Le testimonianze di ciò che è stato perpetrato nei campi di concentramento nazifascisti, lo sappiamo, sono un monito essenziale da interiorizzare e conservare. Quella pagina di Storia ci racconta di un sistema industriale criminale volto non solo a sterminare milioni di persone in base al loro credo, alla loro etnia, al loro orientamento sessuale o politico, ma anche a stritolarne la dignità umana. Forse mai uno scacco alla dignità è stato così organizzato, così lucido, e insieme vasto. Fin qui la morale è quasi facile. Non pacifica, purtroppo, ma facile.

Ora, a anche se a tanti non pare un concetto problematico, tutta la difficoltà sta in quella parolina: ‘dignità'. Non si stupisce nessuno dicendo che viene dal latino dignitas, a sua volta derivato di dignus ‘degno, meritevole'. Ma se leggiamo le pagine di Gallileo o di Vico ci possiamo accorgere che è stata recuperata anche con un significato che non ci si aspetta: quello di ‘assioma', cioè un'asserzione considerata vera senza bisogno di dimostrazioni, per evidenza o perché presa come fondamento del sistema di riferimento, come sono i postulati in matematica o i principi filosofici. A ben vedere questo uso di ‘dignità' è proprio un ricalco dal greco aksíōma, che come accade in italiano riuniva in sé i significati di ‘dignità' e di ‘assioma': una sfumatura particolarmente ricca del più ampio concetto di validità.

La dignità quindi è un valore primo, intrinseco, che scaturisce dal venire a essere. Uno status ontologico, che riguarda una fibra sottile e che non dipende da alcuna scelta, azione, da nessun'altra qualità. La dignità è l'intima, indimostrabile nobiltà dell'uomo (e non solo), pilastro postulato a priori su cui si fonda l'intera costruzione del formidabile castello dei diritti civili, della vita civile, della cultura civile. Della civiltà. Giusto la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, pronunciata pochi anni dopo la chiusura dei campi di concentramento, inizia dicendo: Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo […].

Cerchiamo di intendere quali sono le implicazioni della portata di questa nostra ‘dignità', perché sono assurde e necessarie. Tutti gli sforzi più malvagi, i più terrificanti esercizi di degradazione e umiliazione non sono in grado nemmeno di far tremare la dignità una persona. Può non essere riconosciuta, ma non può essere scalfita. Così come non può essere migliorata: la dignità non si alza per meriti, è uguale per tutti, a priori.
Esatto: Hitler e Schindler hanno la medesima dignità, perché la dignità vive come assioma. Assurdo ma fondamentale. Un'eccezione avrebbe l'effetto di una crepa nella diga.

Davanti a una persona come quella che andando alla patetica commemorazione di Predappio indossa una maglietta che irride una delle esperienze più dolorose della nostra Storia, non fa male tenere alta questa concezione della dignità. A lei che non è stata in grado di riconoscerla va riconosciuta: i sarcasmi sull'aspetto, sui fallimenti, che rimbalzano di social in giornale, svaporano se ascoltiamo l'orgoglio spaventato delle sue parole quando cerca di difendersi, di giustificarsi. Possiamo vederla, la sua dignità: anche lei, Selena, nata ad essere una meraviglia di persona con diecimila possibilità davanti e ridotta dove è, a bruttare il suo valore con strati lordi di odio. Chi apre la pagina di Auschwitz con occhi ciechi sia ripagato con la moneta della Liberazione: il riconoscimento della dignità. Perché l'assioma della dignità è il mausoleo in cui abbiamo sepolto vivo il nazismo.