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‘Calma’: come l’etimologia ci fa capire l’anima di una parola

L’abitudine vince su tutto, e ci fa pronunciare parole note senza più considerarle. Ma alcune di queste trascurate parole contengono delle cifre importanti della nostra identità: vediamo la calma, che ci porta in un giorno assolato d’estate con un’etimologia sorprendente.
A cura di Giorgio Moretti
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‘Calma' è una parola comune. Riferita a persone, animali, atmosfere, descrive uno stato di tranquillità serena, in cui la quiete del movimento rispecchia una quiete di pensiero e sentimento. Possiamo invitare alla calma i clienti che stanno iniziando ad agitarsi per una coda che non scorre, l'imprenditore riesce a mantenere la calma e a trovare lucidamente la soluzione migliore nel frangente di crisi che invita il panico, la risposta calma è uno scoglio su cui ogni provocazione si infrange.

Al sentimento di calma che riconosciamo nei nostri discorsi si arriva concettualmente dalla situazione di calma. E se ci viene chiesto di immaginare una situazione di calma sono mille le circostanze che ci possono scorrere avanti agli occhi (sono fra le situazioni che immaginiamo con maggior piacere): l'amaca ondeggiante fra tigli ombrosi e il libro sul petto, i piedi nel torrente con le chiome degli alberi che si stagliano frastagliate sul cielo, il bloody mary sulla spiaggia di Phuket, l'ufficio deserto in cui anche il nostro respiro e il nostro passo si fa lieve. Situazioni in cui poco si muove, tutto è muto, o al massimo udiamo amichevoli rumori di fondo.

Ma c'è una situazione di calma per eccellenza, la madre di tutte le situazioni di calma, che conosciamo benissimo e da cui la calma stessa, come parola, nasce. Dal latino tardo cauma, che è dal greco kauma ‘vampa, calore ardente': non c'è momento ineluttabilmente calmo come quello della calura ardente.
Pensiamo alle tre di pomeriggio del giorno di fine luglio, alla controra, quando dall'interno del bar osserviamo la piazza immota nel riverbero di pietra e asfalto; pensiamo alla vista di un paesaggio di campagna abbacinante, dove non c'è rumore oltre al frinire delle cicale, dove l'unica energia espressa è quella del cielo rovente; pensiamo alla barca sull'acqua, stretta fra sole cocente e mare, senza un filo di vento che muova la vela o increspi le onde.

Anzi, la ‘calma' emerge nella nostra lingua proprio col primo significato di bonaccia, assenza di vento, e perciò stato di quiete del mare o d'altro specchio d'acqua. La scienza meteorologica ci spiega la correlazione: nella calma il barometro segna alta, altissima pressione – niente vento, bel tempo. Se è estate il caldo impoerturbato riverbera da terra, dall'acqua, da ogni superfice in una radiazione fissa e impietosa, facendo fermare anche i pensieri come lucertole immobili.

Infatti è da qui, dal carattere di queste situazioni che da mediterranei ci sono note come l'odore di un piatto di famiglia, che emerge la calma interiore, uno stato di quiete in cui proprio perché nulla si muove tutto è sotto controllo, sereno come un cielo dipinto. Fuggendo dalla bufera si rincasa alla calma del camino scoppiettante, dopo la giornata di lavori pesanti in giaridno ci ritroviamo spossati ma in uno stato di calma totale, e calma, adesso inizia il film.

Sstupefacente che il nome di una virtù scaturisca da uno dei grandi fatti della natura delle nostre terre, così vivo e presente nell'immaginario nostro e dei nostri avi di cento generazioni fa.

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Nato nel 1989, fiorentino. Giurista e scrittore gioviale. Co-fondatore del sito “Una parola al giorno”, dal 2010 faccio divulgazione linguistica online. Con Edoardo Lombardi Vallauri ho pubblicato il libro “Parole di giornata” (Il Mulino, 2015).
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