Tocca diversi nervi scoperti della contemporanea società dello spettacolo (o sarebbe meglio aggiornare l'etichetta debordiana in "società col vizio dello spettacolo") lo studio teatrale "Casting per un film dal Woyzeck" andato in scena a Napoli, come anteprima di stagione della sala Assoli negli ultimi due fine settimana. Drammaturgia di Maurizio Braucci, regia di Annalisa D’Amato e Antonin Stahly, il fuoco di questo lavoro è affidato a un gruppo di attori napoletani, giovani dei più svariati quartieri, da Secondigliano ai Quartieri Spagnoli, tutti tra i 16 e i 20 anni, in scena con Andrea de Goyzueta, Valeria Apicella e Salvatore Ferrara. La trama è presto detta.

L’idea di una regista e del suo assistente alle prese con l'allestimento del “ Woyzeck”, capolavoro di  George Büchner, è scegliere il cast tra dieci ragazzi e ragazze della Napoli popolare. Parti del testo originale di Büchner, riadattato dai giovani del contesto scelti "dal vero" (modalità tanto in voga al cinema e a teatro) si alternano alla dinamica interna al gruppo di giovani attori e a coloro che devono sceglierli. A cui si aggiunge un terzo livello – forse il meno necessario alla resa teatrale – quello delle riflessioni di un attore-filosofo che riflette sui temi del realismo e del capitalismo moderni.

Molto felice si rivela l'intuizione di far recitare dei giovani attori, provenienti dall'esperienza di pedagogia e teatro di "Arrevuoto", messi nella condizione di potersi esprimere sovrapponendo questa dimensione a quella narrativa e di esigenza teatrale. Come non mai, dunque, nel caso di "Casting" l'imperfezione dell'attore in carne e ossa – un imperfezione che però trasuda la vita – è necessaria e funzionale all'attore-personaggio che ha il compito di rappresentare se stesso. Ovviamente tutto il lavoro è una forte critica ai modelli imposti ai nostri giovani dal consumismo contemporaneo, all'ansia di apparire e di essere scelti, al cinismo dei mestieranti che l'arte la fanno e la vendono, ai pusher di "oppio del popolo" (per citare l'ultimo libro di Goffredo Fofi), ma soprattutto è una scanzonata, a tratti molto umoristica, quanto verticale e corrosiva messa alla berlina di quella moda del "reale a tutti i costi", vera e propria mania di autori e registi contemporanei, magari agiati borghesi che della lezione pasoliniana ne hanno fatto una retorica e carne per polpette, talvolta cinica e non meno artificiale di quella di un safari turistico per lande selvagge di una comitiva di turisti un po' sprovveduti.

Un ultimo nervo scoperto che questo lavoro va a intercettare, infine, riguarda la sua modalità produttiva e il suo rapporto col contesto in cui nasce. Realizzato dal gruppo di lavoro di professionisti su basi volontarie, concepito come prosecuzione del lavoro del progetto "Arrevuoto", e quindi non lasciare i suoi più attivi e promettenti attori a bocca asciutta fornendogli una possibilità di formazione-lavoro, "Casting" rappresenta a suo modo un paradosso e un'opportunità per riflettere sugli esiti e sui possibili correttivi alle politiche culturali dalle nostre parti. Soprattutto in un contesto campano e partenopeo sede del più finanziato tra i festival teatrali italiani (il Napoli Teatro Festival Italia) e di un teatro nazionale (il Teatro Stabile di Napoli) che vanta, tra le sue credenziali necessarie per restare tale, una scuola per attori.