Bambole di Pezza: “Mollate prima di Sanremo 2026 ed è nata una revenge song. In Italia siamo un errore di sistema”

Le Bambole di Pezza sono state un errore di sistema a Sanremo 2026. Lo dicono in un'intervista a Fanpage, presentrando il loro ultimo album "5". La band che ha portato sul palco del Festival "Resta con me" hanno raccolto un ottimo seguito, e sono state, spiegano, di ispirazione per molte persone, soprattutto donne: "Ci ha colpito molto vedere quante donne e ragazze giovani vengano a dirci quanto si sono sentite ispirate vedendo delle donne unite su quel palco". Essere una band con tutte musiciste può essere un esempio, perché la rappresentazione è importante, soprattutto in un mondo prevalentemente maschile: "Nel sottobosco ci sono tante band che fanno rock, purtroppo sono poco valorizzate e poco portate in un sistema mainstream". Motivo per cui auspicano una direzione artistica di una donna al Festival. La band ha poi parlato di "Glitter", una revenge song nata dopo che i fidanzati di Cleo e Dani le hanno lasciate "appena è uscita la notizia di Sanremo". Ecco l'intervista.
In "Effetto Collaterale" dite "Siamo la crepa che rompe tutto lo schema, un errore di sistema". È un ottimo modo per far capire chi sono le Bambole di Pezza a chi ancora non vi conosceva. Vi chiedo: quanto siete state un errore di sistema dell'ultimo Festival?
Siamo state un errore di sistema da molti punti di vista: eravamo l’unica band, l’unico progetto che faceva rock e la prima band femminile in 76 anni di storia del Festival. Siamo state un’eccezione a tutto. Abbiamo riportato quello che solitamente rappresentiamo all’interno del sistema musicale italiano. Anche se nel sottobosco ci sono tante band che fanno rock, purtroppo sono poco valorizzate e poco portate in un sistema mainstream.
L’album si chiude con "Non guardarmi come se fossi fragile, sono un vetro antiproiettile". Mi interessa capire cosa sentite di rappresentare all’interno del sistema musicale italiano.
In realtà quella canzone è dedicata alle vittime di femminicidio. È stata pensata per rappresentare il momento subito prima del fatto tragico, con la speranza che si possa riuscire a scappare. L’idea di essere un vetro che viene arricchito e diventa antiproiettile è una caratteristica fondamentale di noi donne e di noi Bambole di Pezza. È un concetto vissuto con le nostre fragilità: restando insieme e lavorando su se stesse si riesce a diventare antiproiettile, a resistere agli urti e alle porte in faccia che nella nostra vita personale e di band abbiamo affrontato.
Sanremo serve anche a dare un’enorme visibilità ai progetti. Quando avete sentito che questo messaggio è arrivato?
La cosa che abbiamo notato è stata l'eterogeneità dell'età delle persone. Magari della quantità non ce ne siamo ancora rese conto effettivamente, speriamo di scoprirlo presto ai nostri concerti nel tour che inizierà il 15 aprile. Però abbiamo notato questo nuovo grande amore da parte di un pubblico di ogni età. Ce ne stiamo rendendo conto ora durante i firmacopie: in tantissimi ci hanno scoperto tramite Sanremo ed è fantastico sentirsi dire quanto la nostra musica li stia aiutando in momenti difficili. Ci ha colpito molto vedere quante donne e ragazze giovani vengano a dirci quanto si sono sentite ispirate vedendo delle donne unite su quel palco. Noi abbiamo fatto tanta gavetta, ci abbiamo messo tempo ad arrivare fin lì, ma credendoci e restando unite ce l'abbiamo fatta. Quando le donne ci fermano per dirci che ammirano questa storia, è molto bello.
Arrivarci col rock sconvolge il pubblico che non era vostro? È come se il messaggio arrivasse in maniera diversa rispetto al solito pop.
Bisogna pensare alle ballad rock che hanno fatto la storia del genere: sono così universali che possono parlare a tutti. Come dicevamo, abbiamo visto una tale differenza di età nel pubblico che ci ha restituito amore da capire che il rock alla fine unisce tutti. In più il rock è energia e noi siamo molto energiche. Trasmettiamo determinati messaggi con il nostro temperamento e con le chitarre elettriche, cercando di non cadere dalle scale ma mantenendo una batteria importante e giri di basso stupendi. Ci sentiamo parte del rock come valore. Ci auguriamo che anche i giovani possano avvicinarsi a un rock nuovo, che stiamo sperimentando con sonorità moderne e contaminazioni urban, come le linee melodiche di Cleo che sono molto contemporanee. Non è un rock vecchio degli anni '70; ci auguriamo che in Italia sempre più giovani si avvicinino al rock come tendenza.
Quali sono state le difficoltà maggiori che avete avuto nel mercato discografico italiano?
Ne abbiamo avute tante. La più difficile è stata portare avanti il genere: radio e TV ci hanno sempre detto "troppe chitarre". Poi c'è stata la difficoltà di trovare persone che credessero in noi. Adesso abbiamo un bellissimo team, ma in passato abbiamo ricevuto un sacco di promesse da marinaio: "Faremo, questo, succederà quello", e poi non succedeva niente. Per molti anni le uniche a portare avanti la fede nel progetto eravamo noi: siamo partite attacchinando le locandine con la colla fuori dalle metropolitane e dalle università. Siamo cresciute promuovendoci da sole.
Coi social è cambiato qualcosa?
Ovviamente l’avvento dei social ci ha aiutato perché ci permette di arrivare numericamente a tante persone, anche se dietro c’è tanto lavoro per creare contenuti ogni giorno. Ma dietro le Bambole di Pezza ci sono le Bambole di Pezza: siamo impegnate al 100% per far arrivare il messaggio, non siamo un progetto creato a tavolino. C’è spontaneità, voglia di partecipazione e impegno.
Al Dopofestival è uscito il tema della direzione artistica donna per Sanremo. Cosa potrebbe cambiare?
È lo stesso motivo per cui siamo state una "mosca bianca" a Sanremo: la questione è la rappresentazione. C'è bisogno di parlarne, così come c'è bisogno di quote rosa per garantire parità in ambiti dove ci sono poche possibilità. Siamo state contente di essere su quel palco come strumentiste, perché è raro vedere una donna alla batteria, al basso o alla chitarra. Più musiciste vengono rappresentate, più ragazze saranno ispirate a comprare uno strumento. Molte ragazzine ci dicono: "Ho iniziato a suonare perché vi ho visto". Io guardavo su MTV i video delle L7, delle Hole, delle Bikini Kill, tutto il movimento Riot Grrrl. Una direttrice artistica ispirerebbe le donne ad avere ruoli dirigenziali anche in ambito musicale.
Come nascono le vostre canzoni?
A volte facciamo delle session creative con altri artisti dove siamo tutte insieme a discutere del pezzo. Altre volte io (Cleo, ndr) arrivo con un testo o una melodia e poi cominciamo a lavorarci, a svilupparla e a "bambolizzarla" insieme. Di base si parte quasi sempre dal testo e dalla melodia.
Qual è stata la canzone che ha chiuso questo album?
L'ultima è stata "Glitter". Rappresenta un momento particolare della mia vita (Cleo, ndr): sono stata mollata appena è uscita la notizia di Sanremo e mi giravano le scatole. Ho deciso di fare una "revenge song" in stile Bambole di Pezza. A Dani è successa una cosa analoga e abbiamo unito le nostre storie. L'abbiamo lavorata con il produttore Katoo ed è uscito un pezzo molto bello. Racconta di quando ti liberi da qualcosa di tossico che ti fa male. A volte il corpo ti avvisa prima della mente: io avevo una brutta acne e, dopo due settimane dalla fine della relazione, è sparito tutto. Dopo tre anni di cure inutili, senza quella persona la mia pelle è tornata a luccicare, come dico nel ritornello: "Adesso la mia pelle luccica, che cosa guardi? Sembri stupido".
Avete realizzato una cover con Cristina D’Avena. Le sigle dei cartoni animati sono state spesso foriere di un messaggio rock: è una passione che vi accomuna?
Dani: I cartoni animati fanno parte dell'infanzia di quasi tutti, tranne che di Cleo, che forse guardava robe un po' inquietanti. Abbiamo sempre avuto lo spirito di "bambolizzare" canzoni insospettabili, come i Bee Hive. L’occasione con Cristina D’Avena è arrivata per l’immaginario che lei rappresenta. È ancora sulla cresta dell'onda, fa sold out e ha un pubblico trasversale dai bambini agli over 70. Ci piaceva l'idea di farla vestire hard rock, di farla diventare un mito rock, seguendo la nostra idea di contaminazione: le Bambole di Pezza sono un patchwork di tessuti diversi cuciti insieme. Avere Cristina in questo "metaverso" con i Led Zeppelin a Sanremo ci esaltava. È stata una sesta bambola bellissima e il suo vestito era meraviglioso.
Se poteste portare tre artiste ad aprire i vostri concerti?
Visto che siamo a Napoli, direi una band underground locale, le Seventeen Fahrenheit. Poi Etta, che è un’altra artista alternative rock di queste zone con cui abbiamo già collaborato. E anche Giorgieness. Abbiamo sempre cercato di fare rete tra artiste; è una nostra missione. In passato abbiamo organizzato festival che avessero almeno una componente femminile nel progetto. Abbiamo un bel network di artiste donne e crediamo molto nel sostenerci a vicenda.
C’è qualcosa del live che state preparando che potete svelare?
A metà live faremo uno "switch": un momento in cui le Bambole di Pezza si scambiano gli strumenti. A giro una canta, l'altra suona le tastiere, poi una va alla batteria… io vado alla batteria, Fede viene a cantare, Kai alle tastiere. È un casino, ma un casino divertente. Ciao Fanpage dalle Bambole di Pezza!
L'intervista è stata editata per ragioni di chiarezza e lunghezza