L'inchiesta sulla Strage di Via D'Amelio del 19 luglio 1992 in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta è stata al centro di uno dei depistaggi più gravi della storia giudiziaria italiana messo in atto dagli stessi uomini dello Stato chiamati a investigare sull'attentato mafioso. Per la prima volta a metterlo nero su bianco sono stati i giudici della Corte d'Assise di Caltanissetta nelle motivazioni della sentenza del cosiddetto processo Borsellino quater che ha visto condannati all'ergastolo per strage Salvino Madonia e Vittorio Tutino e a 10 anni per calunnia Francesco Andriotta e Calogero Pulci, finti collaboratori di giustizia usati per una ricostruzione a tavolino delle fasi esecutive della strage costata l'ergastolo a sette innocenti.

Nelle motivazioni della sentenza  lunghe 1865 pagine, depositate nel tardo pomeriggio di sabato, i giudici puntano il dito contro i servitori infedeli dello Stato che avrebbero spinto i finti pentiti a confessare una verità creata a tavolino. La Corte d’assise in particolare accusa gli investigatori di aver compiuto "una serie di forzature, tradottesi anche in indebite suggestioni e nell’agevolazione di una impropria circolarità tra i diversi contributi dichiarativi, tutti radicalmente difformi dalla realtà se non per la esposizione di un nucleo comune di informazioni del quale è rimasta occulta la vera fonte".  Per i giudici, gli investigatori sarebbero stati mossi da "un proposito criminoso", esercitando "in modo distorto i poteri". Tutto questo, secondo i giudici, serviva per la copertura di fonti rimaste occulte. Questo sarebbe confermato " dalla trasmissione ai finti collaboratori di giustizia di informazioni estranee al loro patrimonio conoscitivo ed in seguito rivelatesi oggettivamente rispondenti alla realtà". Non è escluso  che si volesse favorire "l'occultamento della responsabilità di altri soggetti per la strage, nel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa Nostra e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l'opera del magistrato".

Molte pagine della sentenza sono dedicate al pentito Vincenzo Scarantino, protagonista di numerose ritrattazioni nel corso di vent'anni di processi, la cui posizione è stata dichiarata prescritta dai giudici grazie all'attenuante prevista per chi viene indotto a commettere il reato da altri. "Le anomalie nell’attività di indagine continuarono anche nel corso della collaborazione dello Scarantino, caratterizzata da una serie impressionante di incongruenze, oscillazioni e ritrattazioni (seguite persino dalla ritrattazione della ritrattazione, e da una nuova ritrattazione successiva alle dichiarazioni dello Spatuzza), che sono state puntualmente descritte nella memoria conclusiva del Pubblico Ministero" sottolineano infatti i giudici nella sentenza .

Infine una parte delle motivazioni è dedicata all'agenda rossa del giudice Paolo Borsellino, il diario che il magistrato custodiva nella borsa e sparito dal luogo dell'attentato. In quella agenda Per la corte , il magistrato aveva scritto "una serie di appunti di fondamentale rilevanza per la ricostruzione dell’attività da lui svolta nell’ultimo periodo della sua vita, dedicato ad una serie di indagini di estrema delicatezza e alla ricerca della verità sulla strage di Capaci". "C’è un collegamento tra il depistaggio e l’occultamento dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, sicuramente desumibile dall’identità di uno dei protagonisti di entrambe le vicende" scrivono i giudici. Il riferimento è ad Arnaldo La Barbera, funzionario di polizia deceduto che coordinò le indagini sull’attentato. La Barbera ebbe un "ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia ed è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa, come è evidenziato dalla sua reazione, connotata da una inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre".