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Covid 19
10 Marzo 2020
10:08

Leggere Seneca per combattere il Coronavirus: “Guariremo appena ci staccheremo dalla folla”

Rileggere il “De vita beata” di Seneca, dai “Dialoghi” del grande filosofo romano, può essere molto utile nell’epoca del Coronavirus. Uno dei modi per arrivare alla felicità, secondo l’esponente dello stoicismo in età imperiale, è il richiamo al senso di comunità che può svilupparsi evitando i cattivi esempi altrui, perché “nessuno sbaglia solo per sé, ma è la causa e l’origine degli errori degli altri”.
A cura di Redazione Cultura
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Nell'ora più buia dell'emergenza Coronavirus, con l'istituzione di una zona rossa valida su tutto il territorio nazionale, come decretato ieri dal Consiglio dei ministri presieduto da Giuseppe Conte, da più parti si sta cercando si trovare le parole adatte. Bisogna spiegare ai più, in particolare ai giovani, che è necessario restare in casa per salvare i loro nonni, i loro genitori. Perché in questa fase è necessario riscoprirsi più che mai una comunità, parola restia al comune sentire italico, ma che tuttavia va riscoperta (o forgiato) proprio ora.

Per capire come bisogna, in questo momento, tornare ad essere comunità, possiamo riprendere tra le mani e leggere un testo di Lucio Anneo Seneca (Cordova, 5 a.C. – Roma, 65 d.C.), filosofo, drammaturgo, politico romano ed esponente dello stoicismo eclettico dell'antica Roma che gran parte degli studenti italiani incrociano sul loro cammino prima o poi. O studiando filosofia, storia, oppure traducendo dal latino. In particolare, per l'occasione, abbiamo scelto un brano del "De vita beata", "Sulla felicità", tratto dai "Dialoghi" e scritto in onore del fratello Anneo Novato, nel testo citato come Gallione. Il tema centrale del testo è la felicità che, secondo Seneca, ha ragione di esistere solo nella virtù, sublime, avvolgente e duratura.

Inde ista tanta coaceruatio aliorum super alios ruentium. Quod in strage hominum magna euenit, cum ipse se populus premit — nemo ita cadit ut non et alium in se adtrahat, primique exitio sequentibus sunt — hoc in omni uita accidere uideas licet. Nemo sibi tantummodo errat, sed alieni erroris et causa et auctor est; nocet enim adplicari antecedentibus et, dum unusquisque mauult credere quam iudicare, numquam de uita iudicatur, semper creditur, uersatque nos et praecipitat traditus per manus error. Alienis perimus exemplis: sanabimur, [si] separemur modo a coetu.

Che, tradotto in italiano, suona così:

Quello che accade in una gran folla di persone, quando la gente si schiaccia a vicenda (nessuno cade, infatti, senza trascinare con sé qualche altro, e i primi provocano la caduta di quelli che stan dietro), capita nella vita: nessuno sbaglia solo per sé, ma è la causa e l'origine degli errori degli altri; infatti è uno sbaglio attaccarsi a quelli che ci precedono, e poiché ognuno preferisce credere, piuttosto che giudicare, mai si esprime un giudizio sulla vita, ma ci si limita a credere: così l'errore, passato di mano in mano, ci travolge e ci fa precipitare. Gli esempi altrui sono quelli che ci rovinano; noi invece staremo bene appena ci staccheremo dalla folla.

Staccarsi dalla folla, dunque. In Seneca ovviamente, che di Coronavirus non poteva parlarne, questa frase aveva un valore soprattutto metaforico, mentre oggi per noi ne assume perlomeno un secondo, visto che oggi siamo chiamati per salvare noi stessi e la nostra comunità a staccarcene non solo moralmente, ma prendendo il monito del grande filosofo stoico anche alla lettera. È l'unica speranza per avere una vita beata, felice, a quanto pare. Lo dice anche Seneca.

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