Gino Paoli, da Il cielo in una stanza al ’68: così il cantautore genovese ha reinventato la canzone italiana

"Chi non ha vissuto gli anni prima della rivoluzione non può capire che cosa sia la dolcezza del vivere". La frase attribuita a Talleyrand che introduce "Prima della rivoluzione" di Bernardo Bertolucci, può aiutarci a capire Gino Paoli, che per quel mitologico film del ‘64 compose (con Ennio Morricone) e incise due canzoni memorabili, tra cui "Vivere ancora". Oggi che la storia di Paoli, almeno sul piano dell’esistenza, si conclude per sempre, sarebbe bello provare a capire come abbia rivoluzionato la musica italiana e quanto siano stati gli anni prima della rivoluzione, cioè quelli in cui lui e un manipolo di altri pionieri della nuova canzone italiana stavano per cambiare la cultura popolare del nostro Paese.
Come di quel film di Bertolucci (e del successivo "I pugni in tasca" di Marco Bellocchio) si dice che arrivò come un fulmine, anticipando le liberazioni del Sessantotto, lo stesso si può sostenere a maggior ragione per la musica che, diramandosi tra Genova e Milano, tra 1959 e 1960 fece irrompere una modernità completamente nuova. Una modernità, soprattutto, irrimediabilmente giovane. Giovane non perché i protagonisti fossero degli imberbi: l’Umberto Bindi che già si faceva conoscere con "Arrivederci" nel ‘59 si avvicinava ai trenta, Paoli stesso mentre esordiva aveva "un lavoro vero" da grafico.
La loro gioventù era prima di tutto una categoria poetica e dello spirito, e solo in secondo luogo un dato anagrafico. Anche se proprio al nuovo pubblico di adolescenti italiani nati un soffio dopo la guerra, i mitologici baby boomer, si rivolgevano le canzoni d’amore di Gino Paoli, che il cantautore avrebbe cominciato a scrivere di suo pugno nel 1960. La gioventù scandalosamente sessuale, impossibile da contenere per la morale dei genitori. La gioventù naturalmente propensa alla ribellione e all’insofferenza alle regole. La gioventù che nel nuovo mondo del dopoguerra aveva finalmente spazi per esprimere queste pulsioni anziché sublimarli ed esorcizzarli nei rituali di passaggio che avevano funzionato (più o meno) per secoli. Eventualmente con la politica, come avrebbero raccontato Bertolucci e Bellocchio, ma soprattutto con il corpo. E non c’è arte che influisca sul corpo meglio della musica.
Il tondo di vinile che ruota sotto la puntina a 45 giri al minuto è il nuovo rituale di passaggio di questa generazione che scopre di potersi dichiarare parte attiva della società, e che in cambio di poche centinaia di lire può decretare il successo e quindi la rilevanza culturale di questa o quella canzone, avviando quel ciclo infinito di curiosità, amore, interesse, ossessione che ancora oggi non ci spieghiamo del tutto quando parliamo di musica pop. Ed ecco che su questa nuova dinamica socioeconomica si innestano esattamente gli artisti di cui questo pubblico aveva bisogno per sentirsi investito del potere che stava prendendosi, ecco il Sessantotto in potenza attraverso la liberazione sessuale cantata da un manipolo di ventenni genovesi (di adozione più che di nascita). E al centro di tutto questo la canzone di Gino Paoli, nutrita del jazz scoperto grazie ai V-disc a 78 giri portati dai soldati americani, e del modello degli chansonnier arrivati con qualche anno di anticipo come Brel e Brassens.
Una musica innovativa e rivoluzionaria non perché iconoclasta, ma perché consapevole di ciò che ancorava e appesantiva la canzone già esistente, e intenta a demolire ed espungere ciascuno di questi orpelli. Canzone d’amore minimalista, ma ancora invaghita della metafora. Filosoficamente totalizzante ed esistenzialista, come qualcuno avrebbe detto, ma non per questo diversa dalle poste in gioco iperboliche del mélo. Debitrice (fin quasi alla nausea) del cosiddetto turnaround armonico del jazz, ma comunque vestito della conoscenza classica dei primi architetti di quel suono, i fratelli Reverberi. Forse è proprio per via di questa posizione contraddittoria che la canzone di Paoli cattura in modo così preciso la combinazione di desiderio e disincanto di questo Sessantotto in divenire, una rivoluzione che contiene al suo interno anche il nocciolo di una sconfitta, e che quindi gioca più nel terreno magico dell’utopia piuttosto che nella volgare realtà.
In mezzo, tra la prima ondata degli urlatori e i successivi Pavone e Morandi che avrebbero monopolizzato le attenzioni dei giovani, stava l’ingresso in scena di questa leva di cantautori – conio di Maria Monti – raccolta da un discografico visionario come Nanni Ricordi, senza il quale probabilmente nessuno parlerebbe di "scuola genovese". Una proposta che non andava necessariamente incontro ai gusti consolidati, ma provava a interpretarli, anticiparli, sfidarli. In questa chiave si comprende perfettamente lo specifico della musica di Gino Paoli, sempre in controtendenza eppure in alcune occasioni perfetta per fotografare la sua epoca.
Partendo dalla prima canzone scritta di suo pugno, "La gatta". Fu un flop, come raccontò Ricordi in un libro-intervista del 2010: a suo dire vendette solo 114 copie, un risultato che sarebbe tragico perfino oggi, figuriamoci quando si muovevano decine di migliaia di copie in un batter di ciglio. Eppure, come ebbe modo di dire Paoli nello stesso libro "serve la testa dura per trovare il nuovo". La stessa che lui stesso, poi, mostrò da discografico insistendo per far partire la carriera solista di Lucio Dalla. Naturalmente, oggi vediamo "La gatta" non come una falsa partenza, ma come l’inizio del canone musicale paoliano e come il primo mattone della sua mitologia, lassù nella soffitta di Boccadasse dove ancora il giovane occhialuto era principalmente un grafico e pittore che si divertiva a suonare con gli amici.
"Tutti fanno il rock e tu mi porti un valzer", avrebbe detto Mariano Rapetti (padre di Mogol) a Paoli quando gli propose "Senza fine", la canzone che avrebbe suggellato il sodalizio con Ornella Vanoni nel 1961. La dolcezza del vivere prima della rivoluzione, per tornare a Talleyrand, sta proprio in questa incoscienza, non oberata dal bisogno di determinare un’eredità, perché quell’eredità si sta ancora costruendo. Con la voglia di cambiare le cose ma anche il disincanto verso certi meccanismi inscalfibili (del mercato, dell’essere umano, dell’amore di cui ci si riempie la bocca nelle canzoni), la consapevolezza che "ogni parola che ci diciamo è stata detta mille volte", Paoli ha saputo muoversi come la goccia de "La storia di un ricordo", che nell’arrangiamento superbo di Giampiero Boneschi scivola e rotola e si getta giù "senza fretta", ma cambiando irrimediabilmente la scena, costringendo tutto a reagire allo stato d’animo della voce narrante: anche la voce dello stesso cantante, come se non fosse più sotto il suo controllo, si contorce in quel “chiuuude” che anni prima del cosiddetto corsivo ci ricordava che la bocca è uno strumento espressivo da usare con libertà.
Ed è proprio qui che si arriva al punto cruciale: più che nelle ispirazioni e nel lavoro sui giri di accordi, più ancora che nella precisione chirurgica della parola minimalista, la rivoluzione di Gino Paoli era nella voce. Quando Ricordi sentì i primi provini registrati con Gian Franco Reverberi nel 1959, non rimase particolarmente impressionato, ma aveva già sentito dove fosse il vero talento: "Le canzoni non mi piacevano tanto, ma mi piaceva il cantante". In questo caso davvero lontano da ogni tradizione e moda, non sufficientemente potente per il nuovo rock’n’roll né educata per la canzonetta, il sottile fischio ferroviario del timbro di Gino Paoli era scrittura che si manifestava nell’aria, apparentemente l’unica possibile emanazione vocale di quelle parole così vissute, così cesellate. Un dilemma inestricabile che nessuno avrebbe mai avuto voglia di sciogliere, che nella sua contraddizione emanava tutta la rivoluzionarietà che poteva.
Anni dopo la sua "epoca classica", in un disco forse non tra i più noti – certamente introvabile sulle piattaforme streaming principali – avrebbe recitato parole che sembrano perfette per descrivere il suo fascino infinito: "Sono uno che canta ogni volta per la prima volta, un bambino coi capelli bianchi che parla d’amore". Ogni volta che a un orecchio vergine arrivano le parole de Il cielo in una stanza è come una prima volta, è l’inizio di una cascata di domande su di sé, sulle possibilità dell’immaginazione, della musica, di una voce. E questo è anche una maledizione per l’artista che quelle parole le ha scritte, musicate, cantate, e che a queste pesantissime eredità rischia di essere legato per il collo.
Forse anche per questo, tra le tantissime interviste rilasciate negli ultimi anni, spesso insopportabilmente autocompiaciute per il contributo dato alla canzone italiana, io ho sempre apprezzato i numerosi ricordi in cui Paoli con altrettanto gusto raccontava di fiaschi e fallimenti, sonori tonfi e grottesche liti con il pubblico o con qualche impresario. Perché prima che la sua canzone così antiborghese si trasformasse nel nuovo manifesto di una borghesia nuova e più impertinente, prima dei culti laici e dei tributi, prima dei peraltro ottimi revival e dei secondi, terzi e quarti tempi della sua carriera, c’era un rivoluzionario che assaporava la dolcezza del suo vivere, scontri compresi, senza il peso della rivoluzione che aveva messo in atto e che oggi, nel bene e nel male, ci ha resi quello che siamo.