Mara Sattei: “Ho vissuto la solitudine ma non la demonizzo. Sanremo? Felice anche del penultimo posto”

Reduce dal Festival di Sanremo 2026 con "Le cose che non sai di me", Mara Sattei è ritornata con un nuovo disco a tre anni di distanza dal titolo "Che me ne faccio del tempo": "Il titolo del disco nasce da un brano che avevo scritto, in cui c'era questa frase. Il brano alla fine non è uscito, ma volevo raccontare quello che stiamo vivendo noi artisti in rapporto al tempo". Poi la solitudine, il blocco della scrittura vissuto prima del disco e il bisogno di un progetto suonato: "Ho vissuto tante volte la solitudine: so cos'è questo lavoro, alla fine finisci per descrivere quello che vivi".
Poi il rapporto con la madre, prima suggellata nel disco "Casa Gospel" con thaSup, e ripreso poi nell'intro e nell'outro del disco: "Mia madre è stata quella che mi ha trasmesso l'amore per la musica e la passione. Suonava e cantava, quindi volevo dedicarle una canzone. Un giorno mi sono messa a scrivere per parlarle liberamente. Volevo chiederle scusa del fatto che vivo lontano e, soprattutto, farle arrivare tutto il mio amore". Qui l'intervista a Mara Sattei.
Quale consapevolezza, dopo l'esperienza con "Duemilaminuti" nel 2023, ti ha aiutato quest'anno con "Le cose che non sai di me"?
È stato un Sanremo diverso dal primo, vissuto con una consapevolezza differente. Arrivi sul palco portando te stessa per come sei, e io sto vivendo un momento molto sereno e felice della mia vita. Come donna, avevo semplicemente voglia di portare la mia musica su quel palco. Alla fine, tra i ricordi, la cosa più bella è stata l'amore ricevuto. È stato veramente stupendo.
"29 e still iconic" come nel post su Instagram. Com'è stato reagire a quella posizione, che negli ultimi anni ha premiato alcuni artisti?
Io sono felicissima di essere andata a casa avendo portato quello che volevo: una canzone valida. C'erano alcuni amici che mi chiamavano per dire che gli dispiaceva, ma per me quella è stata già una grande vittoria e l'ho vissuta in modo molto sereno. Ovviamente, ricevere tanto amore per il brano è bellissimo. L'importante è che le canzoni continuino a piacere e ad avere la loro vita anche dopo il Festival.
Facendo un passo indietro: come nasce il disco e in particolare il titolo?
Il titolo del disco nasce da un brano che avevo scritto in cui c'era questa frase. Il brano alla fine non è uscito, ma volevo raccontare quello che stiamo vivendo noi artisti in rapporto al tempo. L'occasione del tour mi ha fatto capire che avevo un bisogno eccessivo di prendermi del tempo. Mi sono posta la domanda: "E adesso? Cosa ne faccio del mio tempo?".
E la risposta?
Ci sono momenti in cui devi fare i conti con te stesso. In questi anni sentivo il bisogno di prendermi del tempo al di fuori di tutto per avere spazio per scrivere. Se non ti fermi, non hai la vera concezione di quale sia il momento giusto per fare le cose in modo perfetto. Penso che sia fondamentale, quasi un dovere, perché la musica è arte. Tutto va molto veloce oggi, ma per poter scrivere e fare la musica che ci piace serve l'ambiente e il tempo giusto. Ed è proprio quello che ho vissuto io.
Come nasce allora "Che me ne faccio del tempo"?
Ho messo questo aspetto al primo posto e mi ha dato la consapevolezza che sarà sempre così: la mia passione per la musica non dovrà mai cambiare. Accanto al fatto che voglio essere una persona autentica, voglio sempre arrivare a livello emotivo.
Hai sentito di non averlo fatto in alcuni momenti?
Succede, specialmente quando sperimenti cose nuove, che magari ti ritrovi a pensare che le avresti volute fare in modo diverso. In questo tempo, per esempio, lavorando a questo nuovo album, è nata la voglia di parlare al 100% attraverso la mia scrittura. Volevo aprirmi alla verità, a quello che volevo far arrivare davvero. Ero molto lucida e consapevole di cosa volevo fare, e così è nato il disco.
Senti che è cambiato qualcosa?
In questo percorso volevo far sì che le storie venissero raccontate in un determinato modo. Volevo dare un sound molto più suonato che prodotto, per creare un'atmosfera che potesse accompagnare il tour e portarla in una dimensione live più intima, creando una connessione vera. Questo album nasce dall'esigenza di essere seria e di aprirmi totalmente. Ogni brano fa parte di una storia.
Nel lavoro di autrice, quali sono state le difficoltà maggiori in questo disco? Quali sono state le cose più difficili da raccontare?
È un disco in cui volevo far arrivare una parte diversa di me e far comprendere bene quello che volevo esprimere. È un disco molto intimo e personale, parla della mia vita, di quello che ho passato. Ho vissuto tante volte la solitudine: so cos'è questo lavoro, alla fine finisci per descrivere quello che vivi.
Nel disco ci sono racconti di tristezza e solitudine, che combaciano con il concetto di tempo. Però c'è anche il tema del "tempo perso".
Una delle cose più importanti che voglio comunicare è che è giusto vivere l'emozione del momento. Sentirsi giù di tono o tristi è una cosa umanissima. Questa richiesta di eccessiva positività che abbiamo costantemente intorno è completamente sbagliata: è una maschera che non rispecchia la realtà. È giusto attraversare periodi di tristezza, servono anche quelli per riuscire poi a vivere le cose in maniera serena e positiva. Voglio far passare il messaggio che è normale e umano sentirsi fragili.
In questo senso come si inserisce "Abbey Road"?
È il primo brano che ho scritto dopo tanto tempo, raccoglie proprio quelle sensazioni che stavo provando. All'inizio non riuscivo a esprimere al meglio quello che sentivo, ma poi l'ho messo in quella canzone. L'ho scritta lì, in una session ad Abbey Road.
In che modo si evolve la figura materna, dopo la dedica con "Casa Gospel" e l'intro e l'outro di questo progetto?
La famiglia per me è la cosa più importante della mia vita, è il mio pilastro. Mia madre è stata quella che mi ha trasmesso l'amore per la musica e la passione. Suonava e cantava, quindi volevo dedicarle una canzone. Un giorno mi sono messa a scrivere per parlarle liberamente. Volevo chiederle scusa del fatto che vivo lontano e, soprattutto, farle arrivare tutto il mio amore.
C'è anche un'entità spirituale, una "figura amica" che compare in alcuni testi come forma d'energià che ti aiuta in determinati momenti di difficoltà.
Riguardo ai momenti che ho attraversato, non ho mai nascosto che la fede per me è stata un approdo naturale, è una delle cose più importanti della mia vita. C'è una connessione spirituale. Mi piace raccontare la mia vita e credo che questo elemento si rifletta in ciò che ho scritto.
C'è anche una figura terrena, il tuo compagno Alessandro Donadei, che è stato il produttore musicale del disco.
È un disco a cui hanno lavorato tante persone e c'è stato un bel lavoro di squadra in fase di produzione. Devo dire che ci siamo conosciuti in un momento della vita particolare per me. Nei brani ci sono diversi riferimenti alle persone che ho incontrato nella vita.
Hai detto che molti pezzi non sono entrati in questo disco. A questo proposito, perché non è entrata proprio la canzone che dà il titolo all'album?
Perché volevo dare all'album un'identità sonora molto definita rispetto a quel brano. Ma chi lo sa, potrebbe uscire un giorno perché è fighissimo.
Scegliere di fare un progetto interamente suonato è una scelta forte, considerando che ci sono strade molto più semplici oggi. Hai riflettuto su questo aspetto e su quanto incida sul disco in sé?
Penso che fare musica significhi volersi raccontare in modo autentico. Avevo l'esigenza di un suono del genere proprio per raccontarmi al meglio, ed è stato questo il motivo principale. Volevo proprio portare questo approccio nell'album, perché mi ha dato una coerenza sonora che abbraccia tutto il lavoro fatto in questi anni ed è esattamente ciò che si è creato sul campo.
Vorrei passare all'aspetto live. Hai detto che è un disco suonato, quindi immagino che anche dal vivo prevederà una forte componente strumentale.
Assolutamente sì. Tornerò in tour con la band e l'arrangiamento sarà fondamentale per portare il progetto nella dimensione live.
Mi incuriosisce la scelta di suonare nei club, essendo un album molto intimo. Hai pensato a questa dimensione anche per gli arrangiamenti dei brani, cercando una chiave più raccolta per il live?
Assolutamente. Per adesso non ho ancora iniziato a buttare giù tutto, ma ho chiaro in mente la dimensione che voglio creare con il pubblico per potermi raccontare meglio. Sarà un vero e proprio viaggio anche dal vivo. È una cosa completamente nuova che non ho mai fatto in questi anni e vedremo come andrà.