma in un contesto in cui l'amore non era presente, se non a sprazzi, grazie a due nonni e una zia.

Lo scrittore si mette al centro, mette i suoi vizi (l'alcol, la rabbia, la violenza) sotto a un faro, perché a 76 anni è arrivata l'ora di mettersi a nudo e svelare al mondo chi è veramente, ma soprattutto perché è diventato l'uomo che è. E il momento di abbassare la maschera e mettersi a petto nudo di fronte al plotone formato dai lettori. Corona chiede di guardarlo, ma non vuole essere assolto, piuttosto vuole mettere al centro le contraddizioni sue che sono – in maniera diversa – le contraddizioni di tutti. E se la felicità non è mai stata una condizione, può diventare almeno un punto di arrivo.

"Felice" è il nome di suo fratello e non una condizione. La felicità, in realtà, è raccontata solo in parte in questo libro. Visto che usi tuo fratello per parlare di te, come mai hai scelto questo espediente?

Perché alla fine non mi piaccio. Non mi sono mai piaciuto: ho nascosto i difetti, le viltà, i tradimenti. Ho nascosto l'uomo infimo che sono, e l'ho fatto per 76 anni parlando d'altro. Alla fine ho voluto pormi sul lettino dello psicanalista, che ero io stesso. Volevo liberarmi di questa recita che mi sono cucito addosso.

Quale recita?

Io sono una persona negativa, un uomo falso, invidioso, vendicativo, menzognero, come lo siamo in tanti, quasi tutti. Tutto questo l'ho mascherato, ho recitato la parte della persona per bene che in certe parti della mia vita sono. Però non potevo più reggere la tecnica delle apparenze. E chi poteva mettermi a nudo, se non una persona a cui ho voluto bene, che mi è mancata e mi manca ancora dopo sessant'anni? Siccome avevo già parlato di mio fratello Felice nei miei libri, si è stufato e ha detto: "Adesso basta, vi faccio vedere io chi è quell'uomo". E m'ha fatto a fette, liberandomi da una condizione che non reggevo più.

È un libro in cui si racconta in una maniera spietata, definendosi meschino, falso, opportunista. È difficile, anche per un personaggio pubblico, esporsi così totalmente. Sente che a un certo punto la verità debba essere messa tutta sul tavolo?

Ci sono diversi motivi per cui l'ho fatto. Uno l'ho accennato: non mi sopportavo più a essere così finto. Oggi, come ai tempi di Michelangelo o Leonardo, c'è una recita continua, fatta di apparenze e non di verità. Quando mi guardo allo specchio mi dico: "Insomma, io sono vile, so chi sono". Ho cercato di cambiarmi, di migliorarmi, qualche buon risultato l'ho ottenuto, ma io sono anche quello lì. Certo, nessuno è senza peccato, ma io devo parlare di me e non degli altri; gli altri se la vedranno loro.

L'altro motivo, invece?

Un altro motivo è che quando diventi un personaggio pubblico sei apprezzato da una parte e odiato o invidiato da un'altra. Ho ricevuto attacchi subdoli, cattivi, feroci, vili, che hanno tirato in ballo la mia famiglia che non c'entrava nulla. Allora ho detto: "Accontentiamo queste persone, diciamo fino in fondo che io sono una porcheria, un fallito, un vile, un vigliacco, un traditore, un farabutto". Così mio fratello ha detto: "Tu rimani tranquillo, perché nessuno potrà trovare di peggio rispetto a quello che ho detto io di te". E questo mi ha rasserenato.

Chi legge questo libro scopre che il Mauro Corona di oggi è figlio del trauma dell'abbandono da parte della madre e della violenza spropositata del padre. Com'è stato rimettere su carta quei traumi in modo così schietto?

È stato molto difficile, perché le vite private, nei dettagli, penso non interessino a nessuno. Però è anche una ribellione e una liberazione. Diceva Čechov: "Un uomo lo puoi migliorare se gli fai vedere com'è". Io mi sono fatto vedere come sono, e spero che la mia tragedia familiare possa lenire le sofferenze di qualcuno che si riconosce in quella vita e pensa: "Se ce l'ha fatta lui a resistere e a uscirne fuori…".

Ma ne è uscito davvero?

Non del tutto, a volte fingo. La violenza di mio padre era pratica, manuale: sberle, pugni, calci. Ma la violenza di mia madre è stata molto più sottile e ha picchiato più duro. Io preferivo una carezza di mio padre, anche se si tramutava in un ceffone, piuttosto che la totale assenza di carezze da parte di mamma. Quelle carezze che mio padre trasformava in sberle, lei se le è tenute per sé. Mi ha fatto molto male non ricevere carezze.

Sua madre vi ha abbandonati che eravate piccoli, poi dopo otto anni di assenza è tornata, ma le cose non sono migliorate.

Questo è quello che mi ha fatto più male. Quando tornò, io avevo quattordici anni e mio fratello tredici. Vivevamo in una famiglia di vecchi (i due nonni e una zia, ndr), con nostro padre molto assente, ma avevamo un nido: ci lasciavano la libertà di andare a dormire quando volevamo, di andare a scalare o a fare i tuffi nel Vajont. Quando arrivò lei, invece di capire che era stata assente otto anni e tacere, diventò un duce. E lì è iniziata la mia vera battaglia con lei, conclusasi con la sua morte a ottantasette anni. Era meglio fosse rimasta lontana perché mi ha tolto la libertà: coi nonni andavo a dormire tardi, con lei alle 8 di sera dovevamo dormire.

Si reputa un sopravvissuto che è stato anche carnefice?

Carnefice non nel senso materiale o di violenza fisica, ma sono stato un carnefice sottile, un po' come mia mamma. Ho offeso brutalmente gente innocente, ho maltrattato, ho infierito con parole tremende toccando le piaghe di amici, donne, amanti. Sono stato una persona cattiva. Ora che la vita mi presenta il conto e lo scacco finale penso sia vicino, ho voluto dire questo per non morire frainteso. Ho fatto il prete di me stesso, mi sono confessato. Sono questo, non chiedo più né pietà né comprensione, ma morire fraintesi è la cosa peggiore che possa capitare.

La morte è un tema centrale nel libro. Ha paura della fine?

Sì, ho molta paura di non esserci più. Prima ne avevo meno, ma nella mia famiglia, quella che ho costruito io, è passato un vento di malattie spietate che ha colpito due delle mie figlie. Ora sono salve, ce l'hanno fatta per il rotto della cuffia, e questa esperienza terrificante mi ha reso migliore. Adesso non chiedo più premi letterari, chiedo solo di accumulare emozioni buone. La paura della morte c'è, ma soprattutto la paura di perdere le piccole cose. Ci lamentiamo della routine, ma quando non ci saremo più ci mancherà andare a bere il caffè all'osteria, parlare con il boscaiolo, le minuzie quotidiane. Ecco, riappropriamoci di queste piccole cose e del tempo che corre. E poi ho paura della morte fisica: ho visto amici ridotti a brandelli dal dolore a cui la morfina non faceva più effetto. I politici dovrebbero smetterla di cincischiare e pensare a migliorare la condizione della morte, non solo della vita, bisogna morire meglio. Quando la vita diventa solo tormento atroce, va aiutata ad andarsene.

Questo libro è una sorta di psicanalisi che hai fatto da solo. Come lo hanno accolto i tuoi figli, che hai voluto tenere protetti e fuori da questo vortice?

Li avevo preparati a questa "badilata", a parlare anche male dei miei genitori che loro avevano conosciuto come nonni fintamente affettuosi, ma nascondevano il male. I miei figli, a differenza mia, hanno scelto la via della riservatezza e di non apparire, forse per reazione alle mie apparizioni televisive. Li ammiro molto per questo: mio figlio, ad esempio, ha fatto l'Accademia di Brera e poi l'Accademia di Belle Arti a Venezia, faceva le copertine dei libri (anche per me, ma non solo) e non le firmava nemmeno. Li ho voluti lasciare protetti nella loro isoletta, nella loro zona di comfort, al sicuro da questa tragedia personale.

Il nome di suo fratello è quanto di più lontano dalla sua condizione.

È stato un nome ironico, sì, perché non è mai stato felice, è stato terrorizzato da mio padre, siamo stati poveri, chiedevamo l'elemosina Bisogna stare attenti ai nomi, infatti non ho mai chiamato nessuno con quel nome.

Parliamo della notorietà. Come ha cambiato la sua vita il successo?

La notorietà l'ha cambiata con mia grande sorpresa, perché penso di non meritare tutta questa attenzione e questa gloria. L'ha cambiata esaudendo questa vanità incontrollata che ho sempre avuto: anche quando eravamo ragazzini e facevamo le gare a chi faceva la pipì più lontana, io volevo vincere, volevo apparire. Ero un vanitoso e un arrogante. Però tutta questa notorietà, che pure mi fa piacere, non è riuscita a riempire quella voragine e a fare un ponte tra queste due labbra divise da quei genitori e da quell'infanzia dolorosissima. Io sarò sempre figlio e preda di quello che mi è accaduto da bambino. I libri e il successo sono garze che ti fanno bene per un po'; ma quando spengo la luce per tentare di dormire, il passato arriva come un abisso spaventoso e non mi dà pace. Nessuno, solo la morte, riuscirà a riempire questa voragine.

C'è qualcosa di buono che salva di sé in questo libro?

Io sono stato molto più cattivo con me stesso di quanto sia in realtà. Quando si comincia a scorticare, bisogna arrivare all'osso. Ma se c'è una cosa che salvo – e che mio fratello osa dire, mentre io non l'avrei fatto – è la generosità. Io ho due conti bancari: quello che ho dato alla famiglia e ai miei figli, e poi un conto personale con cui aiuto chi ha bisogno. Ti posso garantire che con quello che ho regalato – perché io non presto soldi, li regalo con grande piacere – mi sarei fatto una bella villa. Però qui mi fermo, queste cose non si dovrebbero rivelare in pubblico.

Parliamo della televisione. Qual è oggi il suo rapporto con il piccolo schermo dopo tanti anni e varie polemiche?

La mia è una vanità immane, spaventosa, e la TV l'ha alimentata. Ma se devo trovare una giustificazione, ho cercato di usare questa visibilità per dare voce a chi non ce l'ha, per difendere ospedali che chiudono e pensioni da fame. Non sono riuscito a combinare nulla, ma ho fatto sapere alla gente che sappiamo e questo mi assolve un pochino. Oggi però la televisione stanca se non si rinnova. Non voglio sputare nel piatto in cui mangio, però certi programmi sono sempre gli stessi, gli ospiti saltano da un canale all'altro e dicono tutti come salvare l'Italia. Fossi in chi governa, direi: "Venite voi a farlo, visto che sapete tutto". Io confesso di non sapere nulla, non so neanche cos'è il PIL. Vorrei che ci fosse più novità, curiosità, spazio per raccontare storie sconosciute o per presentare giovani autori che non hanno voce.

Una delle accuse che lei odia di più è quella di avere dei "ghostwriter". Vuole chiarire questa storia una volta per tutte?

Una volta me la prendevo molto, ero un uomo permaloso. Ho i quaderni scritti a mano, ricopiati in stampatello. Quando mi sono stufato di questi imbecilli, ho iniziato a dire: "Sì, me li scrive García Márquez e io scrivo i suoi, facciamo uno scambio". Adesso che Márquez è morto, troverò qualcun altro, magari un autore spagnolo, Javier Cercas. Nella vecchiaia ho capito che bisogna sorridere e lasciare che gli imbecilli pensino quello che vogliono.

autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views