Marco Ferradini: “Teorema non invitava a trattare male le donne, parlava della fragilità degli uomini”

Marco Ferradini ha attraversato più di 50 anni nella musica italiana, una passione ereditata dalla madre, una voce da soprano e poi successivamente trasferita alla figlia, Marta Ferradini. Un enorme racconto in cui si intrecciano personaggi come Lucio Dalla, ma anche Pupo e Patty Pravo, senza dimenticare Herbert Pagani con cui scriverà la "punta dell'iceberg" della sua carriera, "Teorema", dopo una dolorosa separazione. Un tentativo di "educazione affettiva" per gli uomini dell'epoca che, a 45 anni di distanza, sembra irrisolto: "Il problema di fondo è che spesso subentra la grande vigliaccheria del maschio: non sapendo usare le parole e i sentimenti, usa i muscoli, e sfocia nella violenza contro le donne". Poi le due esperienze sanremesi, nel 1978 con "Quando Teresa verrà" e nel 1983 con "Una catastrofe bionda": "Lì c'è stato un errore di valutazione. Avremmo dovuto scegliere ‘Lupo solitario dj', anche perché nasceva dallo stesso viaggio di Teorema, e avrei preferito spingere di più su quel lato per valorizzarla, ma a volte le produzioni scelgono altre strade e ci si butta su suoni meno d'impatto come ‘Una catastrofe bionda', un pezzo forse troppo delicato per la mia discografia". Qui l'intervista a Marco Ferradini.
Come sta passando quest'estate?
La sto passando tra i concerti, molto felice per tutti quelli che sto facendo. Mi sono reso conto che sto portando in giro uno spettacolo in cui la gente crede molto, perché racconto la mia vita e la mia esperienza, ma non solo. Lo faccio cantando le mie canzoni, insieme a quelle di alcuni artisti che, a loro tempo, sono stati fondamentali per la mia carriera. Nello spettacolo c'è un lungo discorso sulle mie esperienze da ragazzino, da quando ho scoperto la radio; ero molto attaccato alle radio libere. C'è stato un periodo in cui la radio è stata un punto fondamentale di ascolto per me: mi fermavo ad ascoltare la musica in piena notte, intercettavo le prime stazioni e ascoltavo per la prima volta i brani che arrivavano dall'estero. Diciamo che la musica è diventata la mia condizione naturale: l'ascolto di quelle canzoni mi faceva letteralmente sognare a occhi aperti. Quest'anno non ho ricevuto solo delle cittadinanze onorarie (nel mio paese natale e in provincia), ma anche un paese del Sud ha voluto omaggiarmi.
Quest'anno celebra anche i 50 anni di carriera.
Sì, solo pochi giorni fa ho fatto un concerto bellissimo a Sapri. Portare in giro questo concerto, che ripercorre tutta la mia carriera, è una sensazione meravigliosa, una cosa che aspettavo da tempo.
C'è un brano in particolare che riesce a raccontare meglio i suoi primi passi con la musica?
La prima in assoluto è stata "Stand by Me" di Ben E. King. La ascoltavo su un vecchio registratore Gelosino con i tasti colorati: è stato un regalo che mi ero fatto fare dai miei genitori, e io facevo di tutto per riuscire a registrare la musica e riascoltarla in camera mia. Praticamente canzoni come quella sono state le più importanti per l'inizio del mio percorso. Poi ricordo la prima volta che ho ascoltato i Beatles: sono rimasto letteralmente folgorato. Ascoltando un programma sulla Rai, diedero spazio a loro, e da lì ho scoperto un mondo; poi, naturalmente, sono arrivate le canzoni dei primi grandi cantautori italiani che mi hanno segnato.
Quando ha capito che la musica poteva diventare non solo una passione, ma anche un vero lavoro?
Tutto è iniziato più o meno come un sogno, un sogno che si cerca sistematicamente di realizzare. Sono stato aiutato fin dall'inizio dal clima in casa: mia madre aveva una bellissima voce da soprano e cantava spesso brani d'opera, mentre mio padre suonava la chitarra. Non erano musicisti professionisti, erano persone normali che amavano profondamente la musica. Amalgamando le due cose, vedevo che la gente attorno a noi si fermava ad ascoltarli ed era una cosa sempre positiva. La musica diventava una sorta di zona franca: quando c'è la musica, le persone dimenticano i problemi, assumono un atteggiamento più sereno, meno contraddittorio e meno combattivo. Ci si lascia andare e ci si ritrova tutti insieme. È una specie di abbraccio tra persone che magari non si sono mai conosciute prima; la musica spazza via la negatività. Lì ho capito che quella sarebbe stata la mia strada. Tutti mi dicevano che avevo una bella voce: da bambino salivo in piedi sul tavolino solo per cantare, e mi ripetevano che la mia voce riempiva la stanza. Pian piano ho maturato una certezza: ho sempre avuto l'idea fissa che la musica sarebbe diventata la mia professione, e alla fine ci sono riuscito.
Come ha vissuto il suo trasferimento a Milano?
Io provengo da un paesino a 800 metri d'altezza che si chiama Casasco d'Intelvi, dove non c'era lavoro e non c'era quasi nessuna possibilità. Siamo arrivati a Milano per fortuna, grazie al fatto che ci abitava già mia sorella. Lì ho incrociato il mondo dei cantautori, ma all'inizio non sapevo bene cosa fare. Mi sono fatto regalare la prima chitarra, ho rotto letteralmente le scatole finché non me l'hanno presa e ho imparato i primi accordi per potermi esprimere al meglio. Cambiando zona e vivendo la città, ho conosciuto i primi ambienti musicali. C'è una cosa importante da dire: noi siamo stati dei pionieri, abbiamo creato un ambiente musicale nel mondo del pop che prima semplicemente non c'era. Trattavamo la musica come il vero linguaggio dei giovani. Andavi in Galleria del Corso a Milano, incontravi altri musicisti come te e c'era un'energia incredibile. C'era tanta voglia di conoscersi, scambiarsi idee, formare gruppi. Ed è così che sono entrato nella mia prima band: facevamo le serate nei locali e suonavamo tutti i giorni. Il punto fondamentale era che a Milano c'era un clima di libertà assoluta che mi rappresentava.
In che senso?
Che in un ambiente un po' demenziale, io mi sentivo a mio agio. Sono sicuramente il risultato della cultura hippy, uno spirito anarcoide e pacifista, pieno di rispetto per le persone, gli animali e l'ambiente. Il mondo poi è cambiato. È arrivata la politica e ha, diciamo, "sporcato" un po' tutto, imponendo la logica dello scontro, del "noi contro di loro". Alla fine la musica in molti casi è diventata strumentalizzata, usata politicamente per costringere il pensiero in determinate direzioni. Suonava solo chi "alzava il pugno".
Qual è il primo incontro che le ha cambiato la vita?
Il passo successivo è stato far fruttare la mia voce. Negli anni '70 ho avuto una grande fortuna: ho conosciuto Simonluca, un bravissimo cantautore di Milano che amava circondarsi di artisti e musicisti. Ho iniziato andando in tournée per il suo primo album, facevo parte della sua formazione, L'Enorme Maria. A quel punto ho cominciato a lavorare assiduamente in sala d'incisione come vocalist. Negli anni successivi, ogni volta che c'era bisogno di una voce nei cori, chiamavano me. Ho fatto il corista praticamente per tutti negli anni '70, dai grandi artisti a quelli più piccoli: credo non ci sia un album inciso a Milano in quegli anni che non contenga la mia voce.
Lei ha cantato anche in alcune sigle dei cartoni animati e delle pubblicità.
Certo, senza perdere d'occhio la mia carriera da cantautore. Vivevo nello studio di registrazione e ogni qualvolta la mia voce serviva, come poteva essere per Goldrake, ma anche Ufo Robot e Capitan Harlock. Poi ho conosciuto Sandro Colombini, uno storico produttore discografico, e con la Spaghetti Records è iniziata ufficialmente la mia carriera da solista, che mi ha portato a Sanremo nel 1978 con il brano "Quando Teresa verrà".
Durante la sua carriera ha accompagnato in tour anche alcuni grandissimi artisti, da Lucio Dalla a Patty Pravo, ma anche Eros Ramazzotti.
Io ero sempre molto concentrato sulla musica e sull'espressione artistica. Ho dei ricordi bellissimi: ad esempio con Patty Pravo, ero letteralmente innamorato artisticamente di lei quando facevo i cori nei suoi dischi. Poi ricordo un tour fantastico in Germania nel 1976 con Angelo Branduardi. Sono stato grande amico di Eros Ramazzotti: ha fatto il suo primo singolo a Sanremo e poi abbiamo continuato a collaborare nei suoi album. Nel 1980 Mina scelse di cantare un mio brano e fu una soddisfazione enorme. Ho fatto concerti con musicisti grandiosi, ma se devo raccontare un aneddoto speciale, ti parlo di Lucio Dalla.
Prego.
Dalla mi regalò un bellissimo sax. Lavoravamo allo Stone Castle Studio di Carimate; io ero nella sala grande a incidere e c'era anche lui. Lucio si fermò ad ascoltare quello che stavo registrando. All'epoca ero un giovane cantautore, e lui prese un sassofono e si mise a suonare per me. È un momento immortalato in un mio album dell'81 e mi ha portato un'enorme fortuna. La cosa più bella di quegli anni era che tutti gli artisti facevano a gara per dare il meglio di sé; si cercava costantemente la bellezza, si puntava alla crescita. C'era un'energia speciale, tutti volevano aggiungere qualcosa di bello.
Crede sia ancora così oggi?
Con il marasma che c'è in giro, la sensazione è che non ci sia più tempo per la musica vera, per quello che è realmente. La musica ha un valore molto più ampio di quello che il mercato le dà oggi. Una canzone giusta è come una freccia che arriva dritta al cuore delle persone. Non bisogna fare le cose tanto per farle: qualsiasi messaggio, persino attraverso la sigla di un cartone animato per bambini, passa in modo conscio o inconscio attraverso la musica. Se in una canzone c'è un messaggio positivo, fa bene alla gente; se invece veicola superficialità o messaggi negativi, fa l'effetto contrario.
Parlando di "Quando Teresa verrà", il suo esordio sanremese, come è arrivata quella canzone nella sua vita? Come descriverebbe quel momento della sua carriera e come si è ritrovato sul palco dell'Ariston?
Il mercato discografico di allora era molto diverso. Oggi certe dinamiche non ci sono più, si basa tutto su dinamiche differenti. All'epoca io scrivevo canzoni con la chitarra e avevo registrato alcuni provini su un vecchio registratore a due tracce. Il suono era disperatamente gracchiante, molto artigianale. Eppure, sentendo quelle canzoni supportate dalla mia voce, l'etichetta discografica intuì che c'era della stoffa. Un giorno, ascoltando i miei pezzi, scelsero proprio "Quando Teresa verrà". L'hanno scelta semplicemente perché era composta bene. Ma vedi, per arrivare a questi risultati c'è bisogno di essere preparati. Non puoi "accenderti" solo quando ti mettono davanti al microfono con il brano già pronto scritto da altri; devi avere una tua sostanza, devi esserti preparato nel tempo. È quello che colpisce e che fa la differenza.
Ma a livello puramente umano, come ha vissuto un'esperienza del genere?
È stata un'emozione gigantesca. Tutti si chiedono come ci si possa trovare di colpo in cima. Io passavo le mie giornate in sala d'incisione, ero abituato a cantare i cori o a fare musica popolare dietro le quinte. E improvvisamente, da tutto questo, mi ritrovo su quel palco. Sanremo all'epoca era il palcoscenico per eccellenza; esserci arrivato ha rappresentato per me un traguardo strepitoso. In un sol colpo, salendo su quel palco, ho realizzato che mi avrebbe cambiato la vita per sempre.
Poi ci ritornerà 5 anni dopo con "Una catastrofe bionda".
Lì c'è stato un errore di valutazione. Avremmo dovuto scegliere "Lupo solitario dj", anche perché nasceva dallo stesso viaggio di "Teorema", e avrei preferito spingere di più su quel lato per valorizzarla, ma a volte le produzioni scelgono altre strade e ci si butta su suoni meno d'impatto come "Una catastrofe bionda", un pezzo forse troppo delicato per la mia discografia.
Qualche anno prima era comparso Herbert Pagani.
Herbert ci ha lasciati a soli 44 anni; era un genio controverso, un artista a tutto tondo: pittore, scultore, cantante. Un personaggio davvero magico per quell'epoca. L'ho conosciuto e abbiamo realizzato insieme questo Q-Disc, "Schiavo senza catene", che ha poi venduto milioni di copie. Io scrivevo le musiche, ascoltavo le sue intuizioni, e insieme a lui ho firmato alcuni testi che per me restano fondamentali.
Come hanno cambiato la sua vita la popolarità di Sanremo e, successivamente, il travolgente successo di "Schiavo senza catene"?
Diciamo che un vero artista lo riconosci dalla sua capacità di mantenere vive e di trasmettere emozioni forti. In questo, è fondamentale avere un produttore che capisca chi sei veramente e che ti lasci libero di esprimerti. Per me la musica serve proprio a raccontare me stesso, funziona come uno specchio.
Cosa racconta "Teorema" della sua vita?
A noi uomini hanno insegnato a fare la guerra, ad andare sulla luna, a compiere grandi imprese, ma nessuno si è mai preoccupato di insegnarci a gestire i sentimenti. Abbiamo questa maledetta corazza dietro la quale ci trinceriamo da sempre. Ci hanno educato a conquistare il mondo con arroganza e prepotenza, ma quando una donna ci lascia non sappiamo come affrontare la cosa, semplicemente perché nessuno ci ha spiegato come si fa. Un uomo si crede capace di spaccare il mondo, ma di fronte all'abbandono ne esce distrutto. Credo che siamo costretti a nascondere i sentimenti per il terrore di mostrarci fragili, ed è proprio questa paura della fragilità che ci impedisce di essere noi stessi.
Mi può raccontare come nasce inizialmente l'idea attorno a "Teorema"?
L'ho scritta nel 1981 con Herbert Pagani e racconta la storia di un uomo che si innamora, che confessa a cuore aperto le sue debolezze e il suo dolore, in un periodo storico in cui i sentimenti maschili non venivano mai esposti in quel modo.
Ha ricevuto critiche o snobismo riguardo il tema della canzone all'epoca?
C'è voluto del coraggio per cantare di un uomo che si dispera per amore. Ci sono tantissimi uomini soli, che si nascondono e non hanno nessuno con cui confidarsi. E in quella canzone ci sono due amici che decidono di passare un weekend in montagna, attorno a un fuoco, e lì viene fuori la verità su come siamo fatti, finalmente liberi dal bisogno di nascondere le nostre fragilità per ostentare una finta forza.
E chi la accusava per il passaggio su: "Prendi una donna, trattala male"?
Non ha capito il testo: quando abbiamo scritto "Teorema", la nostra intenzione era dare una mano agli uomini a gestire le proprie sofferenze. È un testo che, in alcuni casi, è stato persino proposto per venir letto nelle scuole per far riflettere sui comportamenti dei maschi. Il problema di fondo è che spesso subentra la grande vigliaccheria del maschio: non sapendo usare le parole e i sentimenti, usa i muscoli e sfocia nella violenza contro le donne. La situazione purtroppo è peggiorata, c'è un decadimento generale. Penso che internet e i social network abbiano fatto la loro parte, creando una totale mercificazione dei rapporti. Una volta, se una storia finiva, si affrontava il dolore. Oggi, alla prima difficoltà, si va online a cercare distrazioni. Ci si chiude nelle chat e si è perso il contatto affettivo nella vita reale. Tutto rischia di diventare finto, persino l'amore. E questo, alla lunga, rischia di togliere l'ispirazione anche a chi scrive canzoni, perché se spariscono i rapporti umani autentici, si perde l'anima stessa delle cose.
E su questo c'è anche lo spettro dell'AI.
Sì, ormai ti rubano tutto. C'è persino chi potrebbe far circolare finte immagini o clona le voci al computer per simulare interi concerti. Però questo toglierebbe agli artisti, ma anche al pubblico una cosa essenziale.
Ovvero?
Quando vedi le persone che ti seguono per un intero concerto, sedute ad ascoltarti per due ore in un silenzio quasi religioso, per un artista non c'è somma di denaro che tenga. La gente si ferma, ascolta il tuo racconto, entra nel tuo mondo. Alla fine di un concerto mi piace dire che "questa sera abbiamo fatto l'amore insieme", perché si viene a creare un percorso, una magia irripetibile. A questo traguardo l'intelligenza artificiale non ci arriverà mai.
Prima mi ha detto che la musica è stata un'eredità familiare, che ha poi trasmesso anche a sua figlia Marta Ferradini.
Marta ha giocato con la musica fin da piccolissima; ha respirato l'aria che c'era in casa ed è letteralmente cresciuta sul palcoscenico. Le ho sempre insegnato che la musica è un mestiere meraviglioso, ma l'ho anche messa in guardia: le ho spiegato che tutto ciò che si ottiene in questo ambiente lo si conquista lottando, e non è mai facile. Soprattutto oggi, in un periodo in cui la televisione tira le fila dettando le regole, badando quasi esclusivamente all'immagine e tralasciando la sostanza. Nonostante questo, noi abbiamo deciso di scrivere e suonare insieme. Quando lo facciamo, ci sentiamo come due bambini su un altro pianeta che uniscono le forze per creare qualcosa di bello. La musica ha una funzione sociale enorme, è una vera e propria terapia: non ti fa sentire solo, ti avvolge in un senso di fraternità, unisce le persone. Proprio come quando andavi a un concerto di Lucio Dalla e vivevi un'esperienza totale, come se stessi volando su un'astronave. La musica sa creare una complicità meravigliosa, e poter vivere tutto questo con mia figlia è una gioia immensa.
C'è mai stato qualche rimpianto per una scelta che, col senno di poi, avrebbe potuto dare ancora più respiro alla sua carriera?
Forse, all'epoca, non sono stato indirizzato nel modo giusto dai discografici, o magari sono stato io a non volermi far guidare. Magari avrei dovuto impuntarmi di più su certe scelte, difendendo con più forza l'idea che una determinata canzone fosse quella giusta da lanciare. Un pizzico di rimpianto su certe logiche discografiche ci può stare, non si ha mai la certezza assoluta di aver fatto la mossa perfetta. Ma alla fine della fiera, l'importante è essere convinti del proprio percorso. Un artista deve restare fedele fino in fondo a sé stesso.
Le dispiace esser principalmente riconosciuto per "Teorema"?
Io sono sincero e ti dico che sono molto sereno riguardo alla mia carriera, anche perché chi mi segue non si ferma al singolo successo commerciale, ma sa che dietro c'è una vita intera dedicata alla musica, con una visione sempre positiva. "Teorema" è la punta dell'iceberg, ma ci tengo a essere considerato un cantautore onesto: una persona schietta che non ha mai finto di essere quello che non era. Ho sempre raccontato le mie storie e le mie fragilità con totale libertà e naturalezza. Il mio vero traguardo è proprio questo: essere rimasto esattamente me stesso.
E in televisione? Ha rifiutato negli anni partecipazioni a talent o programmi?
La televisione oggi ha una visione troppo ristretta: propongono sempre la solita minestra e non fanno nessuno sforzo per cercare alternative valide. Io ho sempre preferito l'anima delle radio libere. Sono cresciuto comprando i vinili e andando a caccia dei famosi "lati B": molto spesso, l'anima più profonda e autentica di un artista si nasconde proprio in quelle canzoni considerate minori, nei brani meno sfacciatamente commerciali. Mi è sempre piaciuto scovare quelle perle, senza accontentarmi della prima scelta che ti viene servita.
Il suo prossimo progetto?
Uscirà un libro autobiografico accompagnato da progetti. Conterranno le mie canzoni riarrangiate in una veste classica e prettamente acustica, mantenendo un'atmosfera molto intima, perfetta per la mia voce. Qualcuno, ascoltandole in anteprima, ha fatto accostamenti importanti con il cantautorato acustico d'autore americano, citando artisti come Jackson Browne. Per me è fantastico. All'interno di questo progetto darò nuovamente spazio anche all'album uscito nel 2012, il tributo al grande Herbert Pagani.
"La mia generazione".
Esatto. Tutta la stampa lo aveva accolto in maniera entusiastica. In questo nuovo doppio album le voci, le chitarre acustiche, i mandolini e le chitarre a dodici corde avranno il loro spazio naturale, creando un mondo sonoro che accarezza il tessuto emotivo della canzone senza aggredirlo. Sono suoni intensi, che accompagnano la voce senza mai sovrastarla con il rumore. Ho fatto un lavoro minuzioso per far sì che voce e strumenti acustici si fondano alla perfezione.