5 Luglio 2022
07:49

L’arte di essere Raffaella Carrà, il ricordo di un’icona a un anno dalla morte

A un anno dalla morte di Raffaella Carrà pubblichiamo parte dell’ultimo capitolo del libro “L’arte di essere Raffaella Carrà” scritto dal giornalista Paolo Armelli.
A cura di Redazione Cultura

Le homepage dei siti di informazione italiani, il 5 luglio 2021, erano divise tra il ricovero del Papa per un’operazione al colon, l’esasperato (ed esasperante) scontro politico sul ddl Zan, la preparazione al match dell’Italia agli Europei contro la Spagna e gli alti e bassi della pandemia. Una normalissima giornata di luglio, in tempi strani e logoranti in cui abbiamo imparato a considerare l’attualità come una continua emergenza. Nessuno poteva immaginare che proprio quel pomeriggio, poche decine di minuti dopo le 16, sarebbe arrivata una notizia sconvolgente: era morta Raffaella Carrà.

Ad annunciarlo Sergio Japino, compagno di una vita, con parole essenziali: «Raffaella ci ha lasciati. È andata in un mondo migliore, dove la sua umanità, la sua inconfondibile risata e il suo straordinario talento risplenderanno per sempre». Nel ricordo di tante persone la notizia arrivò come un fulmine improvviso: quasi nessuno sospettava che la celebrità fosse afflitta da un male, quel tumore ai polmoni che s’era portato via anche mamma Iris, e che Carrà aveva affrontato nel più stretto riserbo, lontano dai riflettori che per tanti anni erano stati la sua casa e la sua salvezza personale. C’è modo e modo, anche per le celebrità, di affrontare un passo così definitivo. Una popstar dalla vita tragica come Dalida, quasi quarant’anni prima, nel brano «Mourir sur scène» cantava rivolgendosi alla Morte stessa: Viens, mais ne viens pas quand je serai seule / Quand le rideau un jour tombera / Je veux qu’il tombe derrière moi («Vieni, ma non venire quando sarò sola / Quando il sipario calerà / Voglio che cali dietro di me»).

Anche in questo invece Raffaella era la più antidiva delle dive: il sipario l’ha calato lei stessa su di sé, in privato, in quella sfera ritirata e protetta in cui ha vissuto tutti i fatti più drammatici e forse le esperienze più autentiche della sua vita. Non ci può essere un modo universale per affrontare la morte, e scegliendo il proprio Raffaella Carrà ribadiva un amore estremo per la libertà, in quel caso la libertà di sottrarsi allo sguardo pubblico che sempre l’aveva seguita e che, se avesse fatto altre scelte, l’avrebbe accompagnata fedelissimo anche negli ultimi tempi, con un misto di amore, apprensione e morbosità. In molti hanno scritto che questa riservatezza è stato anche l’ultimo gesto di dedizione della Raffa nei confronti dei suoi fan, che ha voluto proteggere dal proprio decadimento. Potrebbe essere vero, ma ancora più vero è il fatto che fino all’ultimo lei non ha fatto altro che ricordarci la lezione più grande che ci ha lasciato: essere sempre e comunque soggetti attivi, padroni della propria vita.

Il decorso della malattia è stato veloce. La sua ultima intervista televisiva risaliva al 17 novembre 2019, quando a distanza di un anno e mezzo dalla precedente ospitata si recò a «Che tempo che fa» con Fabio Fazio e Luciana Littizzetto. Aveva interrotto una vacanza a Madrid per venire a Milano a girarla. Lo scopo era celebrare il successo della seconda edizione di «A raccontare comincia tu», il suo programma di interviste che si era concluso quella settimana con una puntata dedicata proprio all’amica Littizzetto. Carrà sembrava la donna sprint di sempre, maglietta e pantaloni neri illuminati da una giacca bianchissima, risata calorosa e spontanea, caschetto impeccabile più che mai, energia misurata ma contagiosa. Si divertiva a ripercorrere la propria carriera in parallelo a quella di Littizzetto, stette al gioco quando le proposero un’improbabile versione alternativa del remix dance «Sono una donna» di Giorgia Meloni (Sono la Raffa, son la Carrà / Passano gli anni e son sempre qua / Sono la Raffa, sono un’icona / Con il caschetto, sempre figona), soprattutto si emozionò ancora una volta a rivedere i propri esordi, quei tre minuti di «Io, Agata e tu», chiudendo senza saperlo un cerchio ideale: «La libertà è questa cosa qui: fare quello che senti».

Prima di congedarsi Carrà invitò Fazio come primo ospite della stagione successiva di «A raccontare comincia tu» e, riferendosi al maltempo eccezionale che stava colpendo in quelle settimane Venezia e altre città italiane, disse: «Una cosa spero: che ritorni presto il sole». A rivederle oggi sono immagini commoventi e involontariamente profetiche. Solo quattro mesi dopo il mondo sarebbe entrato nell’incubo del Covid, e la terza edizione del suo programma d’interviste fu sospesa. Come raccontò in un’intervista a Sette del Corriere, Carrà aveva molta paura della pandemia: «Non esco e così questo 2020 è diventato un anno sabbatico, anche perché io non sopporto l’idea di lavorare con le distanze o con le mascherine. Meglio non lavorare». In quella intervista ricordava amaramente: «Quali sono le cose belle accadute nel 2020? Nessuna, nulla». E pensare che il pezzo firmato da Maria Volpe iniziava in modo, per così dire, scaramantico: «Nel giro di poco tempo mi sono vista due volte al telegiornale. Mi sono detta: oddio, che succede. Ho pure pensato: la terza volta diranno che sono morta. E ho toccato ferro». Difficile dire se a quel tempo fosse già consapevole del suo carcinoma e proprio per quel motivo sviasse dall’idea della morte. In ogni caso, una volta di più, Carrà ci regalava una dissimulazione elegante, quasi compiaciuta. Mai piangersi addosso, nemmeno nel caso più doloroso, a maggior ragione quando tutto il mondo sta combattendo un nemico subdolo, collettivo, invisibile.

*Questo passaggio è tratto da "L'arte di essere Raffaella Carrà. Un manuale per essere liberi, felici e rumorosi. E far l'amore con chi hai voglia tu" di Paolo Armelli per gentile concessione di Blackie Edizione che lo ha pubblicato (il libro è anche in versione audio per Audible). Nel libro sono presenti interventi di: Laila Al Habash, Giovanni Benincasa, Daniela Collu, Vanessa Incontrada, Vladimir Luxuria, Michele Masneri, Rossella Migliaccio, Raquel Peláez, Marinetta Saglio Zaccaria, Thierno «Billo» Thiam, Alessandro Zan.

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