Dice Luigi Di Maio che non credeva che «lavorare così tanto fosse una colpa» come se qualcuno avesse messo in discussione la sua mole di lavoro e il suo impegno e non il catastrofico risultato del suo partito. Ha imparato bene, il giovane Di Maio, a usare i democristianissimi metodi per indicare il dito mentre gli altri parlano della luna e così, con la solita solfa dell'uno vale uno, ora decide di rimettersi al voto del contestatissimo sistema Rousseau, scavalcando ancora una volta l'intero gruppo parlamentare e le critiche (benevole e disinteressate) che gli arrivano addirittura dal "fronte amico" con Paragone che ha giustamente detto «dobbiamo tornare dall'io, al noi, soprattutto se l'io è diventato maiuscolo» e ha fatto notare che «ricoprire ben quattro incarichi non rispetta la natura originaria del Movimento». Perché il tema è tutto qui: se Beppe Grillo non avesse fatto il famoso passo di lato (che ha più la forma di una sparizione) forse sarebbe stato l'unico ad avere in un certo modo il diritto di ritenersi padre fondatore della sua creatura ma dal momento che il Movimento 5 Stelle ha deciso di fare a meno di lui appare evidente che né Di Maio (investito senza nessun processo democratico) né Davide Casaleggio (investito invece addirittura per discendenza diretta come nei reami più lontani) possano arrogarsi nessun diritto di primogenitura. O meglio: lo hanno fatto per mesi ma la cosa non sta evidentemente più in piedi, ancora di più dopo la batosta elettorale.

La questione dei Parlamentari che sono semplici portavoce dei cittadini (e invece i cittadini nono sono mai stati chiamati in causa in alcune importanti decisioni dopo l'alleanza di governo ma si è preferito agire di fioretto attraverso le agenzie di stampa in piena libertà) e che lamentano di non essere coinvolti nel processo legislativo indica che il Movimento 5 Stelle ha urgenza di strutturarsi il prima possibile per evitare la diffusione del malcontento che sta prendendo forma sotto la cenere. La stessa richiesta di porre la fiducia a Di Maio con Rosseau senza un'ampia (e trasparente, magari in streaming, perché no?) analisi dei risultati appare più una mossa per mettersi al riparo piuttosto che una reale presa di coscienza. Il problema, del resto, non è tanto ciò che ha fatto Di Maio e il suo comportamento tenuto con l'alleato Salvini ma l'evidente mancanza di un'identità che invece Salvini ha ben precisa, nettissima. Se all'opposizione il Movimento si è fatto notare per la pervicacia con cui ha dimostrato di saper stare dall'altra parte ora che sono al governo faticano a comunicare, appaiono schiacciati (e dragati nei voti) dal furbissimo alleato e non riescono a dettare un'agenda politica che non insegua i deliri del capitano.

Per questo, a pensarci bene, agli elettori del Movimento più che chiedere la testa di questo o di quello forse sarebbe il caso di chiedere cosa ritengono che abbia sbagliato il partito, cosa pensano che si sia di sbagliato nel partito e soprattutto decidersi forse di farsi partito, lasciare perdere gli slogan e occuparsi della democrazia. Quella dentro e quella fuori. E l'aver lavorato a testa bassa non basta, no, come giustificazione.