Il Volo: “Le etichette guardano più ai numeri che al talento. Milioni di stream? Poi non si riempiono i concerti”

Tra i gruppi italiani più ascoltati al mondo c'è sicuramente Il Volo, il trio formato da Piero Barone, Ignazio Boschetto e Gianluca Ginoble, che da anni girano il mondo portando il belcanto italiano a milioni di fan. In attesa del concerto che terranno il prossimo 8 settembre alla Reggia di Caserta, la tournée prenderà il via l'1 luglio con una serie di date tra Italia, Spagna e Grecia. La band è passata nella redazione di Fanpage per raccontare la propria passione per Napoli, allargando il discorso all'industria discografica, con l'attenzione eccessiva ai numeri più che al talento ("Oggi non si noterebbe una Whitney Houston"), al bisogno che le nuove generazioni scoprano i grandi del passato, il prezzo della notorietà e i problemi dei social, sulla longevità della band, tra le altre cose.
Allora, partiamo dal motivo per cui siete qui a Napoli. Immagino che il vostro rapporto con la Campania non passi solo per la musica, o c'è anche qualcos'altro?
Ignazio Boschetto: Io anni fa bazzicavo molto da queste parti, quindi avevo un sacco di amici e di conoscenti in zona. Con Napoli, poi, abbiamo un rapporto e dei ricordi meravigliosi: da Piazza del Plebiscito a Pompei, fino allo stadio Maradona per il tributo a Pino Daniele. Abbiamo davvero tantissimi ricordi legati a questa terra.
Piero Barone: C'è un ricordo in particolare, agli inizi, che ci unisce alla Campania. Una delle prime trasmissioni televisive che abbiamo fatto subito dopo essere usciti dal programma è stata a Sorrento, per la serata Una notte per Caruso. Abbiamo ancora una foto ricordo di noi tre insieme al nostro manager, tutti vestiti di bianco con dei piccoli dettagli celeste. Quella sera c'era Lucio Dalla con la sua barca proprio dietro al palco. È una delle serate più belle e quella fotografia la riguardiamo spesso.
Ignazio: Alla Reggia di Caserta, invece, abbiamo cantato per la prima volta insieme a Placido Domingo qualche anno fa.
Tra l'altro, il brano "Grande Amore" è stato scritto da Francesco Boccia e Ciro Esposito, due napoletani. C'è un legame profondo.
Gianluca Ginoble: Ma se ci pensi è incredibile: la nostra canzone inedita più importante ha origini napoletane. Tutto è iniziato con "‘O sole mio", e poi "Grande Amore" è stata scritta da due napoletani. Questo accade perché quel tipo di canto, quel tipo di melodia, deriva solo da queste terre.
Quindi siete legati alla Campania in modo imprescindibile?
Piero: Devi sapere che nei nostri concerti – e ne facciamo tantissimi in qualsiasi parte del mondo – ogni sera Napoli ci accompagna. Alla fine noi cantiamo il patrimonio culturale e musicale che abbiamo ereditato, e gran parte del repertorio del "bel canto" che portiamo all'estero è uscito da questa terra. Quindi ogni sera, da Tokyo a Sydney fino a Hong Kong, una ‘O sole mio o un brano del repertorio classico napoletano ce lo portiamo sempre dietro.
Siete giovanissimi ma avete già una carriera lunghissima e avete calcato i palchi più importanti del mondo, dalle grandi piazze ai teatri storici. Cos'è che vi spinge ancora?
Ignazio: Il pubblico è diverso ogni sera, non sarà mai uguale a quello della sera prima. C'è anche da dire che siamo felici di quello che abbiamo, ma non ci accontentiamo. Siamo molto riconoscenti e onorati per quello che la vita ci ha riservato, però vogliamo di più.
E cosa volete?
Ignazio: Vogliamo arrivare a molte più persone e agganciare le nuove generazioni. Le persone crescono, i bambini diventano grandi, e noi vogliamo far scoprire loro questo genere musicale, oltre a risvegliare la nostalgia dei più adulti.
Come si arriva alle nuove generazioni oggi?
Gianluca: Tutto parte dalla musica, ma al giorno d'oggi contano molto anche la comunicazione, il modo in cui ti poni e come ti vesti. L'immagine ha il suo peso, anche se la base deve sempre essere la musica di qualità. Noi abbiamo iniziato facendo quello che facevano gli altri: "‘O sole mio", arrangiamento classico, i "bambini prodigio"… quello è stato il primo gancio.

E il salto di qualità quando c'è stato?
Gianluca: Quando abbiamo fatto qualcosa che nessuno aveva ancora fatto, ed è nata "Grande Amore". La nostra sfida non è solo riproporre il passato, altrimenti il pubblico giovane non lo agganci. Devi cercare idee innovative tra passato e presente per guardare al futuro: nella scelta dei brani, nella scrittura di pezzi nuovi o nell'inserire influenze contemporanee e nuove sonorità negli arrangiamenti per sorprendere il pubblico.
Però farlo a tre voci è più complesso rispetto a una band tradizionale. Avete meno "strumenti" adatti alla discografia contemporanea, dove dominano piattaforme come TikTok o Spotify.
Ignazio: Ed è proprio questo che ci stimola: il fatto che sia difficile. Non abbiamo le piattaforme di streaming come Spotify che giocano a nostro favore, non essendo un genere propriamente mainstream. Questo ci sprona a fare sempre qualcosa in più. Negli anni, nel tentativo di avvicinarci ai giovani, ci sono stati pro e contro: si può anche sbagliare, facendo cose che rischiano di forzare la mano e non mantenere la propria personalità.
Gianluca: Però quanti sono gli artisti che fanno milioni di visualizzazioni ma poi faticano a riempire i concerti.
Artisti come Vasco, Cremonini o Jovanotti, magari combattono di più con le classifiche digitali ma riempiono gli stadi.
Piero: Ma perché accade questo? Le piattaforme musicali sono affollate da ragazzi più giovani di noi, non lavorano, vanno a scuola e hanno più tempo per ascoltare la musica. È una guerra persa cercare di competere con quei numeri, perché noi abbiamo un ruolo ben preciso nell'industria culturale e musicale. Oggi, però, tutti gli artisti hanno a disposizione gli stessi mezzi: i social, le piattaforme, un cellulare per riprendersi e fare comunicazione o pubblicizzare i concerti. Tutto è alla portata di tutti. Il problema vero, se così vogliamo chiamarlo, è un altro.
Quale?
Piero: Noi facciamo questo genere musicale perché ci rappresenta e rispecchia il nostro gusto, ma abbiamo scelto questa strada perché conoscevamo anche il resto. Quando ero piccolo, mio nonno mi faceva ascoltare Claudio Villa, mio padre mi ha fatto conoscere Fabrizio De André e mia madre Elvis Presley e Michael Jackson. Io so che esiste altro, e oggi a 33 anni devo sapere chi c'è sul mercato, devo conoscere Liberato o Geolier. Ma gli adolescenti di oggi sanno chi era Elvis? Sanno chi era Fabrizio De André o Michael Jackson? Spesso non lo sanno. Così come a scuola si studia la storia per capire il presente, anche nella musica il presente è figlio del passato. Va benissimo ascoltare la musica di oggi, non puntiamo il dito contro nessuno, ma dovrebbero conoscere anche chi c'è stato dietro, i Beatles o Lucio Battisti. Se oggi prendiamo dieci ragazzini tra i 12 e i 16 anni, secondo me almeno otto non sanno chi sia Lucio Battisti.
Voi siete nati musicalmente intorno al 2009 ed esplosi definitivamente nel 2015. Siete stati forse l'ultima generazione arrivata prima del boom totale dei social e dello streaming, quando si vendevano ancora i dischi fisici. Oggi un gruppo come il vostro riuscirebbe a emergere in un mercato così complesso?
Ignazio: Oggi sarebbe difficilissimo. Per me il problema principale non è tanto chi ascolta la musica, ma chi la produce. Le case discografiche oggi guardano solo ai numeri e non più al talento. C'è il rischio di non riuscire a esprimersi perché si è focalizzati sulle visualizzazioni anziché sulla propria necessità artistica. Oggi le etichette non noterebbero nemmeno una Whitney Houston agli inizi.
Com'è stato, fin da ragazzini, trasformarsi in una vera e propria azienda che va oltre la semplice musica?
Piero: L'abbiamo capito da poco che eravamo un'azienda! Abbiamo sempre vissuto tutto con grande semplicità e un pizzico di inconsapevolezza. Noi pensavamo solo a cantare e a divertirci. Solo da qualche anno abbiamo iniziato a pensare al Volo come a una vera impresa, con dipendenti, responsabilità e scadenze.
Questa consapevolezza ha cambiato qualcosa nella parte creativa?
Piero: A livello creativo non cambia assolutamente nulla. Il nostro rapporto interno non è cambiato, e lo vedi da come ci relazioniamo con chi lavora con noi. Dietro a un cantante c'è una macchina enorme di persone che lavorano e guadagnano. Noi abbiamo collaboratori che sono con noi da 13 o 15 anni, praticamente dagli inizi, perché cerchiamo di fidelizzare il nostro ambiente e creare una famiglia. Certo, la responsabilità di questa famiglia è sulle nostre spalle. È bellissimo andare in tour in Giappone, ma se succede qualcosa a una delle persone del team, la responsabilità di tutelarla è nostra. Questo accadeva anche quando avevamo 15 anni, solo che allora c'era molta più inconsapevolezza; oggi che abbiamo superato i trent'anni la percezione è diversa.
Avete superato i trent'anni e siete molto diversi da quando avete iniziato. Avete perso qualcosa della vostra giovinezza o quello che avete guadagnato vale di più?
Ignazio: Se non conosci la giovinezza degli altri, la tua diventa la normalità. Per noi la vita che abbiamo vissuto era la norma. Spesso evitavamo di parlare di certe cose con i nostri amici per non sembrare bizzarri: come fai a 17 anni a dire ai tuoi amici "L'altro ieri sono stato a una festa con Lady Gaga e Rihanna"? Ti prendono per matto. Abbiamo iniziato a parlare e capire tre lingue già a 17-18 anni.
Piero: Il fatto di essere un gruppo ci ha aiutati a rimanere ancorati alla realtà; se fossi stato un artista singolo forse avrei avuto una visione diversa delle cose. Noi viviamo picchi estremi di adrenalina che rischiano di creare una forte dipendenza.
Gianluca: Cambio la prospettiva: la giovinezza, sotto certi aspetti, non la perdi mai. Sul palco l'artista si diverte ogni sera come un bambino che gioca: guarda Vasco Rossi o Cremonini, quando salgono sul palco tornano ad avere vent'anni.
A questo punto Ignazio va via perché ha un treno da prendere.
Come si fa a gestire questo stile di vita anomalo, dove si rischia di diventare "schiavi dell'applauso"?
Piero: Siamo stati fortunati grazie alle persone che abbiamo intorno: la famiglia, gli amici storici, il nostro nucleo. Abbiamo creato due binari paralleli: la vita privata di Piero, Ignazio e Gianluca nella normalità, e la vita sul palco dove vivi quell'esplosione di adrenalina che ti fa sentire onnipotente. Appena scendi dal palco, però, devi ricordarti che siamo tutti uguali. A me piace stare a casa a cena con i miei amici, raccontare quello che provo in modo naturale, mentre il mio amico mi parla della lavatrice che si è rotta o dello stipendio che non basta. Questo ti riporta alla realtà quotidiana in cui vive il 95% della popolazione. Sappiamo di essere dei privilegiati economicamente e facciamo ciò che amiamo, quindi per noi non è un lavoro nel senso classico: ci svegliamo e facciamo ciò che amiamo, giriamo il mondo e ci pagano pure per farlo.
Ma avete il tempo di vedere il mondo durante i tour?
Piero: Lo vediamo perché siamo curiosi. Anche se i ritmi sono serrati, cerchiamo sempre di incastrare le cose e sfruttare i giorni di pausa.
Che rapporto avete con l'errore? Vi capita mai di sbagliare sul palco?
Piero: Anche nella scienza c'è un 1% di margine d'errore. Siamo esseri umani e commettiamo errori.
Ve ne ricordate uno in particolare?
Piero: Il blackout più simpatico è successo in Svizzera, a Locarno. Dovevamo cantare come terzo brano un pezzo in francese, "Tous les visages de l'amour" di Charles Aznavour. Inizia la base, parto io e attacco: "Tous les visages de l'amour… tous les visages de l'amour… tous les visages de l'amour…". Ho continuato a ripetere la stessa frase per tre minuti perché ho avuto un vuoto totale.
E lì cosa succede?
Piero: Ridi, abbiamo cominciato tutti a ridere. È andata così, ma se prendi le cose con un sorriso nella vita affronti tutto in modo più semplice.
In questo periodo abbiamo visto artisti del calibro di De Gregori e Ligabue esporsi su certi temi. Avere una voce importante come la vostra impone in qualche modo una responsabilità? Secondo voi è giusto usare la propria visibilità per fare da megafono a determinate istanze, oppure un artista dovrebbe avere la libertà di non esprimersi?
Gianluca: De Gregori lo ha sempre fatto, ma attraverso la sua musica. Forse di recente ha espresso un parere momentaneo, ma il problema è che oggi tendiamo a scandalizzarci troppo: non vediamo l'ora di prendere una singola parola e darla in pasto ai social per chiedere un parere all'italiano medio. De Gregori ha sempre dimostrato la propria posizione con i fatti, scendendo anche in piazza in prima persona.
Ligabue diceva semplicemente che lui lo fa, ma non ci si deve sentire obbligati a prendere posizione.
Piero: La libertà include anche il diritto di non esprimersi. Un artista può decidere di fare il cantante e comunicare solo con la musica. Ognuno di noi ha i propri ideali, e c'è chi preferisce mantenerli privati, il che è assolutamente legittimo.
Gianluca: Oggi purtroppo si tende a spettacolarizzare la vita delle persone, a puntare il dito e a cercare sempre un colpevole.
A proposito di puntare il dito, voi stessi siete stati presi di mira per anni…
Piero: Ma ci sta, fa parte del gioco. Siamo tre ragazzi giovani che fanno musica e girano il mondo; appena facciamo un passo falso, il dito è pronto a essere puntato. Ma chi se ne frega? Non possiamo controllare gli altri. Se qualcuno ti rivolge una critica e tu non la accetti, quel giudizio rimane a chi l'ha espresso. Bisogna imparare a vivere più schermati e tranquilli.
Gianluca: Il vero problema è che la società pretende che i personaggi pubblici siano infallibili. Magari facciamo un commento leggero, lo stesso che chiunque farebbe a cena con gli amici nei propri dubbi esistenziali, solo che a noi ascoltano tutti e a loro no. Vivere con la paura costante di sbagliare è logorante; a volte si può anche scivolare. Siamo abituati a non comprendere e a non perdonare, ma solo a colpevolizzare gli altri senza guardare noi stessi. I personaggi pubblici sono persone normali: possono sbagliare, pentirsi di ciò che hanno detto o cambiare idea. Nella comunicazione odierna tutti vogliono salire sul carro dei moralisti. Manca la leggerezza, manca la comprensione reale e la capacità di mettersi nei panni dell'altro. Nessuno lo fa più.

La musica di oggi è davvero peggiore di quella di una volta o siamo troppo nostalgici?
Piero: La musica è bella se ti piace, meno bella se non ti piace.
Gianluca: Ai tempi di De André c'era anche la leggerezza di "Gelato al cioccolato", ed è una canzone che ha fatto la storia. In ogni epoca ci sono sfumature diverse, c'è Olly e c'è Myss Keta, c'è Adele e ci sono artisti più pop o leggeri. Ci si lamenta sempre del presente rispetto al passato: mio nonno si lamentava perché non c'era più Claudio Villa, e ai tempi di Villa ci si lamentava per la mancanza di Natalino Otto. È un ciclo continuo.
E quando accendete la radio oggi, cosa vi piace delle ultime uscite?
Piero: Io ascolto solo Il Volo e skippo le parti degli altri due e sento solo dove canto io (ride).
Gianluca: Scherzi a parte, apprezziamo molto Olivia Dean, Sombr o Sienna Spiro, che trovo bravissima.
Se poteste invitare un artista napoletano sul palco per i vostri eventi alla Reggia di Caserta, chi scegliereste?
Piero: Oggi la musica napoletana sta dimostrando una forza impressionante, tra Sanremo e l'Eurovision. Napoli sforna continuamente talenti impressionanti, forse perché vi svegliate davanti a tanta bellezza e siete più ispirati. L'anno scorso a Pompei abbiamo avuto con noi James Senese. Ci sono tantissimi musicisti importanti. Ad esempio, Ignazio ha collaborato con Roberto Colella.
Gianluca: Spesso si fa l'errore di pensare che il successo commerciale sia sinonimo di qualità, ma non è sempre così. Anzi, soprattutto in Italia oggi, più ti avvicini alla musica commerciale e più rischi l'omologazione, perché gli autori e i produttori alla fine sono sempre gli stessi ed è difficile mantenere l'autenticità.
A proposito di questo, vi siete mai sentiti "troppo grandi per fallire" come gruppo? Avete mai pensato di fare un percorso solista senza rompere la band?
Piero: Questo pensiero ci viene tipicamente a giugno, quando c'è da fare il dividendo della società, poi a luglio ci passa (ride)! Scherzi a parte, non abbiamo mai avuto il tempo materiale per una ricerca artistica solista. In realtà riusciamo a esprimere le nostre individualità all'interno del nostro programma televisivo Tutti per uno, dove ognuno ha i suoi spazi da solo, anche se poi i concerti finiscono sempre con noi tre insieme sul palco perché sappiamo che la nostra forza è quella.
Gianluca: Poi è vero che Ignazio scrive brani per conto suo e pure io butto giù delle melodie al pianoforte quando ho bisogno di uno sfogo emotivo, ma sono esperimenti personali che non devono per forza uscire sul mercato per cercare il successo.