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Che cos’è la “catacresi”, un genere di abuso linguistico a cui ricorriamo tutti

Nella lingua che usiamo ci sono alcuni abusi e libertà retoriche di cui non ci accorgiamo. Metafore normalizzate, estensioni improprie: ossificazioni della lingua spesso paradossali, che per l’uso costante smettono di essere abusi e artifici retorici, anche se a guardarli restano molto divertenti e qualche volta fanno ancora discutere.
A cura di Giorgio Moretti
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Una brutta calligrafia. «Ah, non si dice! La ‘calligrafia' è per definizione bella, perché dentro c'è il greco ‘kalòs', che vuol dire ‘bello', e quindi si può parlare dell'arte della calligrafia, ma brutta può essere solo una grafia». Non è un discorso che si senta di rado. Eppure espressioni come ‘una brutta calligrafia‘ o ‘la calligrafia del medico che sa leggere solo il farmacista‘, sono del tutto normali. Ma in effetti si tratta di un'estensione di significato, anche impropria per quanto ormai invalsa, standardizzata: siamo davanti a una catacresi (dal greco katàchresis abuso, un derivato di katachràomai, composto di katà oltre e chrèstai usare).

Quello della catacrèsi (o catàcresi, se si pronuncia alla greca) è un fenomeno linguistico davvero affascinante. Volendolo definire, potremmo dire che è un uso abusivo ma radicato di una parola o di una locuzione, che ne spinge il significato al di là di quello che le sarebbe proprio (in certi casi fino alla contraddizione). Le figure retoriche che hanno questo effetto sono molte, pensiamo alle metafore; ma la catacresi descrive questo fenomeno quando ormai non è più innovativo, quando si è normalizzato. In effetti, in molti casi si tratta di metafore cristallizzate e non più percepite come tali: anche stavolta, al difficile nome greco corrisponde un fenomeno dei più consueti, che pervade la nostra quotidianità.

Nessuno ci ritiene dei poeti se parliamo delle gambe di un tavolo, del collo di una bottiglia, di lingue di fuoco, dello stare a cavallo di una ringhiera, del ritagliarsi del tempo o dello spazio o del vedere che cosa si dice. Eppure sono tutte metafore, e delle più fantasiose. E a ben vedere chi è contrariato dall'uso di ‘calligrafia' anche quando si intende qualificarla come brutta, difficilmente ci riprenderà perché parliamo di un tramonto nel mare, anche se il tramonto descrive in origine, ovviamente, lo sparire ‘oltre i monti' del sole calante.

La catacresi scaturisce da una naturale economia linguistica: la lingua ha delle lacune e tutti siamo un po' poeti in cerca di espressioni calzanti, ma per indicare concetti e oggetti nuovi o più estesi si tenta di usare le risorse che si hanno già, concettuali e lessicali. Così restiamo in casa se la bottiglia acquista un collo, il fuoco diventa linguacciuto, se il tempo e lo spazio si trasformano pezze di tessuto; il tramonto rimane tramonto anche se finisce in mare, e vedo con gli occhi le parole dette. Catacresi, una licenza poetica universale.

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Nato nel 1989, fiorentino. Giurista e scrittore gioviale. Co-fondatore del sito “Una parola al giorno”, dal 2010 faccio divulgazione linguistica online. Con Edoardo Lombardi Vallauri ho pubblicato il libro “Parole di giornata” (Il Mulino, 2015).
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