Successe 104 anni fa, alle 7 e 52 del mattino e fece 30519 morti. Il terremoto di Avezzano è una ferita che non si rimargina, nonostante tutti questo tempo, ed è un memorandum di quello che potrebbe essere l'Aquila fra cent'anni o uno dei luoghi qualsiasi che è stato sfigurato dai sismi più recenti.

Raccontano le testimonianze dell'epoca che sulla mattina facesse freddo e che dai rilievi della Marsica sembrò arrivare qualcosa di simile a un ruggito, lungo, lunghissimo, venti, forse trenta, interminabili secondi che risuonarono come una cannonata. Lo raccontò, doloroso e dolce, anche Ignazio Silone che nel suo paese, Pescina, perse i genitori e si ritrovò a contare tremilacinquecento vittime:

"S’è fatto d’improvviso una fitta nebbia. I soffitti si aprivano lasciando cadere il gesso. In mezzo alla nebbia si vedeva ragazzi che, senza dire una parola, si dirigevano verso le finestre. Tutto questo è durato venti secondi, al massimo trenta. Quando la nebbia di gesso si è dissipata, c’era davanti a noi un mondo nuovo. Palazzi che non esistevano più, strade scomparse, la città appiattita… E figure simili a spettri fra le rovine… Un vecchio avaro, l’usuraio del villaggio, era seduto su una pietra, avvolto in un lenzuolo come in un sudario. Il terremoto l’aveva sorpreso a letto, come tanti altri. Batteva i denti per il freddo. Chiedeva da mangiare. Nessuno lo aiutava. Gli dicevano: ‘Mangia le tue cambiali’. E’ morto così… abbiamo assistito a scene che sconvolgevano ogni elemento della condizione umana. Famiglie numerose il cui unico sopravvissuto era il figlio idiota… Il ricco che non aveva nemmeno una camiciola di lana per difendersi dal freddo… Dopo cinque giorni ho trovato mia madre. Era distesa presso il camino, senza ferite evidenti. Era morta. Io sono molto sensibile. Tuttavia non ho versato una lacrima. Qualcuno ha creduto che non avessi cuore. Ma quando il dolore supera ogni limite, le lacrime sono stupide… Mio fratello è stato trovato in un secondo tempo. A forza di urlare aveva la bocca piena di polvere”.

Oggi, da quelle parti, è ancora un un cimitero di rovine: Celano, Aielli, Trasacco, Alba Fucens, San Benedetto, Gioia dei Marsi, Sperone e Frattura stanno tra le torri sbirciate e i mezzi muri mangiate dalle piante rampicanti. Eppure quel terremoto è anche un ulteriore segno distintivo della forza degli abitanti che, spinti da Giolitti a non abbandonare la propria terra, reagirono con grande compattezza e solidarietà sociale. Mentre Avezzano è stata ricostruita lì dov'era (e furono in molti, poco tempo dopo, a partire per la guerra) a l'Aquila il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi spinse i cittadini a spostarsi rifarsi una vita altrove. 

Le lezioni della storia, da noi, si dimenticano in fretta: fu sempre Silone a raccontare come gli aiuti finirono nelle mani dei soliti raccomandati mentre ai poveri rimasero solo le briciole. La rabbia del popolo di fronte alla velocità con cui si cercarono più le casseforti rispetto ai vivi sotto le macerie racconta di un terremoto che nonostante colpisca tutti allo stesso modo, i ricchi come i poveri, preannuncia una ricostruzione che ripristina sempre le stesse disuguaglianze e coltiva le solite omertà. Fu l'ingiustizia, più del gelo, a sfibrare i sopravvissuti. Eppure l'Abruzzo si è rialzato, come già fece nel 1349 e nel 1704 (due episodi che le cronache riportano come "epocali"): furono i contadini di Monrea, minuscolo paese di 500 anime, che dopo l'8 settembre del 1943 sfamarono più di cinquemila tra inglesi, americani e neozelandesi che scappavano dai nazifascisti. Subirono per questo la pesante ritorsione dei tedeschi ma il bisogno da sempre apre gli occhi sui bisognosi. Per questo dopo 104 anni quella lezione rimane ancora preziosa.