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Aysegül Savaş, autrice de Gli antropologi: “Essere stranieri non è una tragedia, può essere una forma di libertà”

L’intervista a Aysegül Savaş, scrittrice de Gli Antropologi, romanzo sulla ricerca di identità tra relazioni e quotidianità, senza drammi ma con profondità emotiva. Una storia difficile da raccontare perché “siamo abituati al dramma e io non ne ho voluto inserire”.
A cura di Francesco Raiola
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Aysegül Savaş scrittrice de Gli antropologi
Aysegül Savaş scrittrice de Gli antropologi

Gli antropologi di Aysegül Savaş – pubblicato da Gramma Feltrinelli – è stato uno dei casi del 2025. La scrittrice turca, nata a Istanbul ma che ha vissuto in Inghilterra, in Danimarca, negli Stati Uniti e attualmente di stanza a Parigi, racconta la storia di Asya e Manu, due stranieri in una città mai nominata. La loro è una ricerca della propria identità e del proprio posto nel mondo, lontani dalla propria cultura d'origine. Asya è una documentarista e racconta la vita quotidiana della città, mentre Manu è impegnato in un ente non profit. Non è un libro di colpi di scena e turning point, quanto piuttosto di quotidianità, dove l'evento straordinario è nelle vite di tutti i giorni. Cos'è che ci definisce veramente? Dov'è veramente casa? Non è solo nei luoghi materiali, ma nelle relazioni, per esempio, che creiamo, sia quelle nuove, di amicizia, sia quelle familiari che manteniamo con videochiamate e pochi incontri dal vivo: "La sua ansia (di Asya, ndr) di ancorarsi non può essere soddisfatta da cose materiali" dice Savaş. "Una delle sfide più grandi è stata proprio non inserire un grande dramma" ci ha detto la scrittrice, che abbiamo raggiunto al telefono, e ha aggiunto: "Volevo guardare la questione da questo punto di vista: essere stranieri non è necessariamente una cosa negativa". Savaş è protagonista a Libri Come – che si tiene all'Auditorium Parco della Musica di Roma – questa sera alle 16, intervistata da Simonetta Sciandivasci.

La vita quotidiana è davvero una storia difficile da raccontare, come dice Asya, la protagonista del libro?

Da un lato è una storia molto semplice perché è ciò che viviamo ogni giorno, ciò a cui siamo abituati; ma proprio perché ci siamo così abituati, forse è difficile vederla per quella che è. Può essere difficile coglierne gli elementi interessanti. Inoltre, penso sia difficile da raccontare perché, nei film come nei libri, siamo abituati al dramma. C’è l’aspettativa che debba accadere qualcosa di straordinario e non solo la trama quotidiana della vita.

Eppure, forse le cose straordinarie sono proprio quelle comuni.

È vero. Ho scritto questo libro durante la pandemia, quindi la vita quotidiana – anche solo andare al bar o al parco – mi sembrava straordinaria. Mi appariva molto esotica, e penso sia per questo che sono riuscita a scriverne. Ma poi, proseguendo, una delle sfide più grandi è stata proprio non inserire un grande dramma. Ad esempio, evitare un grosso litigio tra Asya e Manu o una tragedia familiare. Sapevo che, se lo avessi fatto, quello sarebbe diventato il centro del libro e l'opera non avrebbe più riguardato la vita di tutti i giorni.

Ho letto che tra le tue ispirazioni ci sono Nadja a Parigi di Eric Rohmer o Agnès Varda (penso a Daguerréotypes). Parigi è sempre al centro, anche se non la nomini esplicitamente o non collochi i protagonisti in una città specifica. Questi documentari sono stati un'ispirazione?

Sì, Nadja a Parigi è stata un’ispirazione perché, prima di tutto, parla di un parco, il Parc des Buttes-Chaumont. È stata un'ispirazione perché è un tipo di cinema che onora davvero la vita quotidiana e i suoi ritmi. Il film è ambientato a Parigi, ma penso che queste sfumature si possano trovare in ogni città. Mi sono ispirata a quel cinema francese specifico, ma volevo rendere il mio racconto un po' più astratto, forse più universale.

In un'intervista hai dichiarato di voler scrivere un "libro felice". Puoi descrivere cosa sia per te un libro felice?

Direi che è un libro felice con molta malinconia. Mi ero prefissata di scrivere di una coppia che si ama davvero. Per me questo è un libro felice: il fatto che noi sappiamo fin dall’inizio, e loro sanno fin dall’inizio, che resteranno insieme. Allo stesso tempo, però, avevo le mie preoccupazioni, perché sentivo che forse la felicità non è un tema considerato "appropriato" o abbastanza serio per la letteratura. Mi chiedevo se mi sarebbe stato permesso farlo.

Aysegul Savas
Aysegul Savas

Leggendo il tuo libro, ho ripensato a una conversazione di qualche mese fa con David Szalay sul tema del disorientamento: il sentirsi a casa in un luogo diverso da quello in cui si è nati, o il non sentirsi mai davvero a casa. Il tuo libro parla anche di questo disorientamento, ma come dici tu, è un libro felice; non è qualcosa di dirompente che crea il caos nelle loro vite. Qual è l'aspetto principale del disorientamento di cui volevi scrivere? 

Una delle cose a cui volevo resistere era la creazione della classica "narrazione dell'immigrato", dove l'immigrato è sempre ai margini e si sente sempre estraneo alla società. Volevo raccontare la stessa storia da un'angolazione diversa. La mia storia personale è quella di chi non si è mai sentito del tutto a casa in nessun posto. È un mix di fattori: vivere in paesi diversi, cambiare culture, ma anche classi sociali e lingue. Siamo abituati all'idea che questa sia una storia triste, un fallimento o la mancanza di qualcosa. Invece può essere una storia molto felice. Può essere una storia di libertà, di avere molte scelte, di creare la propria cultura o la propria famiglia. Volevo guardare la questione da questo punto di vista: essere stranieri non è necessariamente una cosa negativa.

Per i protagonisti, la crescita – il superamento della linea d'ombra – è rappresentata dalla ricerca di una casa, che è un passaggio materiale ma anche un sentimento, no?

Sicuramente. Da un lato la casa è molto simbolica: è il luogo a cui apparteniamo. All'inizio del libro, la loro ricerca sembra quasi metafisica, come se la casa dovesse fornire loro un'identità e un'ancora. Allo stesso tempo, alla fine, quando finalmente ne trovano una e ci entrano, sembra quasi un evento casuale. Dicono: "Beh, in realtà è un po' brutta, non è la casa dei nostri sogni e non dovevamo necessariamente lasciare quella precedente". Penso che il libro riguardi anche la consapevolezza di Asia: la sua ansia di ancorarsi non può essere soddisfatta da cose materiali. Deve trovare il suo baricentro nella sua piccola famiglia – lei e Manu – e forse nel suo lavoro.

Le relazioni, appunto, perché è una storia di relazioni, penso al rapporto con i genitori e della nonna che vivono in un altro paese: un mondo di amore, ma anche di non detti e piccoli malintesi.

Mi interessava anche esaminare in modo minuzioso i tipi di relazioni quotidiane che abbiamo oggi, ad esempio su WhatsApp o nelle videochiamate. Quei piccoli sentimenti di colpa, tenerezza e tristezza che proviamo per la nostra famiglia ogni giorno: è questo che costituisce la nostra vita. È così che ci si sente a essere figli, ad avere genitori che invecchiano, non importa dove ti trovi. Volevo analizzare quei piccoli rituali: chiamare i genitori, dispiacersi per loro e sentire di non stare facendo mai abbastanza. È qualcosa che proviamo tutti.

C'è qualcosa che senti di non capire del luogo in cui vivi, qualcosa che stai ancora cercando di scoprire?

Quando mi sono trasferita a Parigi, per i primi anni pensavo che avrei scoperto esattamente il "modo giusto" di stare in città, i codici corretti. Poi, dopo diversi anni, ho capito che non sarei mai stata una nativa. Questa consapevolezza mi ha permesso di rilassarmi, di continuare a vivere la mia vita e accettare che questa città ha molti segreti che probabilmente non scoprirò mai. Proprio come la mia città natale ha segreti che io conosco intuitivamente e a cui un'altra persona potrebbe non avere accesso.

Penso a Nadja, che nel documentario di Rohmer era scioccata dall'importanza che i francesi danno al cibo. Secondo te, qual è l'aspetto dell'antropologia più utile nella tua vita quotidiana?

Penso sia la capacità di vedere che le cose che facciamo non sono casuali. Anche la giornata più noiosa è densa di simbolismo, rituali, piccole superstizioni e speranze che cerchiamo di materializzare. L'antropologia ci permette di guardare a quella giornata piatta e vedere che è piena di significati simbolici; cerchiamo sempre di "incantare" il mondo. Ogni passo che facciamo, persino la scelta della tazza per il caffè, fa parte di strutture specifiche della nostra vita.

Scrivere Gli antropologi ha cambiato qualcosa nel tuo modo di scrivere? Ha avuto un impatto su ciò che scriverai in futuro?

È una domanda molto interessante. Per questo libro in particolare, ho dovuto trovare il linguaggio giusto: non poteva essere troppo serio, ma nemmeno troppo scherzoso. Volevo scrivere in modo semplice ma accorato. Per farlo, ho continuato a scomporre le cose, a semplificarle per arrivare all'essenza. Il risultato è un libro fatto di capitoli brevissimi, dove ho cercato di dire le cose con la massima precisione e semplicità possibile. È uno stile che il libro ha sviluppato da sé. Nel mio prossimo progetto, iniziato un anno dopo, c'è invece una narrazione lineare, ambientata in Messico. Credo che con questo nuovo lavoro io stia resistendo a tutto ciò che ho fatto nel precedente, andando nella direzione opposta. Se in questo libro la narrazione è un po' esterna e racconta ciò che accade in superficie, nel prossimo ho finito per scrivere un libro molto psicologico e interiore.

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