Un fuggiasco nella pioggia scappa dopo aver freddato due uomini, il suo nome è Davide Valenti, ex esponente dell’Anticrimine milanese ora passato al lato oscuro della forza. Da qui, attraverso il racconto veloce di due epoche tra la Milano degli anni Ottanta e quella attuale, muove la storia di "Ballata per un traditore", graphic novel concepito da uno dei massimi esponenti del noir italiano, Massimo Carlotto, sceneggiato da Pasquale Ruju (storico scrittore di fumetti italiani, tra cui Dylan Dog, Tex e un romanzo finalista al Premio Scerbanenco 2017 dal titolo "Un caso come gli altri") con i disegni di David Ferracci per Feltrinelli Comics diretta da Tito Faraci. Una fitta trama criminale si alterna al racconto di epoche, luoghi e psicologie umane diverse, spingendosi verso nuovi territori per il genere, dove bene e male coesistono nello spazio di una tavola e tutti, colpevoli e innocenti, idealisti e corrotti, si avvicinano armi in pugno verso una una sanguinosa resa dei conti.

Come è nata l'idea di "Ballata per un traditore"?

Ho sempre amato il graphic novel, il romanzo a fumetti è una mia grande passione. In passato ho lavorato con Igort e Giuseppe Palumbo. Stavolta tutto nasce dall'amicizia con Pasquale Ruju, con cui abbiamo costruito un percorso nato dal desiderio di lavorare assieme. Da tempo avevo voglia di ambientare una storia nera a Milano, poi è arrivato l'interesse di Tito Faraci, l'ingresso in squadra di David Ferracci e da lì siamo partiti per questa formidabile esperienza di lavoro in gruppo.

Cosa trovi di diverso nel graphic novel rispetto al romanzo?

Principalmente il modo in cui raccontare un luogo. In Ballata per un traditore avevamo bisogno di raccontare Milano in due epoche, quella degli anni Ottanta e la Milano contemporanea. Serviva un tratto deciso e immediato per farlo, il romanzo a fumetti permette di dare il senso di un'ambientazione in maniera incisiva, immediata, una modalità che trovo molto moderna. Come scrittore di narrativa, questo passaggio è interessante. Ma c'è un secondo aspetto che trovo interessante nel graphic novel, e cioè il modo in cui una storia viene interpretata da altre sensibilità creative che la arricchiscono.

Spesso hai parlato della necessità, rispetto alla forma-romanzo, di un meticciato stilistico. Ritieni fattibile importare questa riflessione nei graphic novel o i romanzi a fumetti sono costretti a restare più "inchiodati" nel genere?

La riflessione che con Pasquale Ruju abbiamo provato a inserire in questa storia è esattamente questa. Muovere nella direzione di un allargamento delle possibilità del graphic novel partendo da una trama strutturata. Andare oltre, fuori dal genere, esattamente come sto cercando di fare anche nei miei romanzi e come credo di esserci riuscito ne "La signora del martedì".

Di recente hai festeggiato i tuoi 25 anni di scrittura. Come è cambiato nel noir italiano in questo quarto di secolo?

In questi venticinque anni abbiamo fatto un lavoro straordinario. Parlo al plurale perché credo davvero ci sia stata una generazione di scrittori formidabili che ha raccontato in maniera precisa le trasformazioni criminali della nostra società, che ha denunciato e mostrato ai lettori una situazione molto precisa. E lo ha fatto egregiamente. Fin qui il noir ha svolto una funzione importante, raccontando l'esistenza un sistema criminale che ha retto e tuttora regge gli equilibri criminali del Paese. Però se è vero che il noir racconta la società in cui le storie sono ambientate, questa società è profondamente cambiata, e ben prima del Covid, di conseguenza anche il noir deve cambiare.

Come?

Dal mio punto di vista dobbiamo raccontare una cosa nuova, cioè la relazione tra individuo/società e crimine, il modo in cui crimine sta influenzando la vita di tutti noi. La criminalità è uscita dal ghetto e ha investito ogni aspetto della nostra società, dobbiamo raccontare cosa sta succedendo agli individui. Senza rinnegare il passato, mantenendo una continuità di relazione con il lettore, ma provando a spingerci più in là.

La cronaca di questi giorni ci racconta di delitti efferati che restituiscono il quadro di una realtà noir tout-court. Ma se la realtà diventa nera (o almeno il modo in cui i media la raccontano), il noir non rischia di perdere la sua funzione?

Non credo. Il noir ci racconta la società criminogena in cui raccontiamo, naturalmente nei periodi di crisi scatta un corto circuito e la violenza, in genere, è una risposta. Eppure raccontare una storia presa dalla realtà, una storia che possiede i tratti del noir, ti permette anche di raccontare altro, di mostrare uno spezzone di società, mostrando che non si tratta solo di una questione criminale. Il noir si esalta in questa funzione. Tuttavia sostengo con forza l'idea di condurre gli orizzonti del noir contemporaneo altrove, uscendo dalla logica crimine-indagine-soluzione, per raccontare la vita delle persone e la nostra società nel profondo. Con una battuta, mi verrebbe da dire che per lo scrittore noir è giunta l'ora di sacrificare (un po') le trame e raccontare di più ai lettori la trasformazione della società.