Roberta è l’ultima di cinque figlie, fa l’operatrice in un centro di assistenza agli anziani e vive a Torre San Giovanni, cuore dal turismo estivo salentino a 50 minuti da Lecce. Ha 28 anni, poche amiche, un lavoro e una bella famiglia. La sua è una vita limpida e trasparente, con una relazione sentimentale di lunga data finita pochi mesi prima, a un passo dal matrimonio. Nessuna ombra, nessun problema neanche con l'ex fidanzato, nessun contrasto. Tutto questo, fino alla sera del 20 agosto, 1999.
Roberta si fa bella per uscire con l'amica Rory, in programma non c'è niente di speciale, solo qualche ora da passare insieme: "Torno per le 23 , si va a Gallipoli da Rory". Roberta si allontana sui sui tacchi alti e la gonna leggera. Preoccupata per il ritardo l'amica Rory la chiama, va in cerca della sua Uno bianca, slle 23ormai spaventata, le scrive un sms pieno d'angoscia: "Roberta per favore non fare scherzi, chiamami".

Svanita

Dopo 48 ore, come prassi nelle Questure all'epoca, l'assenza diventa scomparsa. Quattro giorni dopo, praticamente dal nulla, la Uno bianca di Roberta rispunta in via Genova a Gallipoli. Vuota. L'analisi delle impronte non porta ad alcun risultato, e nel veicolo non vengono trovati reperti scientifici significativi per risalire all'identità di chi ha fatto del male a Roberta, perché ormai gli inquirenti ne sono certi: Roberta non è stata rapita o uccisa. Nonostante le agghiaccianti conclusioni della Procura le indagini vengono archiviate dopo pochi mesi, la Uno bianca rottamata e sul caso cala una pesante nebbia di sospetti e dicerie.

La pista dei ‘festini'

Nel mirino finiscono Rita e Rory, le amiche di Roberta, in paese si mormora che loro sappiano. Le ragazze, in effetti, in contrasto con quanto emerge dai tabulati telefonici, affermano di aver avuto rapporti superficiali con Roberta, appaiono chiuse, reticenti, spaventate. Sulla scia delle suggestioni degli anni '90, prende corpo la pista che vede le ragazze invischiate in un giro di festini a a base di droga con personaggi influenti. A far deragliare le indagini sulla pista dei festini, quella sbagliata, c'è qualcuno in particolare, un anonimo, che si prende addirittura la briga inviare un fax anonimo. Per sapere la verità – dice l'anonimo – la polizia deve chiuderle ‘in gabbia una volta per tutte', ma il messaggio – così come il ritrovamento dell'auto a metà strada tra le abitazioni delle due ragazze – ha il sapore del depistaggio puro e semplice.

Chi aveva interesse ad accusare due innocenti? Se lo chiedono i consulenti medico legali che la famiglia Martucci, dopo archiviazioni e riaperture, ha nominato per scoprire la verità, le criminologhe Roberta Bruzzone, Isabel Martina e l'avvocato Fabrizio Ferilli. Dopo un'attività di profiling durata due anni e condotta sulla base dell'autopsia psicologica della vittima, ricostruendo il carattere, la vita intima e le frequentazioni, a uccidere Roberta, probabilmente al culmine di una lite, è stata una persona molto vicina alla famiglia.

A un passo dalla verità

A settembre 2017 il fascicolo prodotto dal team viene consegnato alla Procura. Nelle mani del sostituto procuratore Elsa Maria Vigogne, c'è il nome del presunto assassino, anzi ci sono anche indicazioni sull'eventuale luogo di occultamento dei resti. “Non è stato un delitto a sfondo sessuale – dice Isabel Martina a Fanpage.it – , nulla c'entra il lavoro di Martina alla cooperativa né la sua vita intima. Dietro questa storia c'è un segreto inconfessabile, qualcosa che Roberta conosceva e che forse non tollerava più. Poteva diventare pericolosa". "L'assassino è una persona con precedenti penali?", chiediamo alla criminologa.

"Precedenti? No. È una persona incensurata, immacolata, come si dice: una persona al di sopra di ogni sospetto".