Capossela e Capovilla: “L’umanità sta attraversando una tragedia. Combattere le ingiustizie è un nostro dovere”

Immagine
Vinicio Capossela e Pierpaolo Capovilla - ph Nicol Vizioli
Vinicio Capossela e Pierpaolo Capovilla raccontano lo spettacolo “E morte non avrà dominio”, tra Dylan Thomas, rock’n’roll, impegno civile, Palestina e amore per Pino Daniele.

Capossela e Capovilla: "Viviamo una tragedia per l'umanità. Combattere le ingiustizie è un nostro dovere"

Provengono da mondi musicali diversi e fino a qualche tempo fa la traiettoria delle loro vite non si era incrociata. Poi è successo qualcosa. Guardando "Città di pianure", Vinicio Capossela ha avuto una sporta di colpo di fulmine artistico: Pierpaolo Capovilla doveva far parte del suo nuovo spettacolo "E morte non avrà dominio", una ballad opera che prende spunto da una poesia e dalla vita di Dylan Thomas e del dj radiofonico Renato Striglia, a cui è dedicata. Così l'ex leader di band culto come One Dimensional Man e Il teatro degli Orrori, oggi impegnato con i Cattivi maestri, e uno degli artisti più amati e originali del nostro paese si sono ritrovati a dividere lo stesso palco per raccontare il rock'n'roll, l’epica del fallimento, l’amore per i cattivi maestri, l’ammutinamento, il sabotaggio, la ribellione, la fragorosa solitudine, la felinità, l’anarchismo. Abbiamo intervistato via Zoom i due protagonisti, per una lunga chiacchierata che ha affrontato lo spettacolo, l'amicizia, la Palestina, l'impegno civile e morale, la morte, ovviamente, fino all'amore di Capovilla per Pino Daniele.

Cosa hanno in comune Pierpaolo Capovilla e Vinicio Capossela, e cosa invece vi separa, regalandovi però la voglia di scoperta reciproca?

Pierpaolo Capovilla: Abbiamo in comune quel campo nel cognome, sicuro. Innanzitutto io mi sto capostellizzando… e forse Vinicio si sta capovillizzando un pochino anch'io, non lo so. Sta fiorendo una bella amicizia fra me e Vinicio, e questa cosa mi dà grande gioia; sono felice, davvero. Quindi incominciamo ad avere qualcosa in comune, veniamo da territori musicali molto diversi.

E su cosa vi siete incontrati? Quand'è che vi siete incontrati? Cioè, quand'è che è nata poi questa idea di collaborazione e questa amicizia? Non so cosa è nata prima. 

Vinicio Capossela: Entrambi abbiamo iniziato la nostra scalata nel mondo dello spettacolo partendo dal "sottoscala": bar, ristoranti, alberghi, ovvero tutto quel settore dell'intrattenimento dal vivo. Al di là di quello che abbiamo in comune, credo che Pierpaolo condivida un’idea precisa di esistenza: una partecipazione sia civile che umana, la curiosità per l'altro, il riservare la stessa attenzione a chi conta e a chi non conta, la disponibilità e l'ascolto. C'è poi l'amore per un certo tipo di musica, che è esattamente il territorio umano da cui è nato tutto questo percorso nell'opera di Dylan Thomas – dal radioracconto alle canzoni scritte per questa ballad opera.

In questo mondo si inserisce anche Renato Striglia, un DJ rock'n'roll legato a quel tipo di rock fatto non di star, ma di compagni di viaggio: artisti che sentiamo come i nostri "cattivi maestri". Non è un caso che l'ultima straordinaria band di Pierpaolo si chiami proprio I Cattivi Maestri. C'è un rapporto vivo con i maestri-compagni di quella che viene definita la "cattiva strada", ossia quella strada in cui l'errore è contemplato.

Come hai incontrato Pierpaolo?

Vinicio Capossela: Conoscevo già Pierpaolo per le sue varie incarnazioni musicali, come Il Teatro degli Orrori, ma è stato con "Città di pianura" che ho preso davvero confidenza con la sua fisicità e la sua attorialità. A un certo punto ho capito che era l'unico a poter rappresentare quel tipo di umanità a cui apparteneva Renato e che vede in un poeta come Dylan Thomas un'espressione fondamentale. Ci sono poeti accademici, studiati dagli esperti, e poi ci sono poeti che irrompono nella vita di chi li legge o li ascolta: Thomas è un poeta dell'umano. È stata proprio questa profonda empatia e l'appartenenza a certe frequenze dell'umanità a spingermi a chiamare Pierpaolo, a raccontargli questa storia e a iniziare insieme questo viaggio.

Andando oltre la musica, c'è quest'immagine di Pierpaolo che ricorda Marat nella vasca… Qual è il significato di questa rappresentazione? Cosa simboleggia la vasca?

Vinicio Capossela: Questa vasca è al tempo stesso una bagnarola, un'arca di Noè e persino una bara e anche la vasca del Drugo Lebowsi. Nel contesto di "Under Milk Wood" ("Sotto il bosco di latte"), è il luogo dell'intimità ma anche della resa. È un simbolo di solitudine e di raccoglimento. C'è poi il richiamo a Marat, che è stato ucciso in vasca ma mentre continuava a scrivere e ad alimentare il fuoco della rivoluzione. È un oggetto scenico straordinario e polisemico e si lega anche all'elemento del mare: all'inizio si è immersi nei canti delle balene, che evocano il mondo della radio, le onde, il faro e tutto quell'invisibile che ci attraversa.

Pierpaolo, come ci si trova in quella vasca?

Pierpaolo Capovilla: In quella vasca sono una sorta di naufrago – e quanti naufraghi ci sono oggigiorno! Interpreto un po' Capitan Gatto, uno dei protagonisti di Sotto il bosco di latte, ma sono anche un po' Dylan Thomas, un po' Renato Striglia e un po' me stesso. Mi ritrovo così in un perfetto e magnifico stato di dissociazione tra la vita e la morte. È un momento intensissimo.

Un momento intensissimo e pieno di cose.

Pierpaolo Capovilla: Per me è un'esperienza del tutto nuova, mi sento un absolute beginner. Prima è arrivato il cinema con Città di pianura, un'opportunità inaspettata che mi è quasi scoppiata tra le mani. Poi è arrivato Vinicio con la proposta di questo magnifico spettacolo, portando il teatro nella mia vita. Nel frattempo sto girando anche una serie tv con Luca Zingaretti e continuo la mia attività con i Cattivi Maestri, con cui suonerò sia nei prossimi giorni che il prossimo anno. Non sono mai stato così impegnato in vita mia. Ogni tanto mi viene da dire tra me e me: "Ma non poteva capitare vent'anni fa tutto questo, prima che mi bevessi il cervello?".

Evidentemente doveva accadere adesso.

Vinicio Capossela: Devo anche dire che Pierpaolo nello spettacolo non resta solo nella vasca: a un certo punto si solleva, impugna il microfono come solo lui sa fare ed emerge tutto il suo rock'n'roll. È un innesto magnifico sul palco, guidato da una storia artistica forte e incredibilmente autentica.

Dylan Thomas scrisse questa poesia quando aveva solo diciannove anni – un'età in cui oggi si è considerati poco più che ragazzi. Che fuoco avevate dentro voi quando avevate quel'età?

Pierpaolo Capovilla: Nel secondo dopoguerra si diventava adulti molto prima. Oggi a diciannove anni si è ancora adolescenti, con poche certezze. Non che le avessi io a quell'età: ero un pazzo scatenato, pericoloso per me stesso e per gli altri. Però ho sempre avuto valori molto chiari. Mia madre è stata novizia nell'Ordine paolino per sei anni e mio padre era un uomo molto religioso che voleva farsi prete: ho un retaggio cristiano fortissimo. Non credo in Dio, ma credo fermamente nella pietas, nella fratellanza, nel compatio – cioè nel soffrire insieme. In questa ballad opera tutti questi elementi emergono con grande forza, e questo mi fa sentire me stesso, estremamente coerente con il ruolo che interpreto.

A 19 anni eri pazzo scatenato?

Pierpaolo Capovilla: Ho sempre vissuto di musica: a diciannove anni già suonavo e giravo l'Est Europa quando c'era ancora il Muro di Berlino. Credo che la canzone abbia un ruolo cruciale nella vita di tutti, perché riesce a toccare le corde più intime del cuore. A vent'anni il momento di crescita intellettuale è potentissimo: è lì che capisci cosa vuoi dalla vita. Fin da allora ho preso la decisione di fare musica e di renderla protagonista della mia esistenza. Per me è stata una vera salvezza.

Come mai?

Pierpaolo Capovilla: Vengo da una famiglia sottoproletaria e sono cresciuto in un piccolo paese in cui avrei potuto scivolare nella criminalità e nelle sostanze. La musica mi ha tenuto lontano da quelle rovine, mi ha fatto crescere e mi ha insegnato, piano piano, a scrivere qualche bella canzone.

Vinicio Capossela: Anch'io provengo da una famiglia sottoproletaria e sono cresciuto in provincia, a Scandiano. A diciannove anni vivevo con molta inconsapevolezza: nel mio stesso paese c'era Luigi Ghirri che fotografava i CCCP che registravano i loro dischi, e io ero del tutto inconsapevole, non ero partecipe del mio tempo. Però nella gioventù risiede un "cromosoma" speciale, che poi si ritrova, con diversi gradi di consapevolezza, per tutto il resto della vita. A me sono mancati i viaggi iniziatici a Londra o a Berlino, ma ho sempre coltivato quel germe che ti fa riconoscere l'ambizione di eternità, che è la vera cifra dei vent'anni. È proprio in gioventù che un poeta precoce come Dylan Thomas scrive il suo inno di ribellione alla morte: ci si sente immortali e si incita il padre a "non andarsene dolce in quella buona notte". Questa protesta contro la mansuetudine è il cuore pulsante della giovinezza.

Immagine
Capossela e Capovilla – ph Nicol Vizioli

C'è un'idea di immortalità – un'ambizione all'eternità che immagino appartenga a ogni artista, cioè il desiderio di lasciare una traccia. Vale anche per voi questa ricerca di immortalità, questa morte intesa non come fine definitiva? E in che modo prende forma nello spettacolo?

Vinicio Capossela: Non si tratta di un superomismo individualista, ma è l'andare oltre se stessi vivendo negli altri: in ciò che trasmettiamo e nella comunità in cui ci irradiamo. Significa raccogliere il testimone di qualcosa che qualcuno non è riuscito a portare a termine. È una forma di eternità molto fragile e labile, ma reale, perché vive nelle relazioni, al di là dei patrimoni e dei figli.

Pierpaolo Capovilla: Il tema è quello dell'eternità laica. Quando scrivi poesie, canzoni o romanzi, speri che qualcuno li legga o li ascolti e ti chiedi a cosa sia servito il tuo lavoro. La risposta è che abbiamo seminato canzoni, e quindi pensieri, riflessioni e cultura critica. La canzone popolare è una cosa seria: quando ero ragazzino, in casa mia c'era sempre una radio accesa sintonizzata su Radio Capodistria. Da lì è nata la mia passione: ascoltavo Giorgio Gaber, Francesco Guccini, Fabrizio De André, Pino Daniele, ma anche i Supertramp, i Genesis, i King Crimson e Peter Hammill. È stata un'educazione non solo musicale, ma anche sentimentale e politica, perché tutto è politica. La canzone popolare è un fatto politico; la politica non è solo militanza o partito, ma la nostra vita, sia privata che pubblica. Quando ne prendi consapevolezza, cerchi la coerenza e rifiuti gli opportunismi che il mercato dello spettacolo ti offre. Per rimanere fedele a te stesso devi continuare a crescere e a cambiare.

Vinicio Capossela: Aggiungo una riflessione sull'eternità e la morte. Quando ho proposto il titolo – che cita una delle poesie più famose di Dylan Thomas -, i produttori tentennavano: "Inserire la parola ‘morte' in un titolo non funziona…". Invece credo sia fondamentale che in queste due ore di spettacolo si frequenti la nostra finitezza. È la base per qualsiasi rivoluzione: quando prendiamo piena consapevolezza del nostro limite e fraternizziamo con l'idea della fine, l'ego si rimpicciolisce ed emerge la vera fratellanza. Dopotutto, ogni potere si fonda sull'amministrazione della paura della morte; danzarci intorno con levità è un atto liberatorio.

Ascoltandovi, mi vengono in mente due brani della vostra produzione: da un lato "A sangue freddo" de Il Teatro degli Orrori, che chiude con il verso "È nell'indifferenza che un uomo, un uomo vero, muore davvero"; dall'altro Danza macabra di Vinicio, dove citi: "La morte vien da fuori e pure sta nella vita". C'è questo costante confronto tra gli opposti, questo trovare la morte nella vita così come la libertà all'interno delle gabbie che ci costruiamo. Che relazione ha lo spettacolo con questa tematica?

Vinicio Capossela: L'esempio della danza macabra è perfetto per descrivere un potere che amministra e gestisce la paura della morte. Storicamente, le danze macabre e i trionfi della morte medievali servivano a intimorire, riaffermando il controllo istituzionale sull'ultraterreno: "Ecco dove andate a finire, qui vi prendono i diavoli!". Non c'era nulla di liberatorio.

Allo stesso tempo, però, la danza macabra può assumere una valenza opposta e profondamente liberatoria: accettare la morte e danzarci insieme come parte integrante della vita. È una visione a cui mi sento molto affine e che ho ritrovato nella tradizione del rebetiko e dello zeibekiko greco. È una musica fortemente politica – anche quando parla apparentemente solo di prigione, amore o marginalità – perché esprime una modalità d'esistenza in cui la morte viene celebrata come una compagna.

Pierpaolo Capovilla: A me viene in mente anche un verso di "Due" che dice: "Non si vive ogni giorno ma non si può morire sempre", che esprime un conflitto che ci portiamo dentro, connaturato alla nostra stessa condizione umana. Oggi assistiamo a un fenomeno culturale notevole: una sorta di scossa all'interno della Chiesa cattolica, che grazie alla sua autorevolezza sta diventando uno dei più potenti anticorpi democratici nel Paese e nel mondo. Quando leggo la lettera aperta scritta dall'arcivescovo metropolita di Napoli, il cardinale Mimmo Battaglia, pubblicata su Avvenire, mi viene naturale trasformarla in un'orazione civile all'interno dello spettacolo.

Che cosa manca oggi alla politica per raccogliere questo appello alla pace e alla difesa della dignità umana?

Pierpaolo Capovilla: Ci fosse anche solo un politico in questo maledetto Paese con il coraggio delle idee di Don Mimmo Battaglia! La gente non vuole la guerra, vuole la pace. Personalmente non ho alcun interesse per la corsa a Marte o alla Luna; trovo intollerabile – e questo c'è nel nostro spettacolo – che a pilotare il naufragio dell'umanità sia una manciata di schifosi e ultramiliardari che finanziano il neofascismo nel mondo. Chi dà loro il diritto di accumulare ricchezze illimitate a scapito di tutti? Questa è una minaccia enorme per la democrazia, e abbiamo il dovere di combatterla con la musica, il teatro e la poesia. È il ruolo che abbiamo scelto e che intendiamo esercitare fino in fondo, perché la morte non deve aver dominio su di noi.

In che modo tutto questo entra concretamente all'interno dello spettacolo?

Vinicio Capossela: Ascoltando questa ballad opera, si ritrovano naturalmente i riferimenti a Sotto il bosco di latte di Dylan Thomas, ma attraverso di esso emergono chiarissimi anche i richiami all'attualità. Non potrebbe essere altrimenti: abbiamo il dovere di essere partecipi della tragedia che l'umanità sta attraversando oggi.

Pierpaolo Capovilla: Ci troviamo di fronte a un vero e proprio abisso morale, ed è nostro compito batterci per la gioia di vivere e per la giustezza delle nostre azioni. Non dobbiamo tirarci indietro dal punto di vista intellettuale: chi volta le spalle a un genocidio – come quello in corso in Palestina – è un codardo e si rende complice. A chi liquidando la questione dice che "ci sono altri cinquantotto conflitti nel mondo e la Palestina è solo una moda", rispondo che si tratta di una mistificazione brutale della realtà. Ciò che sta accadendo al popolo palestinese riguarda direttamente tutti noi: coinvolge le nostre grandi aziende, le istituzioni e le responsabilità politiche del nostro Paese. Se passa il principio che una simile ingiustizia sia tollerabile, cambierà radicalmente anche la nostra società. Ciò che oggi subiscono le nostre sorelle e i nostri fratelli palestinesi domani potrà accadere a noi.

Questo è anche uno spettacolo ricco di musica. Vinicio, ci racconti qualcosa di questi brani inediti che poi confluiranno nel tuo prossimo album?

Vinicio Capossela: La ballad opera si fonda sulla canzone, ma segue un percorso inverso: i brani nascono e vivono prima di tutto nella loro rappresentazione dal vivo, come creature animate sul palco. Non a caso il sottotitolo cita: "Ispirato alla vita di Renato Striglia e all'opera di Dylan Thomas". Quasi tutte le canzoni traggono origine dalle ossessioni dei personaggi di "Sotto il bosco di latte": c'è chi è ossessionato dalla pulizia, chi dalla contemplazione dell'amore senza conseguenze, chi dal tempo o chi dal dialogo con i propri spettri. È un'ampia mappa dell'umano in cui le singole canzoni danno voce a frammenti delle nostre vite.

Ed è un'opera in cui non siete soli.

Vinicio Capossela: Per niente, non si tratta di un lavoro solista: sul palco ci sono più voci, tra cui un controtenore, una cantante, diversi momenti corali e l'apporto dello stesso Pierpaolo. È un'opera profondamente corale. La forma-canzone non si chiude in un genere preciso, ma si apre come una feritoia attraverso cui passano le nostre ossessioni e le crepe dell'attualità e della storia contemporanea, sia sul piano sociale che su quello intimo e psicologico.

E queste canzoni faranno parte anche di un album.

Vinicio Capossela: Dal 22 gennaio, queste canzoni si trovano tutte insieme dove? Al bar. Quindi al Milk Wood Bar, si chiama così questo disco che le racchiude, no? Si esce un po' da questo bosco, oltre il bosco, per finire proprio in questo Milk Wood Bar, che è un po' il luogo dove ci si trova tutti. Il bar è un luogo di grande democrazia – e Pierpaolo lo sa -, un'istituzione purtroppo oggi un po' soppiantata dal lounge bar. Ma il bar di per sé è proprio l'istituto più democratico e paritario, perché al bar si è più o meno tutti uguali, no? Come davanti alla morte. Quindi questo luogo, che è un po' un confessionale pubblico e uno spazio di parità, è il Milk Wood Bar, ed è questo il disco che conterrà tutti i brani.

A questo punto, dopo una digressione su Napoli dove saranno in concerto mercoledì 21 ottobre, al Teatro Augusteo, Capossela chiama in causa Capovilla su Pino Daniele: "Devo segnalare – per quanti insospettabilmente non lo sappiano – che il vero Dio di Pierpaolo Capovilla è Pino Daniele. È così?"

Pierpaolo Capovilla: Pino Daniele è il mio autore preferito in assoluto nella storia della canzone italiana. Il caso vuole che lo ascolti spesso, e lo ascolterò anche oggi, perché ci sono sue canzoni – penso a brani un po' meno conosciuti come "Tira ‘a carretta" oppure a uno famosissimo come "Chi tene ‘o mare" – che mi cambiano la giornata, mi fanno sentire bene, in pace con me stesso e in comunione di intenti con il resto del mondo.

Perché è stato così importante?

Pierpaolo Capovilla: Perché raccontando Napoli ha raccontato il mondo, e lo ha fatto con una poesia straordinaria e con un affetto sincero per la povera gente, i disoccupati, la vita passata a lavorare. Cantando di una Napoli che è una carta sporca e a nessuno gliene importa, è riuscito a descrivere l'umanità come nessun altro nella storia della nostra canzone. D'altronde Pino Daniele, a differenza del grande De André, sapeva suonare la chitarra sul serio!

Un working class hero che con la chitarra…

Pierpaolo Capovilla: Assolutamente, bravissimo, un working class hero, sì.

Vinicio Capossela: In questo senso, Napoli è proprio la città in cui la morte non ha dominio. Innanzitutto perché i morti da sempre… ci sono tutte queste catacombe, ci si vive continuamente insieme. È una città che non conosce, nella cultura popolare, un confine netto tra vivi e morti: ti danno i numeri, è una cosa innata. E poi c'è la Sibilla Cumana, la città fondata da una sirena; le sirene sono da sempre il tramite tra questo mondo e l'altro. Inoltre, è una città che sa eternizzare i suoi miti: Pino Daniele vivrà per sempre.

Pierpaolo Capovilla: E rappresenterà per sempre quella parte di Napoli bella, sana e splendida. Perché quando ami Pino Daniele ne ami la poesia e l'intento, l'intento politico delle sue canzoni.

Tutte le tappe dello spettacolo:

  • 21 ottobre 2026 – Napoli, Teatro Augusteo
  • 24 ottobre 2026 – Catanzaro, Teatro Politeama Mario Foglietti
  • 1 e 2 novembre 2026 – Milano, Teatro Lirico Giorgio Gaber
  • 4 e 5 novembre 2026 – Genova, Politeama Genovese
  • 8 e 9 novembre 2026 – Cagliari, Teatro Massimo
  • 11 novembre 2026 – Sassari, Teatro Comunale
  • 18 novembre 2026 – Como, Teatro Sociale
  • 22 e 23 novembre 2026 – Torino, Teatro Colosseo
  • 2 dicembre 2026 – Bologna, Teatro Duse
  • 5 dicembre 2026 – Assisi, Teatro Lyrick
  • 6 dicembre 2026 – Rimini, Teatro Galli
  • 19 dicembre 2026 – Livorno, Teatro Goldoni
  • 21 dicembre 2026 – Firenze, Teatro Verdi
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views