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L'uomo che cade. L'immagine e poi, con il romanzo di Don DeLillo, è entrata prepotentemente nel nostro immaginario da quel giorno. 11 settembre 2001, l'ora degli attentati al World Trade Center di New York, con gli aerei che vanno a schiantarsi nelle Torri Gemelle. A distanza di 18 anni, non tutti sanno che delle 2606 vittime di quel giorno, all'incirca duecento cercarono di scappare saltando dalle finestre. Trovando una morte orribile, naturalmente. Sulla stampa vennero definiti, creando numerose polemiche, i  “jumpers”. Diversi fotografi riuscirono a bloccare con uno scatto la caduta – a volte scomposta, altre volte plastica e quasi fiera – di alcuni di loro. Aprendo una questione enorme sulla deontologia professionale, sulla necessità o meno di scrutare l'abisso.

I 200 "jumpers": non suicidi ma costretti

Duecento persone che hanno scelto il vuoto e di cui non sapremo mai i pensieri in quegli ultimi momenti, negli attimi precedenti alla decisione di saltare. Cosa hanno visto? Cosa hanno percepito di così irrimediabile da preferire quella morte orribile a un'altra ancora più orribile? Uno dei grandi scrittori americani, Don Delillo, in “L’uomo che cade” (2006), scelse di raccontare la tragedia dell’11 settembre da due punti di vista opposti: il ritorno a casa di un sopravvissuto e la preparazione all’attentato di uno dei terroristi, la storia di Keith Neudecker e Hammad. Ma in quel titolo scelse di riferirsi proprio a una delle immagini (in particolare quella fotografata da Richard Drew, in cui quell'uomo tuttora senza un nome e cognome, forse preso dal panico, decide di lanciarsi dalla Torre.  I “jumpers”, i saltatori, non erano dei suicidi, ma persone che hanno scelto qualcosa perché costretti da ciò che avevano attorno. Forse qualcuno ha pensato persino di poter sopravvivere, chissà, non lo sapremo mai.