Dopo oltre 220 udienze, decine e decine di teste di accusa e difesa, una trasferta al Quirinale per consentire all'ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di testimoniare e tantissime polemiche, si conclude il processo sulla cosiddetta trattativa tra Stato e mafia. I giudici di Palermo hanno condannato a 12 anni l'ex senatore di Forza ItaliaMarcello Dell’Utri e i generali Mario Mori e Antonio Subranni, otto anni invece all'ex ufficiale del Ros Giuseppe De Donno. Ventotto anni per il boss Leoluca Bagarella. I pm Vittorio Teresi, Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene avevano chiesto per lui una sentenza a 16 anni di carcere.

Dieci milioni di euro al CdM – Assolto l'ex ministro Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza. Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso Vito, è stato condannato a otto anni per calunnia nei confronti dell’ex capo della Polizia Giovanni de Gennaro. Assolto invece dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Prescritte le accuse nei confronti del pentito Giovanni Brusca. La sentenza è stata pronunciata nell'aula bunker del carcere Pagliarelli nel capoluogo siciliano. Bagarella, il boss Antonino Cinà, Dell’Utri, Mori, Subranni e De Donno sono stati inoltre condannati al pagamento in solido tra loro di dieci milioni di euro alla presidenza del Consiglio dei ministri che si era costituita parte civile. Le motivazioni della sentenza arriveranno fra novanta giorni.

La sentenza dopo ore e ore di camera di consiglio – I giudici della Corte d'Assise di Palermo erano entrati in camera di consiglio lunedì scorso. Mentre la fase processuale è cominciata cinque anni fa. Il processo si è aperto su una presunta negoziazione tra importanti funzionari dello Stato italiano e rappresentanti di Cosa nostra finalizzata a fare cessare gli attentati e le stragi del 1992-93, che insanguinarono il Paese come i fatti di Capaci e Via D'amelio. Obiettivo: indurre lo Stato a piegarsi alle richieste dei boss mafiosi, ponendo fine alla "stagione stragista" in cambio di un'attenuazione delle misure detentive previste dall'articolo 41 bis, quello relativo al carcere duro (isolamento, sorveglianza del detenuto e contatti limitati con l’esterno), dopo che il pool di Palermo guidato da Giovanni Falcone aveva condannato centinaia di mafiosi, proprio in funzione delle nuove disposizioni carcerarie.

Il commento di Mancino dopo l'assoluzione – "Sono sollevato. Finisce la mia sofferenza anche se sono sempre stato convinto che a Palermo ci fosse un giudice. La sentenza è la conferma che sono stato vittima di un teorema che doveva mortificare lo Stato e un suo uomo che tale è stato ed è tuttora". Lo ha detto l'ex ministro dopo aver appreso dell'assoluzione.

Il pm Nino Di Matteo parla invece di una "sentenza storica" – Dice: "Ora abbiamo la certezza che la trattativa ci fu. La corte ha avuto la certezza e la consapevolezza che mentre in Italia esplodevano le bombe nel '92 e nel '93 qualche esponente dello Stato trattava con Cosa nostra e trasmetteva la minaccia di Cosa nostra ai governi in carica. E questo è un accertamento importantissimo, che credo renda un grosso contributo di chiarezza del contesto in cui sono avvenute le stragi.  Per la prima volta vengono consacrati i rapporti esterni della mafia con le istituzioni negli anni delle stragi ed è significativo che questa sentenza abbia riguardato un periodo in cui erano in carica tre governi diversi: quello Andreotti, quello Ciampi e quello Berlusconi. Ci sono spunti per proseguire le indagini su quella stagione".

Le parole del Pm non sono piaciute a Forza italia che ha risposto minacciando querela contro Di Matteo. "Forza Italia respinge con sdegno ogni tentativo di accostare, contro la logica e l'evidenza, il nome di Berlusconi alla trattativa Stato-mafia. Ogni atto politico e di governo del presidente Berlusconi, di Forza Italia nel suo complesso, e di ogni suo singolo esponente è sempre andato nel senso di un contrasto fortissimo alla criminalità mafiosa, sia sul piano dell’incremento delle pene, e dell’individuazione di nuovi strumenti giuridici per una più efficace azione antimafia, sia anche per quanto riguarda l’azione delle forze dell’ordine sotto i nostri governi noi confronti dei responsabili di reati di mafia. Il fatto che uno dei pubblici ministeri coinvolti nel processo – non a caso assiduo partecipante alle iniziative del Movimento Cinque Stelle – si permetta, nonostante questo, di commentare la sentenza adombrando responsabilità del Presidente Berlusconi è di una gravità senza precedenti e sarà oggetto dei necessari passi in ogni sede" si legge infatti in una nota ufficiale del partito.