La provocazione di Piero Pelù al Primo Maggio: “Mussolini è un morto sul lavoro, ma sanguinario e traditore”

Piero Pelù torna sul palco del Concertone del Primo Maggio e lo fa nel suo stile: diretto, provocatorio, senza cercare scorciatoie. Prima ancora della musica, spazio alle parole. E quelle pronunciate dal rocker fiorentino, nel corso della sua esibizione a Roma, sono destinate a far discutere. Parla dei morti per il disastro di Chernobyl, così come invoca la Palestina libera, ma in uno dei momenti principali della sua esibizione si concentra su Benito Mussolini.
Le parole di Pelù sul palco del Concertone
Introducendo uno dei suoi brani, Pelù si è lasciato andare a una riflessione su Mussolini, costruita come una domanda retorica che ha subito chiarito la sua posizione: “Fu sanguinario, un dittatore che con i suoi criminali alleati provocò una guerra da 80 milioni di morti? Ma fece anche qualcosa di buono?”. Una formula che riecheggia dibattiti spesso riemersi negli anni, ma che il cantante ha rapidamente smontato con un passaggio netto: “Di sicuro non le leggi razziali”.
Il discorso si è poi spostato sugli ultimi giorni del regime fascista, con Pelù che ha ricordato la fine di Mussolini nel 1945: “Con l’Italia devastata da fascismo e guerra, il duce degli italiani, mentre scappava travestito da soldato tedesco, fu trovato e fucilato dai partigiani”.
Le parole dell'artista su Mussolini
La chiusura è quella che ha segnato maggiormente il tono dell’intervento: “Benito Mussolini è un morto sul lavoro, ma un morto sanguinario e traditore”. Una frase forte, destinata a polarizzare, pronunciata in un contesto, quello del Primo Maggio, da sempre legato a temi politici, sociali e di memoria. Non è la prima volta che Pelù utilizza il palco del Concertone per lanciare messaggi che vanno oltre la musica. Nel corso degli anni, il cantante ha spesso intrecciato performance e interventi, mantenendo una linea coerente fatta di prese di posizione esplicite e senza mediazioni.
Anche stavolta, il suo passaggio non è passato inosservato, confermando ancora una volta come il Concertone resti uno spazio in cui la musica convive con il racconto e il confronto su storia, politica e identità.