Uva e carote aumentano del 400%, protestano anche gli agricoltori: “I prezzi crescono ma noi veniamo pagati una miseria”
Un chilo di carote pagato 28 centesimi nei campi viene rivenduto in media a 1,46 euro al supermercato; l'uva da tavola passa da 58 centesimi a circa tre euro al chilo, con ricarichi che superano il 400%. Le zucchine, pagate ai contadini 1,05 euro al chilo, vengono rivendute a 2,82 euro (+168%) e la lattuga romana passa da 1,68 a 3,48 euro (+107%). Sono i dati che la Cia-Agricoltori Italiani sta portando da una settimana a questa parte nelle proteste davanti al Parlamento con la mobilitazione nazionale "I conti non tornano". Mentre nel sud Italia montano le contestazioni e i trattori sono arrivati a bloccare le strade, la Cia ha scelto di optare per un presidio a Montecitorio: una via istituzionale per non danneggiare con lo stop dei tir le merci deperibili degli stessi produttori e chiamare la politica e la Grande Distribuzione Organizzata alle proprie responsabilità.
Il principale bersaglio della mobilitazione romana sono le distorsioni commerciali e il peso contrattuale della GDO. Nel meccanismo attuale, la grande distribuzione tutela le proprie rese facendo pagare il prezzo più alto all'anello più debole della catena, l'agricoltore, costretto a subire prezzi di vendita in picchiata a fronte di spese vive raddoppiate, a partire dal gasolio agricolo. Il risultato è che chi fa la spesa pensa che il caro-vita arricchisca chi coltiva la terra, ignorando che nei campi i listini crollano fino al 50%. Fanpage.it ne ha parlato con il presidente della Cia, Cristiano Fini.
Presidente Fini, partiamo dalle proteste al Sud. Molti agricoltori stanno bloccando strade e caselli contro il caro gasolio. La Cia sostiene queste mobilitazioni?
Condividiamo in pieno i problemi alla base della protesta, perché le difficoltà di chi attua i blocchi sono le medesime dei nostri agricoltori. Tuttavia, bloccare l’entrata e l’uscita delle merci deperibili crea un danno enorme anzitutto proprio ai produttori: sui camion fermi ci sono i prodotti del nostro lavoro. Per questo la Cia ha scelto di manifestare a Montecitorio: vogliamo sensibilizzare le istituzioni e chiamare al confronto la Grande Distribuzione e l'industria di trasformazione per trovare soluzioni. Riteniamo più opportune mobilitazioni che evitino disagi a chi lavora la terra. Auspichiamo che la situazione rientri con risposte certe: l’agricoltura è l’unico comparto che vede calare i prezzi dei propri prodotti, mentre gli altri settori, davanti ai rincari energetici, hanno alzato i listini. È una situazione insostenibile che capirebbe anche un bambino.
C’è la percezione che le proteste tradizionali siano inascoltate e che serva alzare lo scontro.
Ma non dovrebbe funzionare così. Manifestazioni e proteste dovrebbero servire a sensibilizzare e a ottenere risposte, cosa che per ora non avviene. Altri hanno scelto strade differenti, manifestando senza bandiere; noi andremo avanti con la nostra mobilitazione lungo la via che reputiamo più seria e opportuna.

I dati che avete portato a Montecitorio mostrano rincari impressionanti dal produttore al carrello della spesa: le carote passano da 0,28 a 1,46 euro al chilo (+421%), l’uva da tavola da 0,58 a 2,99 euro (+416%), le melanzane registrano un +344%. Chi trattiene questi margini se sia chi raccoglie la terra sia chi fa la spesa ci sta rimettendo?
Vengono trattenuti da tutti gli attori della filiera, tranne consumatori e produttori agricoli. Sebbene industria e grande distribuzione organizzata (GDO) debbano far quadrare i bilanci, non è accettabile che gli unici a non poter fare bilancio siano gli agricoltori. La GDO pensa a sé e l’industria scarica sull’agricoltura, che non può rivalersi su nessuno e subisce costi alle stelle e prezzi in picchiata. È un'anomalia mai vista prima: l’olio extravergine è al -50% rispetto a un anno fa, il latte al -24%, l'ortofrutta perde tra il 15% e il 30%, fino al tracollo di riso e cereali. L’agricoltura è vitale per produrre cibo, tutelare l'ambiente e presidiare le aree rurali. Non può essere abbandonata: pretendiamo accordi di filiera equi, che garantiscano soddisfazione economica anche a noi.
Spesso però l'opinione pubblica associa i rincari al supermercato a chi coltiva i campi.
È un errore diffuso: quando salgono i prezzi allo scaffale, la gente dà la colpa agli agricoltori. In pochi sanno che la realtà è opposta e che a chi produce viene pagato molto meno il prezzo del proprio prodotto.
L'agricoltura sembra l'unico settore che non attira i giovani. Come si inverte la rotta?
Un giovane sceglie l'agricoltura solo se intravede una prospettiva di reddito; se manca il guadagno, cerca legittimamente altre strade. Ma questo è un allarme per tutti: senza giovani non c'è futuro economico per il comparto e si abbandonano i territori. La mancata coltivazione genera dissesto idrogeologico e spopolamento delle aree interne e più fragili del Paese. È un problema che tocca il futuro della società.
Sul fronte energetico, l'impennata del gasolio agricolo si è arrestata?
No, il gasolio agricolo si mantiene tra 1,50 e 1,60 euro al litro, esattamente il doppio rispetto a un anno fa. Alcune Regioni sono intervenute, ma molte no. Serve un intervento nazionale: chiediamo il credito d'imposta del 20% sul gasolio per uniformare il sistema Paese. Misure regionali a macchia di leopardo sono poco lungimiranti di fronte a una crisi prolungata. Il credito d'imposta è una misura temporanea necessaria nell'immediato, ma serve una politica energetica strutturale vicina a imprese e cittadini.
Dal Governo avete ricevuto rassicurazioni in tal senso?
Ad oggi nessuna rassicurazione. Continueremo a lavorare e a manifestare affinché questo avvenga, perché è un sostegno indispensabile per la sopravvivenza delle aziende.
Si parla di congelare la Pac post-2027 a meno di 300 miliardi. Può spiegare cos'è e cosa rischia l'Europa?
La Pac è la Politica Agricola Comune, la più antica varata a livello europeo, ed è nata proprio per garantire la sicurezza alimentare al continente, dare stabilità ai mercati evitando oscillazioni dei prezzi e compensare gli agricoltori per i compensi che venivano, e vengono tuttora, corrisposti troppo bassi. Per queste ragioni deve continuare a esistere più forte di prima, ed è evidente che non possiamo accettare la proposta della Commissione di luglio dello scorso anno, ribadita dall'ultima negoziazione della presidenza irlandese, che da un lato taglia il 20% delle risorse e dall'altro la butta dentro a un fondo unico insieme a tante altre politiche, togliendole quella specificità che l'ha sempre caratterizzata. Noi continueremo a combattere a livello europeo perché le promesse di Ursula von der Leyen, rimaste purtroppo solo a parole e mai scritte, vengano davvero messe nero su bianco, anche perché oggi c'è la grave responsabilità dei Paesi cosiddetti frugali che hanno preteso di rivedere il bilancio comunitario 2028-2035 per destinare più risorse a difesa, armamenti e intelligenza artificiale, tagliando su comparti tradizionali come l'agricoltura e i fondi di coesione. Andremo avanti con la nostra battaglia finché agli agricoltori non torneranno le risorse di prima, e con tanto di adeguamento all'inflazione.
Questo fondo unico prefigura una rinazionalizzazione degli aiuti?
È evidente che inserire tutto dentro a un fondo unico vada proprio verso la rinazionalizzazione, ed è esattamente per questo che la contestiamo e la combattiamo. Non possiamo certo parlare di Europa unita se poi non siamo conseguenti e diamo ai singoli Stati la libertà di scegliere e decidere dove e come allocare le risorse, perché la Pac nasce proprio come politica di indirizzo per guidare il settore a livello europeo. Se lasciamo che ogni governo faccia per conto proprio si innesca inevitabilmente una competizione interna e una concorrenza sleale tra gli agricoltori degli stessi Paesi membri, cosa che non possiamo assolutamente accettare. La competizione l'Unione Europea deve farla e averla verso l'esterno, confrontandosi con gli altri continenti e con le altre realtà globali, non certo al proprio interno.