Il video di Canto d’amore con Angelina Mango e Mengoni, il regista Peluso : “Artisti ingabbiati nelle aspettative”

Simone Peluso, regista bolognese classe 1997, ha curato solo nelle ultime settimane il video ufficiale di "Canto d'amore", il nuovo singolo di Angelina Mango e Marco Mengoni. Ma è solo l’ultimo di una lunga serie di lavori con alcuni dei protagonisti della musica italiana, da Blanco a Fedez, passando per Maneskin e Tredici Pietro, che gli hanno permesso di costruire una propria identità visiva e cinematografica, celebrata con una retrospettiva al Pesaro Film Festival all’interno della sezione Vedomusica, coordinata da Luca Pacilio.
Come nasce il video di "Canto d'amore"?
È stata un'esperienza molto bella. Con Angelina avevo già collaborato per un suo video e avevamo avuto la possibilità di conoscerci. "Melodrama" infatti era stato uno dei pochi lavori in cui ero riuscito a costruire assieme l'idea. Poi, avevamo collaborato anche per il video con Olly in "Per due come noi". Mi ha fatto davvero piacere esserci ritrovati per un video, soprattutto adesso che sta ripartendo la sua carriera musicale.
Quanto è difficile nel tuo lavoro trovare una connessione, ma anche solo un approccio con l'artista?
Difficilissimo. Purtroppo non ho quasi mai la possibilità di entrare in contatto diretto con l'artista. Spesso vengo messo nella condizione di dover elaborare una creatività senza avere una conoscenza pregressa. Magari cominciamo a parlarne insieme, ma solo dopo che l'idea e gli spazi sono già decisi. Mi è capitato di fare video senza mai parlare direttamente con gli artisti, che sceglievano di scendere sul set solo all'ultimo. È una cosa che trovo assurda e abbastanza complessa, perché secondo me il rapporto che si instaura con l'artista è fondamentale.
Com'è stato con "Canto d'amore"?
In questo caso mi è arrivato un input e sono partito da lì per cominciare a lavorare. Ma c'è anche chi decide di darti carta bianca.
In quel caso, cosa accade?
Per cercare di mettermi nel mood e creare un ambiente più piacevole, sono tra i primi ad ascoltare un pezzo da spettatore effettivo, cercando di recepirlo come se lo stessi ascoltando in radio per la prima volta. Cerco di capire che emozione mi suscita, in che mondo mi trasporta. E, tramite queste prime sensazioni, cerco di delineare questo universo con le poche immagini che mi vengono in mente, iniziando a costruire il mondo che voglio creare attorno a quel progetto.
E come siete partiti?
L'idea iniziale era creare una coreografia, avere delle persone che ballassero. C'era stata anche un'idea di location iniziale che poi, successivamente, è stata cambiata. Il luogo nel video mi piaceva, insieme all'idea di avere quella fotografia e di creare un mondo in cui Angelina fosse separata da Marco. Ho cercato di ricostruire a fondo un mondo strano, asettico, un po' scolastico.
In che modo, secondo te, si ricollega con il significato del brano?
Volevo creare un mondo disturbante e asettico. Anche nel testo, nelle parti che canta Angelina, e nel ritornello o in alcune strofe, è come se avessi voluto dare un'interpretazione visiva di questi elementi. Quelle persone che li seguono, e che rispecchiano questo ambiente scolastico molto dogmatico e preciso, rappresentano il pensiero logorante e le aspettative. Sia quelle che noi abbiamo su noi stessi, sia quelle che le persone esterne hanno su di noi. È un po' il carico di cui ogni artista si deve fare portatore. Sono aspetti psicologici che non fa piacere affrontare tutti i giorni: è come se fosse una sorta di gabbia, inesistente ma percepibile, nella quale si ritrovano artisti.
Ti affascina di più avere indicazioni precise o costruire i percorsi visivi in divenire?
Ci sono artisti che hanno una loro identità ben precisa e quindi puoi seguire una direzione chiara. Ma è anche vero che ci sono alcuni di cui è necessario costruire una visione. Una cosa che mi è piaciuta molto del progetto con Blanco, ad esempio, è stata proprio la possibilità di creare una totale identità da zero insieme, ed è stato molto, molto divertente.
In questo senso, come si arriva a costruire un'immagine come quella di Blanco, che è diventata il tratto distintivo del suo album d'esordio?
Ci siamo conosciuti perché sono stato contattato da Universal quando Blanco stava firmando con loro. Avevano appena cominciato a lavorare sul suo progetto e mi hanno contattato proprio perché avevano visto dei miei lavori precedenti. Mi dissero che avevano un artista che aveva la necessità di esprimere con urgenza la propria musica. Mi hanno mandato un box con quello che all'epoca era il suo primo album e me ne innamorai subito. Abbiamo girato insieme il suo primissimo video "Notti in bianco" che è stato il suo brano di lancio e la canzone che l'ha spinto. Da allora non abbiamo più smesso di lavorare insieme.
Com'è stato lavorare con Blanco e com'è confluito nel docufilm in Bolivia "Bruciasse il cielo"?
È stato un montaggio di tante esperienze che avevamo fatto insieme nel corso di quegli anni. Per la pubblicazione del suo secondo album, mi chiesero di seguire l'intero immaginario creativo, la veste visuale a 360 gradi, non solo qualche video. Proposi di andare in Bolivia per 3 settimane perché mi piaceva molto l'immaginario estetico, così asettico e paesaggistico. È un posto incredibile, in cui non capisci bene dove sei situato, e non è un ambiente commerciale. C'era l'esigenza di creare un viaggio sfruttando questi ambienti naturali così differenti. Abbiamo girato vari spezzoni che sono serviti sia per le grafiche e i video dell'album, sia per il documentario.
Hai curato anche il video de "L'Isola delle Rose", un video che ha ricevuto sicuramente l'attenzione anche del pubblico arrivato dopo l'incidente sanremese. Hai avuto tensione rispetto a quel momento?
Tensione no, sinceramente non mi importava. Tra l'altro il video è uscito qualche giorno prima di Sanremo, quindi non avevo timori. Nonostante tutto quello che è successo, volevamo semplicemente tradurre a livello visivo l'immaginario che intendevamo raccontare.

Hai anche lavorato al video ufficiale di "Zitti e buoni" dei Maneskin.
Sì, ho lavorato con i Måneskin, ma in realtà loro sono esplosi globalmente in un secondo momento, successivamente al lavoro che abbiamo fatto insieme. Quando abbiamo girato il video, il successo non era ancora a quei livelli. Erano quattro bravissimi artisti, ma in attesa del successo mondiale. Abbiamo unito le forze.
Il tuo lavoro verrà premiato al Pesaro Film Festival.
È stata una cosa che mi ha sorpreso e devo ringraziare il Festival, perché è bellissimo e sicuramente stare in mezzo ai professionisti in un ambiente del genere è molto piacevole, ti dà carica.
Hai cominciato con i video musicali?
No, avevo 14 anni e mi allenavo facendo parkour, mentre mio fratello faceva le fotografie. Cominciai a usare la sua macchina fotografica, ma per fare dei video degli allenamenti pomeridiani, prima di arrivare al canale YouTube con un mio amico che suonava la chitarra. A un certo punto ho capito che la mia passione per i video stava superando il resto, e così abbiamo iniziato a fare quei classici video come le serate in discoteca e i video aziendali. A 18 anni ho deciso di aprire la partita Iva e cominciare a fare i progetti che ci capitavano.
Quando hai intercettato la musica?
Mio fratello (Romolo Peluso) ha due studi di registrazione a Bologna, e sin da piccolo ho vissuto quell'ambiente. Lì, soprattutto per gli emergenti, c'era un ambiente in cui si faceva squadra per creare un progetto. Tutto quello mi ha permesso di capire come bisognava lavorare in maniera continua, tra musica e immagini, con gli artisti. Cercavo di capire che direzione stesse prendendo l'artista e cosa volevamo raccontare.
Hai già dichiarato però che i video musicali potrebbero non rappresentare il tuo futuro.
Adesso, la cosa che mi affascina di più è la possibilità di raccontare una storia, qualcosa di più personale, avendone piena consapevolezza e decisione su quello che vai a raccontare. È un'esigenza che, secondo me, sta uscendo fuori adesso. È bellissimo aiutare gli artisti a sviluppare il loro progetto, ma rimane il loro progetto. È come se sentissi che è arrivato il momento di raccontare qualcosa dal mio punto di vista. Qualcosa che magari possa ispirare o essere di aiuto a qualcuno, ma che sia un'espressione profondamente mia. E visto che sono finito a creare mondi visivi, il video è il metodo migliore per raccontare la mia visione.
Ti stai dedicando a qualcosa di diverso?
Sì, mi sono dedicato molto alla realizzazione di cortometraggi, cominciando a distribuirli e cercando di andare in quella direzione. Ovviamente non è una scienza esatta, ci provo. Soprattutto, significa spaziare in settori diversi; è un po' come cambiare lavoro. Passare da quello che ho fatto fino ad ora a un'idea prettamente narrativa implica cambiare linguaggio. Cambia tutto, è praticamente tutto da rifare da zero.
Senti anche che il mercato dei video musicali stia evolvendo e non in maniera positiva?
Dal mio punto di vista, il video e in generale l'immagine rimangono elementi fondamentali che costruiscono un artista quotidianamente. Quando tu ascolti una traccia, hai una percezione che poi si tramuta in un qualcosa di visivo. Nell'immaginario comune, i video, le foto e le grafiche aiutano l'ascoltatore a calarsi in un mondo preciso, a innamorarsene di più o di meno. Quello che sta succedendo a livello commerciale, però, è un grosso cambiamento. Si sta svalutando moltissimo. Il mondo video sta attraversando un momento storico in cui si dà molta più importanza al contenimento del budget. Si spende sempre meno, e si finisce per fare progetti esteticamente poveri perché si ritiene non abbiano un ritorno economico tangibile.
Cosa pensi abbia influenzato questo processo?
L'immaginario in sé non produce un ritorno contabile immediato e quantificabile, e quindi le etichette danno sempre meno importanza a queste strategie. Questo, secondo me, va a discapito dei progetti musicali. Un bel progetto è qualcosa che funziona a tutto tondo. Gli artisti che hanno un fortissimo immaginario, coerente con quello che comunicano a livello musicale, sono quelli più duraturi. Invece oggi vediamo tanti progetti che hanno successo con una o due canzoni e poi finiscono nel dimenticatoio, proprio perché non hanno la consistenza e la durabilità che garantisce un progetto curato visivamente. Certo, capisco che, non essendo una metrica monetizzabile, sia difficile capire per i discografici quanto abbia senso investire sull'immaginario di un artista. Poi c'è sicuramente la comparsa di TikTok.
E invece sull'utilizzo dell'intelligenza artificiale?
Non ne sono un fan. Sono una persona molto nostalgica, profondamente legata al creare le cose in collaborazione con altre persone. Creare immagini che sono semplicemente un'elaborazione di un computer o un mix di altre immagini non mi dà la stessa emozione di girare in pellicola o di vivere un processo di set. Mi manca quella parte di realtà che rende un'opera vera, inimitabile. Chiaramente l'IA crea cose di un livello altissimo, un computer ha le sue buone dosi di artifici che colpiscono. Però, per come la sento io, non ne avverto sinceramente il bisogno. Ci sono talmente tante cose da dire e da creare umanamente, che il valore delle persone che costruiscono e lavorano insieme non potrà mai essere sostituito. Anche perché quello che fa l'intelligenza artificiale non è altro che prendere cose già create da esseri umani e rielaborarle. Se non ci fossero state le persone a costruire l'immaginario di base, lei non potrebbe esserci.