Sono quasi due settimane non leggo giornali, non guardo numeri e curve, non cerco informazioni. Oggi, che finalmente il fascicolo sanitario elettronico di mia madre ha un referto, e sopra c’è scritto “Ricerca genoma 2019-CoV” e vi si legge “non rilevato”, mi sento finalmente di leggere e trovo necessario pure scrivere, anche se l’aneddotica non è statistica e un fatto non fa notizia.

Vivo in Lombardia, in provincia di Milano, prima zona rossa poi zona arancione su insistenza delle autorità locali e con la firma del ministro. Dove vivo ci sono cinque positivi ogni cento abitanti: una percentuale ben più inquietante di quella, già alta, calcolata sui tamponi. Eppure l’atmosfera sembra molto diversa da quella di marzo e aprile: al tempo le ambulanze sfrecciavano, dalla finestra osservavo il quartiere deserto, solo qualche solitario passante con il cane al guinzaglio, il supermercato dietro casa con la coda ordinata di carrelli in attesa. Ora invece le sirene sembrano di meno, le scuole sono aperte, il via vai è simile a quello di un giorno qualunque, salvo per le mascherine, a volte sporche, a volte al collo, a volte a coprire soltanto la bocca.

Quando due settimane fa mia madre è tornata a casa con dolori muscolari, freddo e mal di testa, il pensiero è andato alla pandemia, ma la razionalità ha messo in fila i fatti: certo, esce ogni giorno per andare al lavoro, ma non è a contatto con il pubblico, neanche durante il tragitto, e igienizza le mani, e indossa sempre la mascherina. Poi però metto in fila anche altri sintomi: febbre, affanno, saturazione bassa. Chiamo il medico di base che apre la procedura con ATS, registra i sintomi, prenota il tampone: una settimana di attesa. Credo nella sanità pubblica, ma provo a vedere se nei laboratori privati della zona i tempi di attesa sono minori. Mi rivolgo a tre centri: il primo fa tamponi a domicilio, ma mi spiegano di non poter più effettuare tamponi molecolari, ma solo test rapidi; il secondo ha il primo appuntamento libero sei giorni dopo, al prezzo di 102 euro; il terzo è irraggiungibile.

Oggi ho la fortuna di poter leggere “non rilevato” sul referto di quel tampone: il virus non è entrato nel corpo di mia madre o, se l’ha fatto, se n’è andato prestissimo, il tempo di uno spavento, di una febbre debilitante e insistente, annegato in un numero spropositato di tisane. Ma, se il virus ci fosse stato, sarebbe passata una settimana senza terapie specifiche, senza trattamento precoce, con un quadro clinico peggiore e più difficile da curare.

Dopo una settimana di attesa, impegnata a monitorare invece che a leggere di cenoni, sci e riaperture, mi chiedo se i colori di questa nuova geografia pandemica rispecchino la sofferenza del sistema di test e tracciamento e se registrino la sua disfunzionalità organizzativa, che non può essere risolta solo con la cortese efficienza degli operatori. Una settimana di attesa con sintomi significa un periodo di tempo durante il quale non può essere trovata una terapia, che la diagnosi sia covid o che non lo sia: è un problema sul piano personale e su quello collettivo, perché un malato non curato tempestivamente soffrirà di più, risponderà peggio alle terapie, e, da un punto di vista meramente economico e organizzativo, richiederà l’attenzione di un sistema sanitario già appesantito dalla pandemia. Una settimana di attesa per un tampone significa anche imporre ai componenti della famiglia, e ad altri eventuali contatti, un isolamento tanto necessario quanto non imposto, né assistito da tutele, affidato al buon senso, allo spirito di sacrificio e alla libertà di ognuno: non tutti possono permettersi di lavorare da casa, non tutti vengono giustificati se, nell’interesse della collettività, restano isolati. Infine, sul piano delle decisioni politiche, una settimana di attesa per un tampone significa registrare oggi i positivi di una settimana fa, significa isolare i loro contatti in ritardo di una settimana, significa cambiare colori alle regioni, e regole per i cittadini, valutando una realtà ormai passata, con cifre ufficiali che non tengono conto di persone contagiate che possono contagiare.